Javier Negrete.
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Alessandro Magno e l'aquila di Roma.
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Parte 1.
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Titolo originale: Alejandro Magno y las guilas de Roma.
Traduzione di: Manuela Carrara.
2019. Newton Compton Eeditori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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323 A.C. Alessandro Magno, il pi grande condottiero di tutta la storia,  destinato a morire a Babilonia, quando un misterioso medico, inviato dall'oracolo di Delfi, gli salva la vita. Dopo quasi vent'anni di campagna militare ininterrotta in Grecia e in Asia, Alessandro decide quindi di tornare indietro. Qualcosa a Occidente ha catturato il suo interesse. Solo la pi grande potenza militare esistente pu infatti ostacolare la sua conquista del mondo. Si tratta di una citt che, allo stesso modo di Alessandro,  convinta che il suo destino sar grandioso: Roma.  tempo di capire a chi spetti la supremazia nel Mediterraneo, se alle falangi macedoni o alle legioni romane. Gli auguri e i profeti intravedono catastrofi nei loro presagi, perch la cometa Icaro, apparsa nello stesso istante in cui Alessandro fu strappato alla morte, cresce notte dopo notte nel firmamento. I calcoli dello stravagante astronomo Euctemone parlano chiaro: come nel mito, Icaro precipiter sulla terra. Alessandro e Roma si preparano a combattere la pi grande battaglia mai vista, sulle pendici del Vesuvio... Scampato alla morte, Alessandro Magno decide di marciare contro il suo prossimo avversario: Roma.
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L'AUTORE.
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Javier Negrete  nato a Madrid nel 1964, laureato in filologia classica, insegna greco in una scuola superiore di Plasencia, nella regione dell'Extremadura.  autore di vari romanzi storici e fantasy e libri per ragazzi, tra cui Seores del Olimpo (vincitore del premio Minotauro) e Salamina (premio Espartaco come miglior romanzo storico). La Newton Compton ha gi pubblicato la serie La regina del Nilo.
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Alessandro Magno e l'aquila di Roma.
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A Len Arsenal e Jos Miguel Pallars due grandi amici e scrittori che hanno sofferto insieme a me i dolori di un parto letterario. Buona fortuna a tutti e tre!
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Indice di questa parte.
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Nota preliminare.
Vicino ai fiumi di Babilonia.
Vento di Libia.
La disarmonia delle sfere.
Il monte Circeo.
I cavalieri di Ahura Mazda
Sulla strada verso Roma.
Il volo di Icaro.
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Fine Indice.
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Nota preliminare.
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Ho utilizzato le unit di misura greche e romane. Indico di seguito le loro equivalenze approssimative.
Misure greche: 1 cubito = circa 44 cm. 1 stadio = 180 m. 1 talento ateniese = 26 kg. 1 cotile =  di litro.
Misure romane: 1 piede = circa 30 cm (296 mm). 1 dito = circa 1,85 cm. 1 miglio = 1480 m. 1 libbra = 327 g.
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Vicino ai fiumi di Babilonia.
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15 daisios secondo il calendario macedonico, 16 ajaru nel calendario babilonese.
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Anno 1 della 114esima olimpiade. 431 ab urbe condita.
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Quel bastardo deve morire.
Non parlare cos di lui.  Alessandro.
 mio marito. E tu sei suo generale e amico e sei appena venuto a letto con me. Di nuovo.
Perdicca, capo della cavalleria dei Compagni del Re, si scost un po' da Rossane perch tra loro passasse un po' d'aria ad asciugare il sudore dei corpi. Si sedette con le gambe incrociate e contempl la giovane. Era nuda, come lui, con le braccia e le cosce aperte per evitare il contatto fastidioso della pelle bagnata. Figlia di un satrapo della Battriana, aveva ereditato dalla madre india una carnagione pi scura di quella che di solito piaceva a greci e macedoni, ma Perdicca, dopo tanti anni in Asia, ci si era abituato e iniziava a trovare scialba la pelle troppo bianca. Allung una mano e le accarezz la pancia, tesa come un tamburo e pi calda del resto del corpo. Solo l e nei seni piuttosto gonfi si notava che Rossane era incinta di quattro mesi. Ma quello che aveva perso nelle forme l'aveva guadagnato in profumo e adesso il suo sudore era impregnato di una fragranza che a Perdicca scendeva direttamente dal naso al basso ventre. Nonostante avesse faticato per darle piacere, torn a eccitarsi: quel suo grugnito di dolore fece ridere Rossane.
Sei lussurioso come gli sciti che si accoppiano con le loro cavalle.
Perfino una statua di marmo si ecciterebbe con te, rispose Perdicca, sventolando la giovane.
Vaglielo a dire a quel finocchio di mio marito.
Perdicca era impressionato dall'enfasi con cui Rossane diceva le parolacce. Quando parlava greco le sue vocali aspirate stridevano come la mola che affila la spada, ma si esprimeva con pi fluidit di tanti macedoni di fanteria. Le lingue erano uno dei molti talenti che teneva nascosti sotto la maschera della sua bellezza. Se avesse saputo che la moglie di Alessandro era cos intelligente, Perdicca non ci sarebbe mai andato a letto.
Ti ho gi detto di non parlare cos di lui. Non  decoroso.
Decoroso? Che cose divertenti dici a volte. Guardati e guarda me. Rossane si mise a ridere e sotto i suoi zigomi alti e rotondi si formarono due fossette dall'aspetto innocente. Erano pi pericolose dei denti di una vipera.
A detta di molti Rossane era la seconda donna pi bella dell'Asia dopo la defunta Statira i, sorella e moglie del grande re Dario. Perdicca non poteva vantare di aver visto tutte le donne dell'Asia durante i suoi dodici anni di campagna militare, ma dubitava che ce ne fossero molte come Rossane. Essendo un'etera greca che amava spogliarsi in pubblico, avrebbe potuto posare come un'Afrodite dipinta dal grande Apelle. Ma nonostante avesse un corpo capace di far bruciare di nuovo Troia e Persepoli insieme, la sua arma principale erano gli occhi. In quel momento, alla luce della lampada, a Perdicca sembr che brillassero come il lago Orestiada sotto la luna crescente di una notte d'inverno nelle alte terre della sua Macedonia. Quando quegli occhi scuri e allungati ti guardavano, sembrava che non esistesse nient'altro al mondo: avevano la capacit di catturare gli uomini uno per uno, persino nel bel mezzo di un'assemblea, come se un incantesimo animalesco creasse un tunnel che univa le sue pupille a quelle della sventurata preda, intrappolandola senza scampo.
Era cos che Alessandro doveva essere caduto nella sua rete dopo aver conquistato l'inespugnabile Sogdiana. L aveva conosciuto Rossane e, senza consultare nessuno, aveva chiesto la sua mano al padre Ossiarte, governatore della Battriana. Ci stup chi lo aveva visto rimandare con varie scuse il matrimonio e partire dall'Europa senza compiere il dovere dinastico di lasciare un erede per il trono di Macedonia.
Tuttavia Perdicca non poteva incolpare l'amico e signore, perch lui stesso si era buttato tra le braccia di Rossane durante la traversata dell'Indo, quando gli spazi angusti della nave avevano creato un'intimit alla quale era difficile sfuggire. Ah, se non avesse accettato l'invito di Alessandro a viaggiare sulla nave ammiraglia, ora non si sarebbe ritrovato a pensare ad avvelenare un re...
A cosa pensi?, chiese lei vedendo che le pupille di Perdicca si erano contratte, perse in lontananza.
Al perch odi tanto Alessandro, ment.
Te l'ho spiegato tante volte, rispose Rossane, distogliendo lo sguardo da lui per esaminare i fiori dorati dipinti sulle sue unghie.
Era vero: Perdicca sapeva a memoria i motivi di quell'odio. Rossane detestava Alessandro perch, passato l'entusiasmo iniziale, non condividevano quasi pi il letto, il che significava non solo che non le dava piacere, ma anche qualcosa di molto peggio: che non aveva pi alcun ascendente su di lui. Lo detestava anche perch preferiva i giovani come il bell'eunuco Bagoas e i non tanto giovani come il suo compianto Efestione.
Ma la pagliuzza che aveva spezzato la schiena del cammello, come dicevano in Battriana, fu che, in occasione dei matrimoni collettivi celebrati mesi prima nella citt di Susa, Alessandro si era sposato con Statira ii, figlia del re Dario. Il commento di Rossane a Perdicca fu: Nessun uomo che sia entrato nel mio letto va poi con un'altra donna. La cosa peggiore, lui lo sapeva, non erano le gelosie carnali, bens il fatto che il nuovo matrimonio di Alessandro costituisse una futura concorrenza al frutto che Rossane portava in grembo: molti dicevano che un figlio che condivideva al contempo il sangue di Alessandro e quello di Dario avrebbe avuto molto pi diritto alla corona reale di uno nato da una ragazza di provincia come Rossane. Nonostante facesse attenzione a non esprimerlo a voce alta, lo stesso Perdicca trovava ragionevole quel discorso. Anche perch non era cos sicuro se la creatura che gonfiava la pancia di Rossane fosse frutto del seme di Alessandro o del suo.
In quelle stesse nozze Perdicca aveva preso in sposa Amytis, figlia di un altro satrapo persiano. Alessandro doveva aver pensato che dandogli la sua mano gli avrebbe concesso un grande onore, ma quella donna secca e racchia che piangeva ogni volta che copulavano non gli aveva dato altro che insoddisfazione.
Sai bene che bisogna farlo, insist Rossane. Alessandro deve sparire.
Lo so, ma io non lo odio quanto te.
S che lo odi. Il fatto  che non sei abbastanza uomo per ammetterlo. Stavolta il sorriso di Rossane fu crudele, e perci sincero.
Perdicca scost la tendina intorno al letto e poggi i piedi a terra. Le piastrelle erano tiepide: avrebbero iniziato a raffreddarsi solo verso le ultime ore della notte. Pass accanto all'erculeo schiavo sordomuto che agitava il flabello per fare aria, prese un calice di vino molto acquoso sul tavolino e si avvicin alla finestra. Nel farlo, vide la propria ombra sulla parete, proiettata dalle fiamme della lampada. Era quasi triangolare, come la forma delle antiche anfore ateniesi: vita stretta e spalle larghe e dritte. Per avere trentasette anni si manteneva in forma come un uomo molto pi giovane. Altri generali come Seleuco o Leonnato avevano dovuto farsi confezionare corazze nuove per poterle allacciare alla pancia, invece lui ancora indossava quella che aveva usato per la battaglia del Granico, il suo primo combattimento in suolo asiatico.
Non lo odio, ripet, pi a s stesso che a Rossane. Ma non lo ammiro pi come prima.
L'Eufrate era uno specchio nero in cui nuotavano migliaia di lucciole acquatiche, riflessi della citt. Sull'altra sponda del fiume si innalzava l'Esagila, il grande tempio del dio supremo Marduk, con la favolosa torre a gradoni Etemenanki. Poich Alessandro aveva disposto di lavorare giorno e notte per riportare Etemenanki al suo antico splendore, le torce degli operai che la stavano restaurando erano ancora accese, e il suono dei picconi e delle voci dei capomastri arrivava a tratti portato dai capricci di un venticello leggero.
Babilonia! Quando Perdicca e gli altri Compagni del Re avevano quindici anni e un migliaio di morti in meno, si trovavano spesso a leggere le ricerche e i racconti di Erodoto su quella citt. Ma quello che aveva scritto su Babilonia era un po' riduttivo. Aveva duemila anni, molti di pi delle antiche famiglie greche, e all'interno delle sue mura si agglomeravano circa mezzo milione di persone; nessuno lo sapeva con esattezza, perch era impossibile stabilire un numero preciso. Pur di non pagare le tasse, i babilonesi, gli uomini pi scaltri del mondo, all'occorrenza mentivano.
Babilonia... Com'era stato diverso il secondo attacco dell'esercito macedone. Nel primo avevano sconfitto l'esercito di Dario nella battaglia di Gaugamela, la pi importante della storia. All'epoca i Compagni del Re erano davvero suoi amici e non suoi sudditi, e tutti condividevano i suoi sogni di gloria e d'avventura, l'ardente pthos di Alessandro, oltre alla sua brama di raggiungere l'oceano che circonda il mondo e conficcare la bandiera con la stella degli Argeadi dove nessun uomo era mai arrivato.
Tornati a Babilonia quasi otto anni dopo, quei conquistatori erano ormai uomini diversi. Infinitamente pi vecchi, erano sopravvissuti a tante sventure: alla selvaggia guerra di sterminio nelle terre della Battriana e degli sciti, dove avevano dovuto scegliere tra massacrare senza piet o essere massacrati; alla traversata del monte Paropamiso, dove si arrivava quasi a toccare il cielo e il respiro si congelava prima di uscire dai polmoni; alla campagna in India, dove i nemici pi temibili non furono gli elefanti del re Poro, bens i cobra, le tarantole, le zanzare giganti e l'umidit che marciva i piedi; al ritorno a ovest attraverso l'inospitale Gedrosia, che fu il pi grande errore di Alessandro, da sempre molto previdente riguardo all'approvvigionamento delle truppe, ma che quella volta le aveva condotte attraverso un deserto di sabbia e sale che fin per seppellire pi uomini di tutti i suoi nemici messi insieme. In ognuno di questi luoghi, quei giovani avidi che inseguivano i sogni di Alessandro avevano lasciato lungo la strada diversi brandelli del corpo e molti dell'anima.
E tutto mentre lui si considerava sempre pi una divinit. Aveva gi dato segni di superbia in Egitto, con quella spedizione all'oasi di Siwa per consultare l'oracolo di Zeus-Ammone, il suo vero padre. No, certo, ad Alessandro non bastava un volgare Filippo, nonostante quel Filippo avesse unificato la Macedonia, conquistato la Grecia, creato la macchina militare che aveva sottomesso mezzo mondo con la sua fanteria armata di sarisse e le inarrestabili cariche della cavalleria. Alessandro aveva bisogno di un dio come padre, e perch accontentarsi di una divinit di second'ordine quando poteva scegliere proprio Zeus?
Inoltre c'era il rito della prosternazione. Alessandro non solo aveva trionfato su Dario, ma si considerava anche suo legittimo erede, e aveva insistito affinch tutti rispettassero i rituali della corte persiana. I macedoni avevano ottenuto a fatica il consenso di non gettarsi pi in ginocchio ai suoi piedi, come facevano i sudditi persiani; adesso era sufficiente una semplice inclinazione della testa per mostrare rispetto all'uomo che non avevano mai chiamato re o signore, ma solo Alessandro. Tuttavia, dopo quelle aspre discussioni, il rapporto tra lui e gli hetairoi, i suoi Compagni, non torn lo stesso di prima.
E poi c'erano i cadaveri che si era lasciato alle spalle. Filota, capo della cavalleria del re: giustiziato per aver preso parte alla congiura contro di lui. Il grande Parmenione, artefice di molte vittorie di Filippo e dello stesso Alessandro: ucciso non solo per impedirgli di vendicare il figlio Filota, ma anche perch il suo generalato smettesse di rubare la scena ai trionfi di Alessandro. Callistene, nipote di Aristotele, filosofo e cronista della spedizione in Asia: giustiziato per una presunta cospirazione; in realt, per aver messo in ridicolo le usanze orientalizzanti e dispotiche di Alessandro. Clito il Nero, veterano, fratello di latte di Alessandro, lo stesso che gli aveva salvato la pelle nella battaglia del Granico: trafitto da una lancia in una rissa tra ubriachi.
Ognuno di noi ha paura di essere il prossimo, pens Perdicca. Per di pi avevano trascorso gi troppi anni al seguito di Alessandro assecondando il suo desiderio di conquistare l'Arabia, la Libia e chiss quali altri paesi remoti. Molti di loro erano quarantenni che volevano vedere i frutti delle loro battaglie, godersi un buon vino contemplando il tramonto da palazzo, dormire accanto alle proprie mogli e scompigliare i capelli dei propri figli al risveglio. Che cosa offriva loro Alessandro? Di mangiare polvere e attraversare deserti solo per raggiungere un nuovo orizzonte e dimostrare che non era ancora l'ultimo.
E tuttavia...
Tuttavia Perdicca restava con il dubbio di sapere che cosa avrebbe trovato Alessandro oltre l'orizzonte successivo.
Rossane contenne uno sbadiglio. Ultimamente, per la gravidanza, le si chiudevano gli occhi a qualsiasi ora e il sonno era pi dolce di qualsiasi prelibatezza. Ma adesso non poteva cedere a quel piacere: doveva risolvere la questione di Alessandro una volta per tutte. Anche se Perdicca era girato di spalle e gli si vedeva solo parte del viso, Rossane percepiva i dubbi che lo tormentavano. Era un momento molto pericoloso per lei. Se lo avesse invaso uno slancio di quella lealt che Alessandro pretendeva dai suoi uomini e fosse andato a confessare tutto, lei era perduta.
Vieni a letto, generale, lo chiam.
Aspetta un momento.
Perdicca non aveva un brutto fisico, e lo sapeva. Rossane si era accorta che lui stesso si era fermato un istante a guardare la propria ombra. Il maggior difetto di Perdicca era la vanit; il pi difficile da dissimulare e che rende gli uomini pi vulnerabili.
Come sono deboli. Lo erano perch nutrivano desideri contraddittori e si dibattevano nell'indecisione tra gli uni e gli altri. Il sole e la luna insieme. Volevano donne al loro fianco, rinchiuse solo per loro nelle case, cantine, botteghe e harem, ma desideravano anche le altre e per averle abbandonavano le proprie donne a casa. Quando si svegliavano la mattina si credevano immortali, ma la notte si distruggevano il corpo mangiando e bevendo fino allo svenimento.
Invece Alessandro non era cos. Desiderava una cosa soltanto, il potere assoluto, ma questa fissazione rendeva impossibile avere controllo su di lui. Perlomeno se chi prova a controllarlo  una donna, pens con un veleno che le corrodeva la mente.
Finalmente Perdicca si gir e Rossane not che aveva un'espressione turbata. I dubbi, sempre i dubbi. Perch non cresceva una buona volta?
Perch  un uomo.
Vieni qui, insist, sedendosi sui talloni e appoggiando le mani sulle cosce per nascondere la pancia e stringere i seni. Sapeva che lui non avrebbe resistito, e infatti non lo fece.
Rossane, che ancora non era madre, cull Perdicca come se lo fosse e gli accarezz la pelle nuda dalla spalla al fianco. Le piaceva il corpo del macedone. Era pi nerboruto di quello di Alessandro e le ricordava le rocce e i crepacci della sua terra natia, la Battriana. La cosa fondamentale era che quando facevano l'amore lui non pensava ad altro. Invece Alessandro, passati i primi giorni, aveva iniziato a stancarsi di lei e quando si metteva sopra sembrava che stesse calcolando quanti sacchi di avena doveva comprare per sfamare i dannati cavalli del suo non meno dannato esercito. Perci, mortificata, Rossane, la donna pi bella dell'Asia, aveva capito che se Alessandro l'aveva sposata era per allearsi con suo padre e porre fine alla lunga carneficina in cui si era trasformata la guerra di Battriana e Sogdiana.
Credo che tra due giorni dar un banchetto, disse con noncuranza.
S, rispose Perdicca. Sar in onore di Nearco che  tornato sano e salvo dall'ultima spedizione con la flotta. E sar sicuramente anche in onore di Efestione.
Gi. Efestione. Il nome dell'amico scomparso di Alessandro le lasciava sempre l'amaro in bocca. Che Angra Mainyu tormenti la sua anima per l'eternit.
Allora berr dal calice di Eracle in suo onore, aggiunse Perdicca.
 proprio ci a cui stavo pensando. Sar l'ultima volta che berr vino.
Perdicca si scost un po' da lei e la guard di sbieco, a disagio. Era da tempo che lo pianificavano, tanto che non sapeva in quale momento si fosse insinuata per la prima volta la parola morte; ciononostante quell'argomento continuava a spaventarlo. S, anche lui desiderava che Alessandro sparisse dalla sua vita e da quella degli altri, ma non voleva sporcarsi le mani, tanto meno le
labbra.
Rossane si gir su un fianco, spost un po' la tendina e si sedette al bordo del letto. Sul comodino c'era una scatola di legno laccato, che proveniva dall'Oriente, da cui estrasse un sacchetto scamosciato chiuso da un laccetto rosso. La giovane sciolse il nodo e annus.
Stai attenta..., le disse Perdicca, col sospetto che fosse tossico.
La vishamushti  velenosa solo se ingerita.
Perdicca prese il sacchetto con precauzione e lo esamin. Era pieno di una polverina biancastra. Annus con molta cautela. Non sent niente. In quel momento Rossane gli mise un dito in bocca; Perdicca sent un sapore di ghianda amara e sput.
Che diavolo...?.
Rossane si mise a ridere mentre gli toglieva il sacchetto dalle mani per richiuderlo.
Tranquillo, era solo un assaggio. Ne serve di pi per uccidere un uomo atletico come te, aggiunse, accarezzandogli il pettorale sinistro sotto la cicatrice lasciata da una freccia a Gaugamela. In India utilizzano i semi di questa pianta in porzioni molto piccole per migliorare l'appetito e il desiderio sessuale. Io so qual  la dose mortale.
Hai gi avvelenato qualcuno?, chiese Perdicca, guardandola con un certo ribrezzo.
Dovevo verificarlo prima di agire, rispose con tale franchezza da sembrare quasi innocente. L'ho fatto a una donna dell'harem di Susa, prima delle nozze reali.
Rossane gli raccont che quella donna aveva osato criticare i suoi modi in pubblico chiamandola plebea montanara. Ma soprattutto aveva avuto la sfortuna di essere utile al suo esperimento e sacrificabile per qualsiasi altro intento. Poco dopo aver mangiato il pasticcino avvelenato, la concubina (se Rossane ricordava il nome, non si disturb a dirlo) inizi a sentirsi male. Quando avvisarono il medico dell'harem, la donna si lament di un formicolio che le partiva dalla nuca e le percorreva tutto il corpo; dopo poco cominci a battere i denti presa da un panico che non sapeva spiegare. Poi il tremolo si trasform in violente convulsioni, e la donna inizi a strillare dicendo che sentiva delle fitte terribili all'addome e allo stomaco. Tra uno spasmo e l'altro il suo corpo si rilassava, ma pi quei momenti di calma erano brevi, maggiore era la sofferenza. L'agonia fu lunga, tra febbre, sudore, brividi incontrollabili e una sete che non poteva calmare perch aveva la gola chiusa e i denti talmente tanto serrati che ormai le era impossibile parlare. Poco a poco il suo corpo si contorse, le mandibole si irrigidirono e il viso si anner. Quando mor, dopo due giorni di sofferenze, aveva il volto contratto in un'espressione spaventosa e il corpo incurvato come un ponte.
E tu hai visto tutto?, chiese Perdicca, scandalizzato dal piacere con cui Rossane gli raccontava i dettagli.
Come unica moglie legittima di Alessandro, posso andare in ogni angolo dell'harem ogni volta che ne ho voglia.
 come il tetano, disse Perdicca, che aveva visto molti soldati morire cos. Una morte orribile.
Per questo ho scelto la vishamushti quando Calano me ne ha parlato.
Calano sapeva che l'avresti usata per...?
Sapeva solo che sono una donna curiosa.
Calano era un gimnosofista indiano, uno di quei saggi che passavano la vita a meditare per raggiungere chiss quale strana purezza di pensiero, come delle specie di imitatori di Platone e Pitagora vestiti solo con un perizoma. Durante la traversata sull'Indio con la flotta e l'esercito, Rossane e Calano avevano parlato spesso. All'epoca Perdicca aveva pensato ingenuamente che la giovane volesse sapere di pi sulla cultura e la religione del paese di sua madre. Era evidente che le loro conversazioni fossero di natura pi pratica e sinistra.
La dose che gli daremo sar minore, disse Rossane. Gli effetti dureranno pi giorni e saranno meno esagerati, ma alla fine morir lo stesso. La gente penser che si tratti di cause naturali. In questa citt circondata da pantani e zanzare, chi lo metter in dubbio?.
Rossane si rivolse allo schiavo e gli fece segno di sventolare con pi energia.
Quando Alessandro sar morto, prosegu, andremo in Macedonia.
Quando Alessandro sar morto. A Perdicca continuava a suonare brutale, ma si stava abituando all'idea. Adesso che aveva in mano il sacchetto con il veleno e che stavano passando dalla mera astrazione a qualcosa di pi concreto, si sent quasi sollevato.
Dovremo viaggiare velocemente, disse Perdicca. Dobbiamo arrivare prima di Cratero e soprattutto prima di Cassandro.
Sono anni che viaggio con l'esercito. Mi sono mai lamentata?
No. Sei una donna forte, disse Perdicca, accarezzandole il mento in un gesto paterno, ma vedendo che lo guardava di sbieco scost la mano. Quando faceva dei progetti non era in vena di coccole.
Mio figlio nascer in Macedonia perch venga incoronato re, e poi torneremo a Susa. Babilonia non mi piace.
Noi macedoni siamo gente orgogliosa. L'assemblea dei guerrieri ha sempre eletto un sovrano tra gli Argeadi, ma non si pu imporre loro una decisione.
Sempre che sia figlio di Alessandro, pens Perdicca. Almeno lui aveva la carnagione pi chiara e i capelli color del grano: se la creatura fosse stata sua e avesse assomigliato a lui invece che a Rossane, sarebbe potuto passare per il figlio di Alessandro.
Cosa possono fare i tuoi orgogliosi macedoni? Eleggere Arrideo perch si asciughi la bava con il mantello color porpora?, aggiunse Rossane, riferendosi al fratellastro tardo di Alessandro.
E se nasce femmina?.
Rossane si alz dal letto, pass accanto allo schiavo sfiorandolo neanche fosse un mobile e prese i vestiti piegati sopra il cassone. Mentre si vestiva, spieg:
Ci avevo gi pensato. Sar un maschio.
Come fai a esserne cos sicura?, domand Perdicca, raccogliendo la propria tunica dal pavimento.
Noi donne le sappiamo certe cose. Ma se fosse femmina, al momento giusto terr in braccio un maschio appena nato.
Perdicca cap che in nessun caso ci sarebbe stata una femmina.
 un peccato. Una figlia mia e tua sarebbe stata molto bella. Perfino pi bella di te.
Se mai avr una figlia pi bella di me, la uccider.
Rossane sorrise solo con la bocca e a Perdicca, capendo che diceva sul serio, si gel il sangue nelle vene.
Perdicca e le sue guardie attraversarono l'Eufrate usando il passaggio sotterraneo costruito da Nabucodonosor e, dopo aver scansato i mendicanti che dormivano tra pozze di urina, sbucarono vicino alle mura che circondavano il tempio di Marduk. Da l svoltarono a sinistra per tornare a palazzo. La brezza che soffiava prima si era calmata e ora l'aria si attaccava alla pelle come la lana bagnata nell'acqua calda; dal fiume saliva un odore di fango e giunchi marci. Era scesa la notte, ma c'era ancora movimento. Le carrette che durante il giorno non riuscivano a passare per le strade affollate portavano adesso i loro prodotti alle botteghe del centro, accompagnate da gruppi di tre o quattro uomini armati di bastoni e pugnali; quelle invece che trasportavano concime erano da sole: poich il loro odore si sentiva da lontano, non le prendeva d'assalto nessuno.
Rossane era uscita prima di lui, accompagnata solo dallo schiavo sordomuto. La casa dove si vedevano i due apparteneva a un egiziano che trafficava avorio ed era fuori citt la maggior parte dell'anno; il suo economo l'aveva data in affitto a Epiboa, l'ufficiale che ora stava camminando insieme a Perdicca. Il suo nome non risultava da nessuna parte.
Andr a finire che mi beccheranno comunque, si disse. Quella lupa battriana lo teneva in trappola. Conoscendo Alessandro, se avesse scoperto l'adulterio si sarebbe limitato a ripudiarla ed era possibile che aggirasse la faccenda per non stuzzicare il vespaio della Battriana e della Sogdiana. Ma l'ineludibile destino di Perdicca sarebbe stato un plotone di lance.
O muore lui o muoio io.
Si lasciarono a destra la mole di Etemenanki. Perdicca pens a cosa avrebbe detto se, una volta arrivato a palazzo, avesse incontrato Alessandro.
Non succeder niente, si ripet: erano molti gli alti ufficiali che la notte si perdevano tra i vicoli per esplorare i piaceri della citt della lussuria.
Ma era impensabile che pure la moglie di Alessandro sgattaiolasse nella notte accompagnata da un solo servitore, per forzuto che fosse. Per Rossane era una figura troppo importante per tenerla rinchiusa in un harem e la sua posizione di unica moglie del re di Babilonia (Statira si trovava ancora a Susa) era molto diversa da quella del resto delle donne del serraglio, un'eredit che risaliva ai tempi di Dario e con la quale Alessandro non sapeva bene cosa fare. Il re trascurava talmente tanto l'harem che, alle sue spalle, gli eunuchi lo avevano trasformato in un postribolo di lusso per magnati babilonesi e nobili persiani e macedoni.
Gli ricord la faccenda della cortigiana al banchetto.
Hai gi scelto la ragazza?, sussurr.
S, rispose Epiboa. Le altre guardie del corpo erano massageti che non capivano molto il greco, ancor meno il dialetto macedone.  una babilonese che si chiama Nina. Va pazza per l'oro. L'abbiamo gi coinvolta in un paio di affari che le potrebbero costare entrambe le mani. Dovr dire di s.
Voglio che te ne occupi personalmente. Cassandro lascer Babilonia all'alba; quello sar un buon momento per parlare alla ragazza.
S, generale.
C'erano due motivi per cui Cassandro era il candidato migliore per costruire un alibi. In primo luogo, quando Alessandro avrebbe bevuto il veleno sarebbe stato lontano da Babilonia gi da due giorni e non avrebbe potuto negare la propria implicazione. Il piano era che Epiboa si facesse passare per Cassandro per parlare con Nina e darle la vishamushti. In questo modo, se avessero scoperto la ragazza e lei avesse rivelato il nome di Cassandro, non avrebbe mai potuto confrontarsi con lui per ritrattare l'accusa, perch Perdicca si sarebbe occupato di non far sopravvivere Nina all'interrogatorio.
In secondo luogo, il figlio di Antipatro era il sospettato perfetto. Lui e Alessandro non erano mai andati d'accordo. Gi c'erano stati dissapori tra loro quando studiavano ai Giardini di Mida con Aristotele, e gli anni di separazione non avevano migliorato il loro rapporto. Due settimane prima, Cassandro era arrivato a Babilonia per portare dei messaggi a nome del padre, che da dodici anni governava la Macedonia come reggente. La sua entrata non era stata esattamente trionfale. Quando arriv nella sala del trono, not subito che Alessandro usava uno sgabello d'argento per non stare con i piedi penzoloni, era perci pi basso del defunto Dario, per cui il suo commento Oh, Alessandro, non mi stupisce che in Grecia abbiano iniziato a chiamarti Il Grande! suon troppo sarcastico. In seguito, nel vedere che i cortigiani medi e persiani si prostravano a terra davanti al suo vecchio compagno di studi che lui stesso aveva atterrato nella polvere del ginnasio varie volte, non pot contenere le risate. Alessandro, in un impeto di furore di quelli che ultimamente tendeva ad avere, era saltato gi dal trono per prendere Cassandro per i capelli e sbatterlo contro una colonna.
Da allora, tutti avevano potuto sentire le frecciate che Cassandro lanciava al re: pazzo sanguinario, bastardo che si crede un dio, ubriacone, sodomita corrotto dall'oro persiano... I suoi amici avevano insistito affinch lasciasse Babilonia quanto prima per evitare mali peggiori, perci la parresia, quella libert di parola di cui si vantavano greci e macedoni, non era ben vista in Asia.
Prendi questo, disse Perdicca a Epiboa, porgendogli un sacchetto pieno di darici d'oro. Spendi il necessario. Puoi tenere quello che avanza, ma non essere avido.
L'ufficiale soppes il sacchetto, che tintinn tra le sue mani, e sorrise.
Non lo sar, generale.
Perdicca gli diede una pacca sulla spalla.
Se tutto andr bene, presto comanderai un battaglione tutto tuo. Sarai il mio braccio destro, Epiboa.
Arrivarono davanti al palazzo di Nabucodonosor. Dopo aver detto la parola d'ordine alle guardie, passarono per una porta di mattonelle smaltate d'azzurro e fiancheggiata da tori alati; non era grande quanto l'entrata principale dell'ala est, ma risultava comunque imponente. Attraversarono un lungo corridoio illuminato da fiaccole e arrivarono al quarto cortile, dove si trovavano gli alloggi di Alessandro e dei suoi ufficiali pi stretti. Perdicca alz lo sguardo e vide la luce nelle stanze del re. Prima, quando Alessandro era Alessandro e la capacit di lavorare risultava ancora pi sorprendente di quella del padre Filippo, Perdicca si sarebbe giocato la mano destra che stava con l'ammiraglio Nearco a ultimare i preparativi per la prossima spedizione in Arabia. Ma adesso, era pi probabile che stesse facendo baldoria, bevendo fino a crollare.
Perdicca alloggiava nella parte ovest di quell'ala, in uno degli appartamenti con vista sull'Eufrate. Dopo essersi congedato da Epiboa e dai massageti, mentre saliva le scale, gli andarono incontro due guardie. Tra loro c'era una schiava persiana che quando lo vide si port le mani alle guance:
Ah, signore, signore! Che disgrazia!.
Che succede?
Tua moglie, signore! Che disgrazia!.
Perdicca segu la schiava fino all'alcova di Amytis. Tutti i candelabri erano accesi e per arrivare al letto dovette scansare a spintoni le altre schiave. Un dottore anziano e magro che non conosceva di nome lo guard con occhi di terrore, temendo di fare senza dubbio la stessa fine di Glaucia, il fisico che non riusc a curare la malattia di Efestione.
Il letto era disfatto come se lo avesse calpestato un battaglione di opliti. Ma l'unica persona che lo occupava era sua moglie Amytis, vestita con un saio da notte che con le convulsioni le era salito fino a met coscia. Era rimasta su un fianco, con i piedi aggrovigliati in un nodo della coperta, i talloni e la nuca tesi all'indietro, le mascelle serrate e gli occhi aperti.
Deve essere stato il tetano, signore, disse il medico, torcendosi le mani. Ma come pu essere accaduto? Se fosse stato un soldato....
Tetano, ripet Perdicca.
Allora ricord le parole di Rossane. Nessun uomo che sia entrato nel mio letto va poi con un'altra donna. Ma Perdicca cap che quello non era l'unico messaggio che la battriana gli voleva mandare. Il pi importante era: Non puoi tirarti indietro. Il mio braccio arriva lontano.
...i romani sono un osso duro da rodere. Mi hanno raccontato che hanno la disciplina degli spartani, l'ambizione degli ateniesi e sono numerosi quanto questi dannati babilonesi, disse Tolomeo.
Lisania non aveva mai sentito parlare dei romani; ma, per un ragazzo di diciassette anni appena entrato nell'esercito di Alessandro, quei tipi promettevano emozioni forti.
Figlio di Ippomene, nato nella Pieria, regione ai piedi dell'innevato Olimpo, studiava da quando aveva quattordici anni nella scuola dei paggi reali di Macedonia, e sognava di essere scelto dal reggente Antipatro perch lo mandasse in Asia. Il momento desiderato era arrivato nello stesso istante in cui suo padre tornava in Europa insieme ad altri diecimila veterani appena rientrati dal servizio guidati da Cratero, il generale pi prestigioso dell'esercito macedone. Padre e figlio si erano incrociati sulla Via Reale che univa Susa a Sardi. Ippomene pianse alla vista del figlio che ricordava come un bimbo di cinque anni, e Lisania si emozion nell'ascoltare dalla sua bocca le battaglie a cui aveva partecipato; allora Ippomene, forse a fin di bene, aveva deciso di raccontare al figlio solo gli episodi gloriosi, risparmiandogli i racconti della penuria e della miseria, delle mattanze e delle brutalit.
Uno volta giunto a Babilona, i primi incarichi che Lisania condivise con i suoi compagni non furono molto eroici: portare acqua ed erba medica ai cavalli di Alessandro, strigliarli, montare la guardia alla porta dell'alcova per sorvegliare il suo sonno, seguirlo a piedi nelle battute di caccia e, in generale, fargli da fattorino. Doveva perfino portare alle lavandaie i vestiti del re per poi ritirarli, piegarli e riporli nei cassoni, perch Alessandro, secondo la tradizione macedone, pensava che avere degli schiavi al suo fianco fosse umiliante e che il monarca dovesse essere servito solo da uomini di sangue libero e nobile come lui. Quando, laggi in Macedonia, qualche giovane si lamentava di fare lavori umilianti, Leonida, il vecchio maestro, lo colpiva sulle costole con un bastone e gli faceva la predica, che era ancora peggio:
Chi ti credi di essere, damerino? Che per caso caghi oro e noialtri non ce ne siamo accorti? Alessandro  stato paggio vent'anni prima di te e non ha mai aperto bocca!.
Ma Lisania non si era mai lamentato. I suoi compiti gli permettevano di stare vicino al grand'uomo, respirare la stessa aria che respirava lui, calpestare le mattonelle che calpestava lui e addirittura scambiarcisi un saluto.
Quel giorno gli avevano assegnato il turno al banchetto che il re celebrava con i suoi amici greci e macedoni. Era la prima volta che riusciva a osservarlo nella vita privata. Armato di una lancia lunga cinque cubiti e mezzo e montando la guardia insieme ad altri sette paggi, Lisania era impaziente di bere le parole di Alessandro.
Ricordati che sei solo un mobile in pi, lo aveva avvertito Speusippo, capo dei paggi. O meglio, una colonna. Ascolta e impara, ma non ti venga in mente di commentare nulla di quello che senti l dentro.
Il banchetto era iniziato al calar della sera e durava gi da ore. Lisania aveva imparato a memoria com'era fatta la sala. Era semplice, per essere un palazzo edificato da Nabucodonosor, il monarca ossessionato dalle opere pubbliche che aveva ordinato di costruire i Giardini Pensili. Su uno dei lati c'era una terrazza aperta che si affacciava sul patio centrale con fontane e piante che rinfrescavano un po' l'ambiente. I servitori avevano tolto i tappeti da terra affinch gli invitati potessero sentire il fresco delle piastrelle bianche e nere sotto i piedi nudi. Il soffitto a cassettoni di cedro del Libano era alto, tanto che avrebbero potuto montare la guardia con le sarisse di dodici cubiti, e annerito dal fumo delle candele e dei bruciaprofumi che aromatizzavano l'aria. Alle pareti erano appesi degli arazzi scoloriti che rappresentavano scene di conquista di Nabucodonosor e di re pi antichi. Ce n'erano anche alcuni pi recenti nei quali apparivano il fondatore dell'impero persiano, Ciro, e i suoi successori. Il pi nuovo e dai colori pi vividi era una copia del celebre quadro di Apelle in cui Alessandro, in groppa al defunto Bucefalo e con gli occhi cos grandi e ardenti da far paura, metteva in fuga Dario nella battaglia di Isso.
La cena era finita per lasciare spazio al simposio, e sui tavoli che circondavano lo spazio centrale rimanevano solo calici di vino, dolciumi e frutta secca da spizzicare. Appoggiati ai divani, i commensali, con corone di foglie e ghirlande di fiori, chiacchieravano animatamente. C'erano una ventina di invitati tra greci e macedoni: nessun persiano, medio o babilonese, forse per evitare discussioni e gelosie tra i sudditi europei e asiatici di Alessandro, cosa alquanto frequente. Le uniche donne presenti erano schiave, flautiste greche ed etere babilonesi. Quasi tutte indossavano tuniche aperte e trasparenti, adornate con pietre preziose e lustrini d'oro e d'argento. La pi audace tra loro indossava solo una rete d'argento con le maglie talmente larghe da lasciar vedere tutto e dei coturni sui cui tacchi ondeggiava con la delicatezza di un'equilibrista. Per Lisania si rivel pi eccitante cos che se fosse stata completamente nuda, e non solo per lui.
Non era ancora in confidenza con tutti gli uomini che circondavano il re. Tra quelli che conosceva c'era Perdicca, capo della cavalleria dei Compagni. Era un uomo alto, atletico, che conservava i ricci biondi di un giovane e al quale il grasso non aveva ancora arrotondato il mento. Tutti i paggi reali volevano imitare il suo modo di vestire, muoversi e montare a cavallo. Lisania, che era un grande osservatore, si era accorto che a Perdicca era stato riempito il calice solo una volta e che quando si faceva un brindisi si limitava a bagnarsi le labbra. E questo gli parve positivo: secondo quanto gli aveva insegnato Leonida, la sobriet e il controllo erano le principali virt di un generale. Ma forse non si trattava di temperanza naturale, bens di qualche tristezza o preoccupazione momentanea, perch Perdicca apriva appena la bocca e passava pi tempo a guardare a terra che i commensali.
Perdicca stava alla sinistra di Alessandro, perch quella notte il posto d'onore spettava a Nearco, navarco supremo della flotta. Il cretese portava la barba, cosa strana tra i compagni stretti del re, che seguivano la moda delle guance rasate. Secondo un detto, Alessandro raccomandava di farlo perch il nemico non potesse afferrare i macedoni per la barba; ma a Nearco era permesso perch non era macedone, ma greco. Di lui si diceva che stesse scrivendo un diario sulla spedizione in India, e Lisania sperava che venisse pubblicato per conoscere meglio quel paese remoto.
Poco pi in l di Nearco c'era Meleagro, un macedone piccolo, dal viso rubicondo, capelli scuri e una schiena villosa i cui peli fuoriuscivano dal colletto della tunica. Era difficile non notarlo, perch rideva a crepapelle con voce stentorea, non faceva altro che alzare il calice per reclamare pi vino e dava sonore sculacciate alle schiave che gli si avvicinavano. Quelle rispondevano con sorrisi forzati e cercavano di filarsela quando passavano di l, non perch fossero smancerose o pudiche, cosa che sarebbe dovuta essere una magra virt tra flautiste e cortigiane, ma perch era evidente che quel tipo le infastidiva.
La conversazione sui romani era partita da Meleagro. Una delle poche schiave che gli dava retta, una nubiana pienotta, gli si era seduta accanto per un momento e gli aveva messo in bocca un biscotto con l'uvetta. Il macedone lo sput e le diede una sculac-
ciata.
Come ti viene in mente di darmi l'orzo?
Non fare lo schizzinoso. Questi biscotti sono squisiti, disse Nearco.
Bah! Pane d'orzo, cibo d'asino dissimulato. Non dicevano che qui a Babilonia i raccolti rendono il duecento per uno? E allora perch ci danno il mangime per asini?
Erodoto esagera sempre, rispose l'uomo calvo seduto vicino alla terrazza. Comunque, lui  rimasto a cent'anni fa. Le cose sono cambiate. Ora i babilonesi seminano sempre meno grano ma pi orzo.
Questo  Eumene, sussurr il paggio alla sinistra di Lisania.
Ne aveva sentito parlare. Eumene di Cardia, anche lui greco, aveva lavorato sin da giovane come segretario e contabile di Filippo; dopo la sua morte aveva mantenuto lo stesso identico ruolo con il figlio. Ma, nonostante in pratica continuasse a essere il segretario di Alessandro, questi, riconoscente per i suoi servigi, lo aveva promosso a Compagno Reale. Chi lo ammirava diceva che nella testa custodisse un abaco, chi lo disprezzava sosteneva che invece di leggere poemi epici per eccitare le sue amanti recitava le liste dell'intendenza dell'esercito. In effetti un uomo con gli occhi cos opachi e una bocca che sembrava una fessura senza labbra non poteva essere molto passionale.
Lo faranno per guadagnare soldi, rispose Meleagro, mentre spingeva via dal divano la carnosa nubiana. Sono pi tirchi dei cretesi. Senza offesa per Nearco!.
Non offende chi vuole, ma offende chi pu, rispose il navarco.
Non  questo il motivo, disse Eumene. Il pane  peggiorato perch  la qualit della terra a essere peggiorata.
Bah,  la stessa cantilena di tutti i contadini, rispose Meleagro.
Hanno ragione a lamentarsi. Io stesso ho ispezionato i terreni intorno alla citt. Siccome il terreno qui  per natura secco e salato, i contadini lo irrigano in abbondanza con l'acqua dell'Eufrate per far sciogliere il sale. Ma, nel farlo, lo strato di acqua sotterranea tende a salire sempre di pi fino ad affiorare, e quando lo fa ed evapora al sole torna a lasciare tutto il sale nella terra. I contadini insistono a irrigarlo ancora di pi, ma peggiorano solo il problema.
Sei sempre ameno e divertente, Eumene! Che cavolo c'entra questo con quello che ho detto io?
Chiunque capisca qualcosa di agricoltura sa che l'orzo  pi resistente del grano nei terreni cattivi, rispose Eumene senza scomporsi. La sua voce era come una grondaia che gocciolava in una mattina di pioggia.
Se  vero che il granaio di Babilonia inizia a esaurirsi, dovremmo pensare all'Egitto. Le sue terre nere sono pi fertili di queste e ci si pu ancora ricavare molto grano.
Il generale che aveva parlato era Tolomeo. Tutti dicevano che la madre fosse stata la concubina del re Filippo e che lui fosse il fratellastro bastardo di Alessandro, nonostante si facesse chiamare figlio di Lago. Di certo lui e Alessandro non si assomigliavano molto. Tolomeo era pi alto, aveva i capelli pi scuri, le spalle pi robuste, gli occhi adombrati dalle ciglia folte e lunghe che gli nascondevano lo sguardo e buona parte dei pensieri.
Ancora con questo Egitto, disse Meleagro. Eh, Alessandro, stai attento che non si incoroni faraone non appena gli volti le spalle!.
Anche se non ci credi, Meleagro, rispose Tolomeo, noialtri possiamo vivere senza sentire il suono della tua voce.
Tolomeo ha ragione, disse il re, e tutti si zittirono. Un secondo dopo aggiunse: In parte.
Fino a quel momento, Alessandro aveva avuto solo un paio di conversazioni private con Nearco che Lisania non era riuscito a sentire. In quel momento parl ad alta voce, e nel farlo inclin un po' la testa in un gesto che, osserv Lisania, alcuni Compagni imitarono; lui stesso torse il collo quasi senza volere, anche se sapeva che non avrebbe raggiunto quell'inimitabile eleganza. Il tono era alto e il timbro cristallino, e parlava con la sicurezza di chi sa che non ha bisogno di alzare la voce affinch gli altri stiano in silenzio. Non era solo perch si trattava del re. Irradiava un'aura indefinibile che obbligava a prestargli attenzione: tutti i commensali avevano girato il corpo verso di lui, o almeno la testa; perfino le schiave si erano fermate un istante e alle flautiste si erano congelate le dita sugli strumenti.
S, Tolomeo: l'Egitto sar la soluzione. Ma solo per poco.  vero che al momento offre due o addirittura tre raccolti di eccellente grano. Ma la sua fertilit non sar eterna e i suoi terreni finiranno per prosciugarsi come quelli di Babilonia.  una propensione, una legge inesorabile: le terre dell'Est si consumano e invecchiano anno dopo anno. Senza dubbio la vicinanza al sole le inaridisce. Avete visto come sta la Grecia attualmente? Platone aveva gi notato che poco a poco si stava trasformando nello scheletro di un corpo rinsecchito per la malattia. Tuttavia, se andiamo verso ponente, i boschi dell'Epiro sono sempre pi frondosi e dicono che se si attraversa il mar Ionio le terre del Sud Italia danno il miglior pane e vino di qualsiasi angolo dell'Ellade.
Lisania aveva visitato Atene in estate e se la ricordava quasi disboscata, solcata da torrenti giallastri e rinsecchiti. Tuttavia, le terre alte della sua Macedonia, che non dovevano essere molto pi a ovest di Atene, continuavano a essere verdi e coperte da prati, pinete e querceti. E cosa dire delle impenetrabili giungle dell'India? Non si trovavano quasi all'estremo orientale del globo?
Eppure Alessandro parlava con una tale convinzione che a Lisania risultava impossibile dubitare delle sue parole, tanto che se gli avesse detto che il sole sorgeva a ovest ci avrebbe creduto.
Babilonia  il simbolo di questa decadenza, insist il re. Gi da molte generazioni il flusso di genti nell'ecumene arriva da ponente, dove le terre conservano maggior vigore naturale e nutrono gli uomini pi valorosi. Noi, membri di una razza pi giovane ed energica di quella persiana, siamo venuti dall'Europa per conquistare la vecchia Asia. Se ora ci addormentiamo sugli allori del nostro trionfo, chi ci dice che i barbari che vivono nelle terre vergini a ovest della nostra patria non verranno a conquistarci? Nello stesso modo in cui Achille attravers l'Egeo per prendere Troia, i greci colonizzarono le coste dell'Asia Minore e noi ci siamo spinti fino all'India; altri popoli pi giovani e prosperi di noi possono venire da ovest a saccheggiare e incendiare le nostre citt e prendere il nostro posto come padroni del mondo.
Padroni del mondo, ripet fra s Lisania. S, erano cos i macedoni adesso. Ricordandosi di appartenere a un popolo destinato alla grandezza, il giovane raddrizz di pi la schiena.
Credi che si azzarderebbero a farlo?, disse Tolomeo. Sono arrivati fin qui per renderti omaggio gli ambasciatori di tanti popoli occidentali di cui non ricordo pi i nomi.
Iberi, tirreni, celti, latini, tartessi, getuli, numidi, recit Eumene, contando con la punta delle dita. Persino i cartaginesi hanno mandato una legazione.
Non lasciatevi ingannare dalle parole smielate della diplomazia, disse Alessandro. Anche noi greci e macedoni abbiamo comandato per anni ambasciatori che si inginocchiavano alla corte dei persiani, ma quello che volevano era fare la spia per conto nostro e quando tornavano ci parlavano delle debolezze dei re achemenidi. Fu quest'informazione che ci spinse ad attraversare l'Europa per sconfiggerli con i nostri eserciti. Se ci impigriamo e ci lasciamo rammollire da queste ricchezze, disse, indicando gli arazzi che li circondavano, le lampade d'oro, i tavoli di marmo e avorio, finiremo come i persiani, i babilonesi e gli assiri, e anche gli arcadi.  un ciclo naturale: i popoli raggiungono l'apice, ci si accomodano, si lasciano sprofondare nella dolce e confortevole decadenza e si estinguono, lasciando solamente sontuose rovine. Ma  mio volere rompere questo ciclo e cambiare il nostro destino.
Dove vuoi arrivare?, disse Nearco; qualcosa nel suo tono insospett Lisania perch sembrava che quella domanda l'avesse provata con Alessandro.
Io dico di superarli. Dobbiamo rivolgere lo sguardo a occidente! Prima che questi barbari siano abbastanza numerosi per venire contro di noi, portiamo nelle loro terre la civilizzazione greca e la stella macedone.
A Lisania venne la pelle d'oca. Ah, quindi le conquiste non erano finite e aveva ancora l'occasione per saltare in groppa al suo cavallo Chirone con i Compagni del Re! Ma loro non erano tanto convinti, a giudicare dalle rapide occhiate di costernazione che si scambiarono mentre Alessandro si alzava dal divano per passeggiare nel centro della sala.
Che succede allora con la campagna d'Arabia?, chiese Meleagro. Tanta ostentazione di navi lungo il fiume un giorno s e l'altro pure  solo una manovra per distrarci?
Non criticare quello che non capisci, intervenne Nearco. Bisogna assicurare la rotta tra il Golfo Persico e il mar Eritreo e seminare colonie per unire tutti i punti dell'impero.
Per non parlare degli ingressi che otterrai tu quando Alessandro ti autorizzer la concessione sulla mirra, il cinnamomo e il nardo, disse Meleagro.
Alessandro lo guard con una scintilla pericolosa negli occhi. Meleagro si tapp la bocca e chin la testa.
Questa spedizione, prosegu il re, fa parte di un piano pi ampio. Ma quello che qui si dice, qui deve rimanere.
Alessandro fin il vino e chiese di versargliene ancora. La spudorata schiava con la rete d'argento accorse con una caraffa e tutti gli occhi seguirono il tintinnio della maglia. Lisania pens che il re non avrebbe dovuto bere cos tanto e che se voleva che i suoi piani non uscissero da l sarebbe stato meglio non parlarne davanti a tanta gente, inclusi i paggi reali.
Anche se io non dir niente, promise, e con un brivido si rese conto che, indirettamente, aveva appena ricevuto il primo ordine da Alessandro. E per Ecate e la stessa Stige lo avrebbe eseguito.
Mentre Nearco fonda nuove citt in tutta l'Arabia, disse Alessandro, tu, Tolomeo, costruirai una grande strada che collegher Alessandria a Cirene. Voglio una Via Reale come quella persiana: selciata, con pozzi e stazioni di posta, che si estenda per tutto il Nord d'Africa affinch l'esercito possa percorrervi duecento stadi al giorno. Quando la strada sar arrivata a Cirene, faremo in modo che continui a ovest fino a Cartagine e anche oltre.
Cartagine! Lisania si fece sfuggire un sibilo fra i denti e il compagno alla sua destra gli lanci un'occhiata severa. I marinai che sbarcavano a Pella, la capitale della Macedonia, la decantavano tanto e assicuravano che era ricca e popolosa quanto Atene, Siracusa e Corinto messe insieme. Nei suoi mari, poteva ospitare contemporaneamente fino a mille navi da guerra, con cui dominava il Mediterraneo fino alle Colonne di Eracle; ma si avventuravano anche oltre, nel grande Oceano che Alessandro desiderava ardentemente raggiungere.
Cartagine... Queste sono parole grosse, disse Seleuco, un altro generale.
Non esistono parole grosse per Alessandro!, rispose il re, rovesciando un po' di vino nell'avvicinarsi in modo brusco a Seleuco. Non tollerer ordini n minacce velate come quelle che mi ha rivolto l'ambasciatore di Cartagine. Sapete che cosa mi ha detto? Che loro non ci impediscono di arrivare fino alla Sicilia, l'importante  che non andiamo pi a ovest di Agrigento, e che l ci venderanno a buon prezzo lo stagno e l'ambra che portano dalla regione celtica e da Tule.  molto pi comodo comprare noi che mettere a rischio le tue navi, mi ha detto quel tipo, con un sorrisetto sulle labbra. Per colpa della flotta cartaginese, l'accesso al Mediterraneo occidentale  vietato da generazioni alle navi greche.  tempo di porre fine a tutto questo.
L'Ovest  costato la vita a tuo zio, il re dell'Epiro, intervenne Peucesta, il pi giovane delle Guardie del Re. Anche lui si chiamava Alessandro. Potrebbe essere di pessimo augurio.
No. La sua morte ha presagito che l'Italia sarebbe stata riservata a questo Alessandro, insist il re, conficcandosi il pollice nel petto.
Se vuoi l'Italia dovrai vedertela con una citt che non ti ha mandato ambasciatori, disse Tolomeo.
Quale?
Roma. Ho parlato con dei pellegrini che vengono dalla Magna Grecia, da Neapolis e Poseidonia. Da quello che so, i romani sono un osso duro da rodere. Mi hanno raccontato che hanno la disciplina degli spartani, l'ambizione degli ateniesi e sono numerosi quanto questi dannati babilonesi.
Meglio cos! Abbiamo bisogno di nemici di una certa fama che ci facciano ottenere gloria. Quali rivali alla nostra altezza abbiamo incontrato da quando abbiamo vinto Poro in India?. Alessandro strinse il pugno destro e gir su s stesso, guardando tutti negli occhi, e Lisania si rese conto che anche i pi scettici stavano cedendo al suo incanto...
...Come se ne rese conto Perdicca, che divent rosso in viso e gli si rizzarono i peli della nuca. A Gaugamela, la pi grande battaglia condotta da Alessandro in Asia, che otto anni dopo era ancora una leggenda tra coloro che vi avevano partecipato, Perdicca comandava una falange di sarisse. La sua missione era di tenere bloccato il grosso dell'esercito persiano mentre Alessandro e la cavalleria dei Compagni assestavano il colpo definitivo al cuore del nemico e mettevano in fuga il re Dario. Gli uomini di Perdicca, armati delle lunghe picche, avevano resistito a un attacco dopo l'altro, persino quando i persiani gli mandarono contro ondate di carri carichi di falci d'acciaio capaci di tagliare un uomo a met. Fu una battaglia terribile, Perdicca perse molti uomini, morti o mutilati, e lui stesso era stato colpito al petto da una freccia; pur tuttavia, quello che tutte le cronache ricordavano era il glorioso attacco della cavalleria condotto da Alessandro e dal suo defunto cavallo
Bucefalo.
Ma ora c'era proprio Perdicca a capo della cavalleria dei Compagni come successore di Efestione. Se avessero combattuto contro i romani, sarebbe stato lui a godersi l'ebbrezza della carica, la sensazione pi gloriosa che poteva provare un guerriero, invece di stare ad aspettare in piedi mangiando la polvere sollevata dagli zoccoli dei cavalli altrui.
Perdicca scosse la testa e si poggi il calice d'argento sulla fronte per rinfrescarsi la testa e le idee. No, non poteva cadere di nuovo nella trappola di Alessandro. Se si fossero spinti cos a ovest, l'impero che avevano conquistato spargendo sangue e sudore lungo le strade dell'Asia per dodici anni sarebbe andato in rovina. Avevano appena l'effettivo per mantenere l'ordine nelle venti satrapie, la Grecia era un vespaio che poteva esplodere da un momento all'altro, i suoi soldati erano sempre pi scontenti, e quell'uomo voleva portarli all'altro estremo del mondo solo perch si annoiava a governare, organizzare e amministrare il suo impero come un vero re?
 un pazzo pericoloso. Bisogna farlo adesso.
Alz il calice di vino verso Alessandro.
Desidero portare lo stendardo del nostro amato Efestione per schiacciare i barbari d'Occidente!, disse, consapevole di quello che stava per succedere.
Vedendo il volto del re impallidire si sent un miserabile. Alessandro, a cui era sempre piaciuto paragonarsi al suo antenato Achille, considerava Efestione il suo Patroclo, e in mancanza di un Ettore da uccidere per vendicare la sua morte, aveva deciso di celebrare un funerale stravagante, pi adatto a una divinit che a un essere umano. Per questo fece erigere una pira funeraria a forma di piramide dalla cui base spuntavano duecentocinquanta prue di navi, sovrastata da sirene cave al cui interno c'erano delle prefiche che intonavano i canti funebri. L'insieme superava i centoventi cubiti di altezza, e quando gli diedero fuoco (Alessandro era tornato in s e aveva dato il permesso alle prefiche di scendere), il calore fu talmente intenso che varie palme della piazza presero fuoco e le piastrelle degli edifici limitrofi si staccarono dalle pareti.
Quello era Alessandro. Sembrava impossibile che fosse stato discepolo di Aristotele, il quale sosteneva che la virt sta nel mezzo. Affinch il ricordo di Efestione non svanisse, aveva dato il suo nome allo squadrone dei Compagni e lo aveva fatto ricamare sul suo stendardo. Ovviamente, non appena Alessandro fosse scomparso, la prima cosa che Perdicca avrebbe fatto sarebbe stata bruciare la bandiera e cambiare il nome dello squadrone. In vita Efestione era arrivato a rovinarli tutti, ma era ancora peggio dopo la sua morte.
Efestione..., ripet il re, e nascose gli occhi dietro la mano destra, senza mollare il calice con la sinistra. Poi alz lo sguardo e schiocc le dita.
Perdicca era sul punto di fare un segno a Nina, ma si ricord in tempo che non conosceva lui, ma Epiboa. Il defunto Epiboa, si corresse, perch l'ufficiale era gi in pasto ai pesci dell'Eufrate.
Nina, ben istruita, si avvicin alle altre giovani ondeggiando sui coturni, il che fece sbattere la rete d'argento contro le sue curve con uno scampanellio quasi acquatico. Gli occhi di tutti guardavano il seno e le natiche, ma quelli di Perdicca fissavano l'orcio che teneva in mano e che rappresentava Eracle che scendeva nell'Ade con Bacco, saltando tra le rocce per attraversare le acque infernali. Il calice di Eracle che Alessandro vuotava tutto d'un fiato ogni volta che offriva una libagione per Efestione.
Alessandro prese l'orcio dalle mani di Nina, che si allontan senza smettere di ancheggiare. Uscendo dal circolo di divani pass accanto a Perdicca, che capt nell'odore del suo respiro qualcosa di strano che quasi lo eccit. Era l'aroma della paura.
Era normale che fosse spaventata, pens. Aveva appena portato il veleno che avrebbe ucciso il re del mondo.
Alessandro, sussurr Nearco. Non  necessario. Hai gi fatto abbastanza per Efestione. Se continui cos ti rovini la salute.
Alessandro rimase a guardare il navarco e per un istante sembr dubbioso. No, non ora, pens Perdicca, e cerc di distrarlo.
Lascia che lo assaggi prima io, disse come se gli fosse venuto in mente all'improvviso. Nearco gli lanci uno sguardo indecifrabile. No,  la tua cattiva coscienza. N Nearco n nessun altro possono sospettare nulla.
Perch, agath Perdicca? Siamo tra amici, rispose Alessandro, cercando di coinvolgere tutti con un gesto del mento, perch aveva le mani occupate a tenere i manici dell'orcio.
Un re non deve mai fidarsi.
Alessandro sorrise con amarezza.
Grazie per avermelo ricordato. Tieni, disse avvicinandogli il calice senza lasciare i manici.
Perdicca si sentiva sempre pi un codardo, ma provava anche un tenebroso diletto. Scivol fino al bordo del divano e avvicin il naso all'orcio. Alessandro lo inclin un po'. Quando il vino gli bagn le labbra, Perdicca avvert una fitta alla pancia e i testicoli gli si contrassero. E se Rossane lo avesse ingannato e un sorso fosse bastato ad avvelenarlo?
Alcuni erano gi abbastanza alticci; altri, come Leonnato o Meleagro, erano arrivati gi ubriachi prima dell'inizio del banchetto. Ma Perdicca aveva assaggiato appena il vino e anche i piatti conditi con le spezie piccanti dell'India, perci non aveva il palato rovinato quanto gli altri. Il vino puro gli lasci un leggero retrogusto di ghianda amara. Perdicca alz lo sguardo verso gli occhi di Alessandro. Le pupille gli brillavano acquose e le vene della sclera erano arrossate. Era certo che non avrebbe notato niente.
Un buon vino, sentenzi Perdicca.
Alessandro sollev l'orcio e guard in alto, come se quella libagione fosse in onore di una divinit olimpica e non di un essere umano rinchiuso nell'Ade.
A Efestione, figlio di Amintore, il pi valoroso e nobile dei macedoni!.
I macedoni presenti, che il re aveva appena dichiarato inferiori rispetto al defunto, si scambiarono sguardi di rancore. Alessandro, senza accorgersene, vers qualche goccia su un bruciaprofumi che ardeva al centro della sala. Poi afferr l'orcio con entrambe le mani e bevve.
Mentre il pomo d'Adamo di Alessandro saliva e scendeva e il calice si vuotava sempre di pi, Perdicca rimase a guardarlo incapace di respirare, come se anche lui stesse bevendo dal calice di Eracle. Gli altri commensali lo incitavano gridando Oooh-oh, oooh-oh come celeusti che esortavano i rematori a vogare con pi forza.
Finalmente Alessandro si stacc dal calice. Aveva il viso arrossato, gli colava del liquido scuro dagli angoli della bocca e i suoi occhi erano ancora pi vitrei di prima. Non era strano, perch aveva fatto fuori pi di sei cotili di vino puro senza respirare. Barcoll un po' e diede l'orcio a Nina. Per un attimo lo sguardo della giovane incroci quello di Perdicca, ma lui non dimostr nessun segnale di riconoscimento.
 fatta.
Alessandro si appoggi al divano e il simposio continu. Perdicca avvert un fischio nelle orecchie talmente forte da non distinguere le conversazioni, come se qualcuno gli avesse dato un veleno che offuscasse i sensi. I cembali, i flauti e il suono del barbiton erano lontani come il vento sulle montagne della Macedonia. Una raffica d'aria entr dalla terrazza; le luci delle candele tremarono, due o tre si spensero e a Tolomeo vol la corona di pampini.
Sembra che stia per succedere qualcosa, sussurr in tono lugubre Peucesta, che stava alla sinistra di Perdicca. Quell'uomo, lo stesso eroe che aveva saltato dalle mura della citt dei malli per proteggere Alessandro quando una freccia gli aveva attraversato il polmone sinistro, era talmente superstizioso che se vedeva un gatto nero per strada rimaneva fermo finch non fosse passato qualcuno.
Mentre le schiave chiudevano le grate che davano sul giardino, si ud un gran fragore fuori dalle porte della sala. Tolomeo salt gi dal divano e vi si precipit con quattro falcate. Che diavolo succede ora?, si domand Perdicca con un nodo alla gola, e si alz per seguire Tolomeo. Il cuore gli batteva pi veloce del ritmo della danza che stavano interpretando due cortigiane ionie. Alessandro alz una mano e la musica cess.
I paggi che erano di guardia si precipitarono alla porta e si schierarono intorno a Tolomeo. Uno di loro quasi travolse Perdicca, che gli si scagli furioso contro. Per un secondo pens di trovarsi davanti il fantasma di Efestione; ma no, era solo un giovane imberbe che gli somigliava molto.
Chi cazzo sei tu?
Mi chiamo Lisania, signore.
Allora metti da parte la lancia, Lisania, non  da me che devi difendere il tuo re.
Lo stesso Tolomeo apr i battenti della porta. Dall'altra parte erano di guardia altri venti paggi reali disposti su due file. Avevano le lance alzate e incrociate come a voler impedire a qualcuno di passare; ma la schiena di Cares, capo del protocollo di Alessandro, impediva di vedere chi c'era pi in l.
Cosa succede?, chiese Tolomeo.
Cares si gir.
Un uomo vuole vedere il re. Dice che  urgente.
Perdicca, sentendo una mano sulla spalla, si volt. Era Alessandro. Si appoggiava a lui con forza. Era strano, pens, che riuscisse a mantenersi in piedi dopo tutto il vino che aveva trincato tutto d'un fiato. Per i cani di Ecate, quando avrebbe iniziato a fare effetto la vishamushti?
Abbi pazienza, si disse. Doveva sembrare una malattia, non un avvelenamento.
Cosa ci pu essere di tanto urgente da disturbarmi quando sto con i miei amici?
Quest'uomo dice che lo manda Apollo, spieg Cares, titubante. Secondo lui, viene direttamente dall'oracolo di Delfi con un messaggio per te.
In tal caso, ascolter il messaggio del mio divino fratello domani.
Peucesta, accorso anche lui alla porta, si volt scandalizzato verso Alessandro. Anche se tra tutti i Compagni era quello che adorava di pi il re e sarebbe stato capace di baciare le sue impronte nel fango, quella mostra di hybris non poteva lasciare indifferente un uomo che provava terrore per gli di e i demoni.
Ho il presentimento che sia importante, Alessandro, gli disse. Quando si  alzato il vento ho pensato che fosse un presagio. Chiunque sia questo visitatore, credo che sia stato mandato dagli di.
L'espressione di Alessandro cambi. Nelle ultime settimane i pronostici erano stati cattivi. I sacerdoti caldei lo avevano avvertito che sarebbe stato meglio non andare a Babilonia, e quando l'indovino Pitagora sacrific una bestia tutti videro che mancava un lobo al fegato. Qualche giorno dopo, mentre Alessandro percorreva sulla sua trireme le maremme che circondavano la citt, il vento gli port via il diadema reale. Un marinaio si butt in acqua per recuperarlo, ma siccome non era capace di nuotare senza le mani libere dovette metterselo sulla testa prima di salire sulla nave. Alessandro gli diede una ricompensa per il suo servigio con un sacchetto di darici d'oro, ma pun l'insolenza di aver usurpato un simbolo reale con quindici frustate.
L'ultimo presagio era stato il pi abominevole: un individuo aveva approfittato del fatto che Alessandro stesse giocando a palla nel cortile per sedersi sul trono reale che apparteneva a Dario. Lo stesso Perdicca si occup di torturarlo per verificare se fosse implicato in una congiura, ma il supplizio gli sfugg talmente di mano che il povero diavolo mor senza dire gran che. Tuttavia Perdicca aveva il sospetto che ci fosse Rossane dietro quel fatto inspiegabile, e non voleva che qualcuno lo scoprisse.

C'erano stati troppi segnali degli di da poter trascurare quello.
L'oracolo ti manda un messaggero per informarti della tua morte, oh re!, pens Perdicca.
Fate passare l'inviato, disse finalmente Alessandro.
Cares si fece da parte, i paggi abbassarono le lance e fecero passare lo sconosciuto. Un uomo avanz verso la porta.
Lo abbiamo perquisito.  disarmato, Alessandro, disse Cares.
L'uomo entr nella sala. Era alto: superava Alessandro di tutta la testa e Perdicca di cinque o sei dita buone. Indossava vestiti lisi e i suoi sandali lasciavano sul pavimento impronte di polvere dalla strada. Era un tipo magro, con il viso affilato, i capelli paglierini e la barba corta. Ma ci che attirava di pi l'attenzione erano i suoi occhi: erano di un azzurro molto chiaro, quasi trasparente, di una tonalit che raramente si vedeva nei greci.
Chi sei, viandante?, domand Alessandro.
Mi chiamo Nestore, oh re!, rispose, salutandolo con una minima inclinazione della testa e senza smettere di guardarlo negli occhi.
Nestore figlio di chi? Qual  la tua citt?
Nestore, oh re! Non ricordo il nome di mio padre n quello di mia madre, e nemmeno della mia citt. So solo che sono un dottore e che l'oracolo mi ha mandato qui per curarti.
L'uomo usava la koin, il dialetto ateniese diventato la lingua franca di tutti i greci, e parlava con fluidit, ma con un accento strano e irriconoscibile. I suoi occhi si posarono un secondo su Perdicca, che rabbrivid.
S, c'era Apollo stesso dietro quelle pupille. Non poteva portare nulla di buono quel Nestore.
Lascia che lo cacci io, Alessandro, sussurr Perdicca.
Aspetta, rispose Alessandro e, dirigendosi verso il forestiero, aggiunse: Curarmi per cosa, Nestore il dottore? Sto benissimo.
Ti hanno appena avvelenato.
 ridicolo. Nel mio....
Alessandro s'interruppe di colpo, afferr la spalla di Perdicca con forza, si tenne la pancia come se fosse appena stato colpito da una pugnalata e si pieg su s stesso. Nestore si avvicin stendendo le mani e Perdicca sguain il coltello da sotto la tunica per fermarlo. Ma Alessandro glielo imped con un gesto, mentre cercava invano di tirarsi su.
No! Lascialo...  un segnale....
Perdicca indietreggi di un paio di passi. Era consapevole di essere paonazzo in viso, ma nessuno se ne era accorto. Peucesta e Tolomeo stavano portando Alessandro per farlo distendere sul divano che Nearco e Seleuco stavano trascinando per avvicinarlo.
Cos'ha bevuto il re?, chiese Nestore.
Per ultimo, il vino dal calice di Eracle, disse Tolomeo.
Lisania si avvicin agli altri e corse verso il tavolo dov'era poggiato l'orcio. Quando lo diede a Nestore, questi l'annus senza dire niente; poi ci mise un dito, lo tir fuori bagnato di vino e fondo e lo succhi. Con una smorfia di disgusto lo risput nel calice che ridiede al paggio.
Veleno?, domand Tolomeo.
Nestore annu. A Perdicca risultava sempre pi odioso: guardava tutti fisso negli occhi, senza distogliere lo sguardo quando lo esigeva il decoro, ma solo quando a lui sembrava opportuno.
Il dottore chiese ai paggi la borsa da viaggio che gli avevano requisito. Quando gliela portarono, l'apr sul divano.
Per favore, signori!, esclam il dottore, aprendo le braccia per creare un cerchio intorno a s.
La statura, la voce grave e lo sguardo di quegli occhi cos chiari gli conferivano una tale autorit che i grandi generali dell'impero si fecero da parte davanti a quell'uomo vestito con una tunica sporca e sfilacciata. Il medico srotol un fazzoletto nel quale teneva una polvere nera, forse carbone; con un cucchiaio ne prese una certa quantit, la vers in una boccetta che conteneva un liquido bianco e agit con forza per mescolare.
Ora tutti - invitati, paggi e perfino etere e flautiste - formavano un capannello talmente tanto compresso che Perdicca quasi cadde su Alessandro. Il re continuava a stare raggomitolato su s stesso, aveva il viso sudato e gli tremavano le mani, anche se si stava mordendo le labbra per non gridare. Tolomeo lo baci sulla fronte e gli strinse con forza la mano. Aveva gli occhi pieni di lacrime. E non era l'unico, constat Perdicca. Devo inventarmi qualcosa per non far vedere che sono stato io, si disse.
Tutti fuori da qui!, rugg Peucesta, rivolgendosi alle donne.
No, aspetta un momento, disse Perdicca, girandosi sui talloni per percorrere con lo sguardo tutta la sala. A voce alta, perch tutti lo sentissero, domand: Dov' la schiava che ha portato il calice al re?.
Il maggiordomo babilonese, un uomo con gli occhi sporgenti che fino a quel momento stava mezzo nascosto dietro una colonna, si avvicin trascinando i piedi e con le mani giunte.
Non lo so, nobile signore.  da un po' che non vedo Nina....
Perdicca cerc tra i paggi e scelse Lisania.
La schiava con la rete d'argento. Sicuramente l'avrai notata.
S, signore, rispose il paggio, arrossendo.
Tante volte non abbia fatto in tempo a cambiarsi. Cercatela e portatela qui adesso. Ti nomino responsabile.
Agli ordini, signore!.
Lisania scelse altri quattro giovani. Quando stava per andarsene, Perdicca lo afferr per il gomito.
Che nessuno le torca un capello, per quanto nuda possa essere. Qualcuno ha voluto assassinare il re e quella giovane lo confesser. Ma dovr confessarlo a me. Capito, Lisania?
S, signore!.
Alle sue spalle, Perdicca ud dei forti conati e poi lo sciabordio del vomito contro il pavimento. A giudicare dal fragore, Alessandro doveva aver espulso di colpo i sei cotili del calice di Eracle e anche qualcuno in pi. Perdicca prefer non voltarsi a guardare.
Ora reggetelo e portate delle coperte, sent dire dal dottore. Avr convulsioni e dovr....
Il resto delle parole fu un ronzio di mosche per lui. Si lasci cadere su uno sgabello e si prese le mani per contenere il tremore. Il suo piano, il piano di Rossane, era fallito. Ma questo non significa che devi morire, disse fra s. No, se Alessandro non era morto, non sarebbe morto nemmeno lui. Gi altri avrebbero pagato al posto suo.

1. 27 maggio del 323 a.C.

Frammenti delle Efemeridi reali, diario ufficiale di Alessandro a cura del suo segretario, Eumene di Cardia.
Annotazione del 18 daisios del tredicesimo anno del regno di Alessandro:

Nella notte tra il 17 e il 18 daisios Alessandro si sente subitamente infermo dopo aver consumato del vino dal Calice di Eracle durante un banchetto con i suoi amici. In quello stesso momento appare un uomo che dice di chiamarsi Nestore e di essere stato mandato dall'oracolo di Delfi per salvare la vita di Alessandro. Cura il re con le sue medicine.
La mattina del 18 il re ha febbre e vomito. Migliora all'imbrunire ed  fuori pericolo. Perdicca, il generale dei Compagni, sottopone a torture la donna che port il Calice di Eracle al re. Ella confessa di aver versato un veleno al re, veleno che le ha consegnato Cassandro. Dice anche che nella congiura erano implicati Antipatro, il padre di Cassandro e il saggio greco di nome Listotele. Siccome  babilonese e non parla bene il greco, Perdicca sospetta che si riferisca ad Aristotele. La donna muore durante i supplizi.

23 loios dello stesso anno:

All'alba, la flotta del re parte da Babilonia con trecentocinquanta navi per il trasporto di soldati e di merci. Secondo l'ammiraglio Nearco, dopo aver percorso tremila stadi sull'Eufrate, la flotta arriver al Golfo Persico, grande quasi quanto il Ponto Eusino e duemilacinquecento stadi dopo alla citt di Gerrha, sulle coste dell'Arabia.  desiderio del re circumnavigare tutta la penisola fino ad arrivare al Mar Rosso. Ha dichiarato che il suo intento  quello di conquistare le terre della cosiddetta Arabia Felice e fondare citt e fortezze lungo tutta la costa. Ma egli non accompagna la flotta, che ha affidato a Nearco e Perdicca.

24 loios:

Oggi il re  partito da Babilonia verso il Nord.  alla guida di dodicimila soldati scelti e dei Compagni Cratero, Peucesta ed Eumene.

13 hyperberetaios:

Oggi il re  giunto a Sardi. Pi di diecimila stadi percorsi in cinquanta giorni. La sera cena con i Compagni e comunica loro che attraverseranno l'Ellesponto.
12 dios:
Dopo pi di undici anni, il re  tornato in Macedonia. La notizia dei sospetti di Alessandro  arrivata ad Antipatro. Lui e Cassandro sono fuggiti in Tessaglia con un esercito.
24 dios:
Battaglia di Larissa. L'ala sinistra di Antipatro si schiera con Alessandro durante il combattimento. Antipatro si scaglia sulla sua spada prima di essere preso. Cassandro viene catturato.
25 dios:
Cassandro viene interrogato. Si dichiara innocente. Muore durante l'interrogatorio.
Frammento dei Prosthmata to per ourano biblou (allegati al libro Sul cielo), redatti da Aristotele durante l'esilio:
Dobbiamo ritrattare alcune nostre affermazioni precedenti. Nella nostra opera Sul cielo affermavamo che mai in passato, almeno fino a dove arrivano i registri, c' stato alcun cambiamento nel cielo esterno n in nessuna delle sue parti. Non facevamo menzione delle comete n delle stelle cadenti, di cui parliamo nella nostra Meteorologica, perch credevamo che tanto le une quanto le altre fossero fenomeni dello strato superiore del mondo terrestre e che non appartenessero a quello celeste.
Questa era la nostra teoria: nel suddetto strato superiore, nonostante ancora dominino due elementi corruttibili quali l'aria e il fuoco, all'atmosfera viene trasmesso il movimento delle sfere celesti nelle quali regna il quinto elemento, l'etere immutabile e incorruttibile. Tale movimento, un giro eterno che ha come centro la Terra, fa s che talvolta nello strato superiore dell'aria avvenga una combustione. Se il fuoco di questa combustione  debole e dura poco, si produce una stella cadente. Se  pi intenso, ma non tanto da consumarsi subito, ci che appare  una cometa. Per quanto riguarda la chioma della cometa, si tratta di un fenomeno atmosferico simile a quello dell'alone che talvolta circonda il Sole e la Luna, ma in realt  molto pi vicina alla Terra di quanto il volgo creda.
Come gi detto, questa era la nostra teoria. Ma le nostre osservazioni ci hanno convinto che non sia corretta e adesso spieghiamo il perch.
Nell'anno dell'arcontato di Cefisodoto abbiamo dovuto abbandonare Atene per le false accuse contro di noi in relazione all'avvelenamento di Alessandro. In quegli stessi giorni apparve nel cielo una nuova cometa con una traiettoria singolare. Le comete non seguono le stesse orbite dei pianeti perch, mentre questi ultimi vedono confinati i loro moti alla fascia celeste conosciuta come Zodiaco, le comete possono apparire in diverse regioni del firmamento.
Questo nuovo corpo girava in un'orbita perpendicolare all'equatore celeste. Seguendo questa orbita ascendeva notte dopo notte nel firmamento fino a raggiungere il polo nord celeste, e a partire da quel momento inizi a discendere fino all'orizzonte. Quando gi si credeva che non sarebbe tornata, la cometa apparve di nuovo dopo trenta giorni, gli stessi di quando era rimasta nel cielo, e adesso si trova sul punto di sparire di nuovo sotto l'orizzonte. Ci fa supporre che ripeta la stessa traiettoria sotto l'emisfero terrestre, fuori dalla vista dei nostri occhi, finch non raggiunga il polo sud celeste e riprenda il suo ciclo. Pertanto, a partire da ora, diremo che questa cometa segue un'orbita polare.
Dato che la cometa ascende fino al polo nord e poi discende come se volesse precipitare sulla Terra,  diventato popolare darle il nome di Icaro. Coloro che interpretano i movimenti delle comete e il fenomeno delle stelle cadenti come presagi del futuro assicurano che Icaro rappresenta la rinascita in Babilonia del re Alessandro, ma anche la sua immediata caduta. Lasciamo tali questioni in mano a coloro che ci credono.
Il fenomeno che ci ha fatto pensare che questa cometa non si produca nello strato superiore terrestre, bens nel cielo,  il seguente: quando Icaro stava discendendo dal polo nord celeste nella sua prima orbita, la sua chioma, che  la pi lunga di tutte le comete conosciute da quando vengono conservati registri scritti, si oscur quando pass vicino alla Luna, che stava in quarto crescente. Questo vuol dire che pass dietro a quella parte della Luna che rimane in ombra, e non davanti, e perci la cometa Icaro si trova oltre la sfera lunare.
Ma vogliamo tranquillizzare coloro che temono il pericolo dei fenomeni celesti. Tutto ci che si muove nelle sfere immortali dell'etere non pu per sua natura avere contatto con la Terra. Quest'ultima  protetta da una barriera impenetrabile, formata dalla sfera cristallina e indistruttibile nella quale gira la Luna stessa.

Vento di Libia.

6 gorpiaios.

Anno 3 della 115 olimpiade. 437 ab urbe condita2.

Clea si port lo stilo alla bocca e mordicchi la punta d'avorio mentre si attorcigliava i boccoli rossi con le dita della mano sinistra. Sul tavolo giaceva il polittico delle tavolette cerate in cui aveva composto il suo poema. Ora che lo aveva terminato, era il momento di copiarlo in bella. Srotol un po' il papiro che avrebbe usato, blocc gli angoli con pezzi di piombo, intinse la piuma d'oca nel calamaio e inizi a copiare gli esametri dattilici. Sapeva che l'avrebbero criticata per aver usato il metro dell'epica per narrare un argomento amoroso, ma nella nuova era di Alessandro gli usi tradizionali dovevano cambiare.
Era estate, e l'affanno mio accresceva la calura.
Trovai acque tranquille, senza alcun mormorio o mulinello,
cos cristalline che si vedevano sul fondo
i ciottoli, che immobili parevano.
Salici argentati e un pioppo alimentato dalle onde
di buon grado facevano ombra sulla riva.
Mi avvicinai e bagnai i piedi prima
e le ginocchia poi. Non contenta, dalla mia morbida tunica
la cintura slegai, su un curvo salice la posai
e nuda nelle acque mi tuffai.
Nuda, ripet a voce alta, e lasci per un istante la piuma. Quella parola lasciava sulle sue labbra una sensazione tiepida e liquida che le scendeva fino al ventre. Il poema parlava di Aretusa, la ninfa della fonte in cui da bambina andava a giocare con le amiche, quando suo padre non era ancora tiranno di Siracusa (scusate!, il re di Siracusa) e lei poteva andare dove voleva. Sorrise birichina immaginando a cosa avrebbe pensato il gran Agatocle di sua figlia, una fanciulla, che scriveva di ninfe che facevano il bagno nude in acque cristalline, inseguite da cacciatori lascivi.
No, ricord, non era pi una fanciulla, ma una donna sposata a diciassette anni. Il 22 artemisios, tre mesi e mezzo prima, si era goduta la notte di nozze, la sua prima e ultima notte d'amore fino a quel momento. Che gioie infinite promettevano i dolci epitalami della sua ammirata Saffo! Quando aveva finalmente conosciuto il suo promesso sposo faccia a faccia, si era rivelato un uomo molto bello e non cos basso come le avevano lasciato intendere. Ma soprattutto, profumava. Prima delle nozze, la tormentava l'idea di andare a letto con qualcuno che puzzasse di sudore acido o di denti cariati, come succedeva a molti dei tipi che stavano intorno al padre e avevano pi o meno la sua et. Ma suo marito trasudava un odore caldo e allo stesso tempo fresco; oltretutto, a quarant'anni aveva i denti perfetti e non gliene mancava nemmeno uno, malgrado le battaglie che aveva combattuto sin da piccolo. Quei denti e quelle labbra carnose promettevano una notte di baci senza
fine...
...Lui fu delicato, amabile e paziente, ma a Clea sembr che stesse agendo con la fredda concentrazione di chi compie un rituale, come quando quella mattina avevano celebrato insieme i sacrifici in onore di Era e Ilizia. Ebbe sensazioni piacevoli: le mani e le labbra del marito che passavano sulla sua pelle, il peso dei suoi fianchi stretti su quelli di Clea mentre le loro gambe si aggrovigliavano. Ma alla fine, quando lui si allontan, il corpo della giovane rimase teso come la corda di un arco prima del tiro. Lui non tard a prendere sonno e Clea rimase a fissare il soffitto, pensando che le mancasse qualcosa di inafferrabile e sottile come pulviscolo in un raggio di sole che ormai le era sfuggito tra le dita.
Alla fine si addorment, ma fece sogni inquieti e pieni di strane visioni. Si svegli nel cuore della notte e, girandosi per cercare un cuscino pi fresco, si accorse che il letto era vuoto.
Lui era in piedi; aveva aperto la finestra che affacciava a est, verso il mare. La luna doveva essere spuntata, perch entrava una luce che profilava con una linea argentea e fredda la sagoma dell'uomo. Era ancora nudo, ma portava la sua nudit in modo disinvolto e raffinato come il mantello porpora che aveva indossato durante il giorno.
Clea si alz. Pens di mettersi addosso la tunica o almeno il copriletto, ma poi si ricord che era una donna sposata in compagnia di suo marito, e inoltre l'aria fresca che entrava dalla finestra era piacevole. Gli si avvicin lentamente, si mise accanto a lui e si affacci. La luna aveva iniziato a salire in cielo e si rifletteva nel mare.
Torna a letto.  ancora notte, le disse.
Clea gli accarezz il petto con la mano. Le sue dita vagarono sulla spalla di lui e si fermarono sulla ferita a forma di croce che aveva sotto la clavicola. Quando si avvicinarono alla luce delle candele vide che aveva il corpo segnato dalle cicatrici, ma quella era la peggiore. Dicevano che quella freccia, che gli aveva attraversato il polmone, lo aveva tenuto vari giorni con un piede nel regno di Ade.
Ti fa male?
Quando cambia il tempo. Fece un mezzo sorriso, ma non la guard. Il suo sguardo era ancora perso a est. Come adesso. Ma in primavera  normale.
Clea si avvicin al suo corpo, lo abbracci alla vita, ma lui non reag. Non sembrava che gli battesse il cuore, o gli scorresse il fuoco sulla pelle, o gli venissero i brividi o i sudori. Saffo, Saffo, mi hai ingannata. Ma la colpa non era della poetessa o dei suoi canti nuziali, bens sua per essersi illusa.
Aveva sentito parlare di Alessandro da quando era bambina, quando arriv la notizia che il re di Macedonia aveva attraversato l'Asia senza prima essersi sposato n aver concepito un erede al trono. Anni dopo, quando lei e suo padre erano in esilio ai piedi dell'Etna, giunsero storie che facevano capire perch Alessandro avesse poca fretta di sposarsi; dicerie che parlavano del suo inseparabile Efestione e anche di un giovane persiano che aveva servito vari imperatori, che danzava come Tersicore e che superava in bellezza e fascino qualsiasi fanciulla, a tal punto che Alessandro lo aveva baciato davanti a tutto l'esercito.
Per questo, con grande delusione, Clea cap cosa poteva aspettarsi dal suo nuovo marito e cosa no. Alessandro era un gentiluomo e l'avrebbe sempre trattata bene. Ma, a parte l'indifferenza verso le donne, era un re che per ragioni di Stato si era sposato gi quattro volte; lei era solo la quinta moglie. In realt, pi che un re era un dio, il figlio di Zeus-Ammone, la divinit sul cui altare Clea si era sacrificata come una nuova Ifigenia.
Quel paragone le piacque, perch la colmava di una dolce amarezza. Come il condottiero acheo Agamennone aveva immolato la figlia Ifigenia per ottenere venti propizi verso Troia, cos suo padre Agatocle l'aveva sacrificata per consolidare la sua alleanza con Alessandro, che lo aveva aiutato a diventare prima tiranno di Siracusa e poi re.
Non essere cos drammatica, si disse. Lei almeno era ancora viva. E andare a letto con Alessandro non era stato cos terribile come sentire il filo della scure sul collo.
Estraneo ai sogni e ai pensieri della giovane moglie, il re di mezzo mondo continuava a guardare il mare.

Cosa c' a est?, gli chiese Clea. Qualcuno che hai perso?, pens. Efestione?
Niente. Il passato, rispose lui.
Clea non sapeva come farsi guardare. Sopra un tavolino c'era una caraffa di vino. Ne vers un po' in un calice di vetro e lo porse ad Alessandro. Finalmente la guard, ma scosse la testa.
No. Grazie, Agatoclea. Il vino offusca le idee. Le poggi un istante le mani sulle spalle e la baci sulla fronte. Devo andare.
Manca ancora molto all'alba. Non dormi un altro po'?.
Alessandro si stava gi mettendo la tunica. In pochi secondi si vest, risparmiando tempo e movimenti come solo un soldato abituato a uscire dalla tenda in piena notte sapeva fare.
I miei nemici non dormono mai, disse mentre si allacciava i sandali. Quando chiudo gli occhi, qualcuno in qualche angolo del mio impero fa progetti su come ribellarsi contro di me. Tutti devono avvertire lo sguardo di Alessandro.
Eccetto tua moglie, pens lei, mentre lui usciva dalla porta e se la richiudeva alle spalle. Da allora non lo aveva pi visto.
Clea sospir. Continuava a sentire dentro di s quel fastidio di un arco che non tira. Abbass lo sguardo verso il papiro. ...Dove corri, Aretusa?.... Aveva continuato a copiare quasi senza pensare, e per colpa dell'oscillare della nave aveva fatto un piccolo sbaffo su un'alfa. Decise di porre fine alla sessione di scrittura; stava usando papiro saitico ungendo il retro con olio di cedro, e non era il caso di sprecare un materiale cos costoso.
Aveva caldo, forse per colpa delle immagini che si affollavano nella sua mente. L'aria della cabina era soffocante, nonostante la finestra fosse aperta. Richiuse il polittico e arrotol il papiro, per poi riporli entrambi nello stesso baule in cui c'erano le sue letture per Poseidonia. Il padre aveva insistito perch portasse con s gli autori siciliani pi famosi: Filisto, Corace e quel noioso di Gorgia, il sofista vissuto pi di cent'anni e i cui discorsi aveva dovuto studiare mille volte. A Clea piaceva solo l'Encomio di Elena, soprattutto quando Gorgia discolpa l'eroina per essere andata a Troia: Se Amore  un dio che possiede il potere divino degli di, come potrebbe respingerlo un essere inferiore? E se  un'infermit umana o una debolezza della mente, non deve essere condannato come peccato, ma perdonato come sventura. Clea, senza saperlo, era vittima della malattia di Eros. Per non era innamorata di nessuno in concreto, nemmeno del marito col quale si sarebbe incontrata a breve. No, lei era innamorata dell'amore.
Chiuse il baule di colpo e si alz per fare una passeggiata. Ovviamente era impensabile uscire da sola dalla cabina. Vedendo che Clea apriva la porta, Ada, la sua nuova dama di compagnia macedone, si precipit da lei. E dietro Ada accorsero altre due schiave, oltre a sei guardie del padre, uomini siculi e dorici grandi come armadi che, ogni volta che incrociavano un soldato macedone, camminavano con il mento all'ins e lo sguardo di sfida.
Quando sal in coperta, Clea alz lo sguardo. Ebbe quasi un capogiro vedendo l'altezza dell'albero maestro: pi di cento cubiti fino alla punta su cui sventolava il gagliardetto con la stella degli Argeadi, la dinastia macedone. Istintivamente, allung la mano per appoggiarsi a Ada e guard in avanti, verso la prua di tribordo. Ancora non le girava la testa, ma non si sentiva molto sicura.
A bordo dell'Anfitrite viaggiavano quasi duemila persone tra rematori, soldati, membri dell'equipaggio e passeggeri. Non era strano che la coperta fosse piena di gente e che bisognasse avanzare poco a poco scansando le persone per arrivare fino a prua. I soldati si ammassavano ai bordi per non intralciare il lavoro dei marinai. La nave, su cui viaggiavano oltre cinquecento opliti suddivisi in due compagnie di fanteria di sarisse, gli arcieri e gli addetti alle dieci catapulte, trasportava pi di seicento soldati. Ora che la situazione di Siracusa sembrava stabile, quelle truppe tornavano a Poseidonia, la nuova base operativa di Alessandro per l'assalto alla Campania: la regione pi fertile d'Italia, la stessa in cui i romani gli avevano proibito di mettere piede, altrimenti lo avrebbero attaccato con le loro legioni.
L'Anfitrite era la prima nave da guerra costruita a mo' di pontone, con due scafi paralleli uniti da un'enorme piattaforma che faceva da coperta e che come mezzi di propulsione aveva tre vele e ottocento rematori. Presto ce ne sarebbero state altre come quella. Nel porto grande di Siracusa, gli ingegneri di Alessandro e Agatocle stavano costruendo altri due titani dei mari. Seguendo l'esempio dei costruttori navali di Rodi, che non permettevano a nessuno di avvicinarsi ai cantieri, lavoravano dietro enormi palizzate, al riparo da sguardi indiscreti; fino a quel momento avevano eliminato varie spie nonch i carpentieri fenici, perch avevano la lingua un po' troppo sciolta ed erano pi fedeli ai loro parenti cartaginesi che al loro signore Alessandro.
L'Anfitrite e le sue future sorelle erano un progetto personale del re macedone, che lo aveva finanziato di tasca sua e aveva affidato l'impresa ad Aristobulo, suo ingegnere capo. All'inizio tutti opposero mille obiezioni, ma l'entusiasmo di Alessandro fin per contagiarli, perci, quando salp per l'Italia, continuarono a lavorare come se il re in persona avesse supervisionato i lavori.
Non sar molto manovrabile, aveva obiettato Agatocle quando stavano per varare l'Anfitrite.
Certo, gli rispose Aristobulo. Ma non si tratta di una trireme progettata per speronare.  contemporaneamente una fortezza galleggiante armata di macchine d'assedio e una nave da trasporto.
Con queste dimensioni sar esposta agli attacchi di altre navi pi piccole.
Per questo ci sono le catapulte e la flotta di scorta. Ti assicuro che nessuna nave nemica si avviciner all'Anfitrite, insist l'ingegnere.
Quel giorno l'Anfitrite navigava verso nord-ovest come una grande bestia marina, una gigantesca balena circondata dai suoi cuccioli. Clea guard verso tribordo. A pi di trecento cubiti da loro, mantenendo una giusta distanza, c'erano le panciute navi da trasporto che portavano cavalli, provviste e altri soldati per Alessandro. Ancora pi in l, all'esterno del cerchio, viaggiavano le navi da guerra: cinque quinqueremi e dieci triremi per ogni lato, che non arrivavano neanche a un terzo della lunghezza dell'Anfitrite. Se il mare era calmo, usavano i remi come grandi centopiedi acquatici, ma da quando avevano salpato da Siracusa due giorni prima il vento era stato favorevole e quasi non se ne erano serviti. Quel giorno il mare era un po' mosso, con onde lunghe che, nell'incresparsi, formavano come delle pecorelle bianche, ma Clea ancora non aveva la nausea e sperava che ormai non le sarebbe pi venuta. Le acque erano pi grigie che azzurre, perch il cielo era sporco, e il litorale della Lucania, la regione del Sud Italia che stavano costeggiando, si percepiva appena come una macchia allungata.
Accompagnata da un piccolo seguito, Clea continu la sua passeggiata fino a prua, aggirando i gruppi di soldati che giocavano agli aliossi, a dama, a biglie e, soprattutto, a dadi, tra grida, risate e sonori colpi di bussolotti in coperta. Alcuni si esercitavano nella lotta, anche se era pi una pantomima a causa della mancanza di spazio. Dovettero anche schivare le catapulte: ce n'erano cinque a babordo, cinque a tribordo e una a ogni prua; alcune lanciavano frecce di cinque cubiti e altre scagliavano pietre di circa due talenti. Gli addetti che se ne occupavano, quattro uomini per macchina, si dedicavano a lucidare le parti metalliche e a ingrassare le corde spesse dei meccanismi di torsione, intrecciate con capelli umani; Alessandro doveva vedere le catapulte nuove come appena uscite dall'arsenale. Clea non era particolarmente abituata alle armi, ma sin da piccola aveva sentito suo padre parlare di tattiche, strategie e macchine da guerra, e alla fine aveva sviluppato una certa curiosit per quei giochi da uomini.
Quando passarono sotto l'artimone, Clea non pot resistere alla tentazione di guardare in alto ancora una volta, nonostante le vertigini. L, nella coffa, un marinaio scrutava l'orizzonte, a un'altezza paragonabile a quella del torrione di Ortigia che si affacciava sul porto vecchio di Siracusa.
Da far venire le vertigini, vero?, disse qualcuno alle sue spalle.
Clea si volt. Seduto su un rotolo di canapo c'era Nestore, arrivato da Alessandria qualche giorno prima, in tempo per unirsi alla flotta che viaggiava verso Poseidonia. Senza aspettare una risposta, il medico torn con lo sguardo a quello che stava scrivendo. Ci che attir l'attenzione di Clea fu che, invece di usare un rotolo di papiro, utilizzasse pezzi di pelle conciata tagliati a quadrati e cuciti con il filo agli angoli superiori. Quando finiva di scrivere su un lato, girava la pelle per scrivere sull'altro. Clea si avvicin di pi, nonostante i versi ammonitori di Ada, che si affannava a seguirla con l'ombrellino per proteggerla dalla canicola. Il testo le risult illeggibile; il dottore scriveva a una velocit indiavolata senza alzare il calamo.
 egizio?, gli domand.
Lui alz lo sguardo e aggrott la fronte come se stesse pensando alla risposta. Clea non lo aveva mai visto cos da vicino. Aveva i capelli biondi, talmente chiari che quelli bianchi sembravano fili d'oro dipinti d'argento. I suoi occhi erano azzurri come l'acqua di una spiaggia con la sabbia bianca. Non sembrava greco, anche se vestiva come tale.
Egizio?, rispose. No. Anche se vivessi tre vite non sarei capace di imparare n la lingua n la scrittura.
Allora cos'?
Signora, intervenne Ada, credo che dovremmo....
Zitta, l'aggred Clea. Non vedi che sto parlando? Allontanati un po'.
Nestore le avvicin il libro che aveva creato. Sembrava pratico come il suo polittico di tavolette di cera e molto pi comodo di un papiro da arrotolare e srotolare.
 greco. Lo stesso greco che parli tu. Pi o meno. E uso la lingua comune, non il dorico.
So parlare la lingua comune, disse Clea, dilatando un po' le narici e pronunciando ten koinn invece di ten koinn, come avrebbe fatto nel dorico di Siracusa.
Non ne avevo dubbi.
Ma questo non  greco. Nessuno scrive cos. Adesso che lo dici, questa sembra una beta, ma ha molte curve.
Lui si strinse nelle spalle.
Ho sempre scritto cos. Lasciando uno spazio tra le parole, riesco a leggere pi velocemente e a prima vista, disse mentre girava delle pagine. Ti mostro una cosa che ho scritto l'altro ieri, per farti vedere che non imparo a memoria. Mise l'indice sulla parte superiore del foglio e inizi a leggere con la stessa velocit con cui parlava: L'Anfitrite misura duecentocinquanta cubiti di lunghezza e centodieci di larghezza.  costruita su due scafi paralleli uniti da una coperta sostenuta su grandi travi di rovere. In ognuna delle fiancate esterne ci sono cento remi disposti su due livelli, e per ogni remo vogano quattro rematori, per un totale di quattrocento uomini a babordo e altri quattrocento a tribordo, pi duecento rematori di riserva. Ha due chiglie, una per ogni scafo, e per ognuna sono stati usati dieci tronchi d'olmo rinforzati da finte chiglie di rovere. Ci sono due speroni di bronzo con....
Fai la spia per Cartagine? Perch ti appunti tutte queste cose?.
Nestore richiuse il quadernino e scroll le spalle.
Tuo marito mi paga bene. Ho una dimora ad Alessandria, un'altra a Babilonia in cui non vado da cinque anni e una casa pi piccola sull'isola di Thera, la pi bella di tutte. Perch dovrei passare dalla parte del nemico?.
Stavolta fu lei a fare spallucce.
La gente fa cose molto strane.
Sono un medico. Lo so.
Clea scoppi a ridere. In quanto figlia di Agatocle, la gente non le parlava mai cos, e ancor meno da quando era diventata la sposa di Alessandro. Era divertita.
Se non sei una spia, perch prendi tanti appunti?, insist.
Per curiosit. Questa nave  una meraviglia dell'ingegneria, anche se con uno scafo cos lungo non sono molto convinto che non finisca per dividersi tra due onde come un filone di pane duro. Se prendo appunti  perch mi fido pi di questo, diede un paio di colpetti al quadernino con il calamo, che di questa, concluse indicandosi la testa. Platone dice che la scrittura  una falsa sapienza, ma preferisco questa falsa sapienza a confidare solo nella mia memoria.
Hai preso molti appunti?
Abbastanza, rispose. Conservo molti quadernini come questo. Sulla tua isola ho annotato molte cose. Torn a voltare le pagine fino ad arrivare all'inizio. Alla lunga, la cenere dell'Etna  benefica per il terreno. Le radici e i frutti che produce una terra di cenere sono cos nutrienti da far ingrassare il bestiame, tanto che i padroni devono fargli dei tagli sulle orecchie per farle sanguinare affinch non soffochino. Perlomeno  quello che dicono i contadini.
Il medico ripose il quadernino e la tavola su cui poggiava in una sacca e si alz in piedi. Clea ricord quanto fosse alto quell'uomo. Non gli arrivava nemmeno alla spalla.
Il salasso  un'usanza stupida. Non la capir mai. Dopo la battaglia di Mantinea vidi uno spartano che si stava dissanguando per colpa di una lancia nella coscia. Il chirurgo gli annod un laccio sotto l'inguine, e quando riusc a fermare l'emorragia, cosa credi che fece? Due tagli alla caviglia per farlo sanguinare! Non si sa mai, mi disse. Lo uccise, ovviamente. Meno male che all'epoca gli spartani non stavano dalla nostra parte.
Siccome parlare di sangue le faceva venire il voltastomaco, cambi argomento.
Anche io stavo scrivendo fino a poco fa, disse d'impulso. Ma non erano appunti.
Ah, no? E allora cos'era?
Poesia. Non sono veloce come te a leggere, quindi io s che devo imparare a memoria quello che scrivo.
Uhm.... Nestore rimase qualche secondo a pensare; all'improvviso sembr aver capito cosa doveva rispondere. Per favore, puoi recitarmela? Sarebbe un onore.
Be', non ho ancora finito di comporla, ma....
Clea avvert alle sue spalle lo sguardo severo di Ada che la fissava. Si volt verso di lei e le fece segno di allontanarsi un altro po'. Poi, a bassa voce per farsi sentire solo dal dottore, recit la storia di Aretusa, la ninfa consacrata ad Artemide che non voleva sposarsi. Un giorno, mentre faceva il bagno nuda, il cacciatore Alfeo si innamor di lei e la insegu. Aretusa fugg da Alfeo e preg la dea vergine di salvarla, infatti lei, per nasconderla, la trasform in una fonte d'acqua fresca. Ma Alfeo non si lasci ingannare e le corse dietro.
Aretusa torn a supplicare Artemide, che la condusse nell'oltretomba e la guid per le tenebrose gallerie che le aveva mostrato la sorellastra Persefone, la dea infernale. Dopo un viaggio attraverso le profondit della terra, uscirono dal lato opposto del mare, sull'isolotto di Ortigia, di fronte alla costa a est della Sicilia. Ma nemmeno cos Aretusa si liber dell'amore di Alfeo, perch questi era diventato un fiume: si precipit in quegli stessi tunnel, arriv fino in Sicilia e finalmente abbracci la ninfa. E da allora le acque del fiume Alfeo e della fonte Aretusa sono un tutt'uno e lo saranno fino alla fine dei tempi.
Dopo aver concluso, Clea riprese fiato. Per il nervoso aveva recitato con voce troppo svelta e spezzata, si era mangiata un paio di sillabe lunghe e una dieresi, ma Nestore applaud in sordina.
Brava! Bella storia. A seconda del punto di vista pu essere triste o allegra.
Per me  triste, disse Clea, guardando verso il mare. Per qualche ragione, le si erano riempiti gli occhi di lacrime e non voleva che lui la vedesse. Racconta di come noi donne non possiamo mai scegliere chi amare e dobbiamo sempre fare quello che vogliono gli uomini.
Dovresti essere contenta. Hai sposato l'uomo pi importante del mondo, le aveva risposto la sua amica Mira quando le aveva detto la stessa cosa. Si aspettava un commento simile da Nestore, ma il medico si limit a scrollare le spalle.
Cos  la vita. Adesso....
Sembrava che desse per terminata la conversazione, ma Clea non voleva tornare in cabina n sopportare le stupidaggini di Ada, cos disse:
Sai che la leggenda di Aretusa  vera?
Come tutte le leggende, certo. A cosa ti riferisci?. Il dottore si sedette di nuovo sul rotolo di canapo, perch il suo viso fosse alla stessa altezza di Clea.
Io lo so perch sono cresciuta vicino alla fonte Aretusa. L'acqua che scorre dalla fonte  la stessa del fiume Alfeo.
Non sembra troppo verosimile. L'Alfeo sta nel Sud della Grecia, piuttosto lontano dalla Sicilia.
Ma  vero. Ci sono prove evidenti. Mio padre mi ha raccontato che tempo fa apparve nella fonte un calice d'oro che avevano gettato nel fiume a Olimpia. E ogni quattro anni le acque si intorbidiscono, proprio dopo il sacrificio dei buoi per l'inaugurazione dei giochi olimpici.
Sono senza dubbio prove inconfutabili.
Clea si arrabbi un po'. La infastidiva l'ironia condiscendente del medico.
Vedo che non mi credi. Ma lo sanno tutti che il sottosuolo della Sicilia  traforato da mille condotti dai quali emergono le acque termali in luoghi come Selinunte o Segesta. Non  cos strano che in questo labirinto di tunnel le acque di Alfeo trovino la strada fino alla fonte di Aretusa.
A me non  sembrato di vedere che le acque dell'Alfeo sprofondassero sotto terra alla sua foce. Ma supponiamo che lo facciano e che viaggino sotto il mare a mille o duemila cubiti di profondit. Come fanno a risalire?  logico che l'acqua scenda per effetto del proprio peso, ma perch salga di nuovo in superficie ci vuole una forza misteriosa che nessuno conosce. Sicuramente Aristotele non sarebbe d'accordo con queste stranezze che vanno contro le leggi della natura.
Conosci il fiume Alfeo? Sei stato a Olimpia?.
Lui annu con un'espressione paziente. Clea sapeva che lo stava assillando con i suoi cambi di argomento, ma ancora non voleva che quella conversazione terminasse.
Io non sono mai uscita dalla Sicilia, si affrett ad aggiungere. Com' Olimpia? La statua di Zeus  grande come dicono?
Non quanto il bronzo di tuo marito al porto di Alessandria, anche se alla penombra del tempio  impressionante, come se davvero ti trovassi davanti alla divinit. La citt  molto piccola, poco pi di un borgo, ma si trova in una valle molto bella ombreggiata da querce, pioppi e olivi selvatici. Un luogo semplice e incantevole. Se potessi scegliere, non mi dispiacerebbe viverci.
Clea pens che nemmeno il dottore, come tutte le persone intorno ad Alessandro, facesse quello che voleva. Se neanche qualcuno di cos intelligente e sicuro di s come Nestore, che oltretutto era un uomo, poteva essere libero, che speranze aveva? Cerc di scacciare quel pensiero deprimente.
C'eri ai giochi?
S. Fu quando le quadrighe di Alessandro si accaparrarono i primi tre premi, un'impresa che super persino quella del grande Alcibiade. Con dei cavalli arabi che nemmeno all'epoca di Alcibiade si conoscevano. Nestore si gratt il mento e aggiunse con noncuranza: Io invece arrivai secondo.
Secondo? In cosa?
Nella prova di dlichos.
Clea aggrott la fronte e calcol l'et di Nestore. Era sicuramente pi grande di Alessandro. Non aveva l'et per competere con i giovani atleti. Vedendola scettica, il medico aggiunse:
 una corsa di ventiquattro stadi, la prova pi lunga dei giochi olimpici. La resistenza  una qualit che aumenta con l'et, sempre che venga allenata. Io percorro tutti i giorni pi di cinquanta stadi. Con gesto che indicava tutta la coperta, aggiunse: Eccetto quando sto in un posto affollato come questo.
A Clea venne in mente qualcosa, ma quando stava per dirlo arross un po' e si port la mano alla bocca.
Cosa?, domand Nestore. Non mi credi?
Non  questo. Clea scoppi in un risolino.  vero che gli atleti corrono... nudi?, chiese in un sussurro.
Clea arross ancora di pi. Le faceva rabbia che le succedesse, perch con i capelli rossi e la pelle chiara le era impossibile nascondere il rossore. Guard con la coda dell'occhio Ada, che fece girare l'ombrellino sulla testa e alz gli occhi al cielo.
Il medico le rispose sempre in un sussurro e guardandola fisso.
Alcuni s, altri no. Io, personalmente, preferisco farlo in peri-
zoma.
A Clea sfugg un sospiro quasi di sollievo. Il medico continu a parlare, forse per correre in suo aiuto.
Avrei potuto vincere quella gara, ma non era mia intenzione conquistare la gloria. Essere il dottore di tuo marito mi d gi ricchezza e celebrit. Non ho bisogno che la mia patria mi dia da mangiare gratis per il resto della vita. Soprattutto, aggiunse a denti stretti, perch non so qual .
Cosa vuoi dire?.
Nestore scosse la testa. Ovviamente si era pentito di aver parlato troppo del premio e voleva cambiare argomento.
Uhm... Ecco che arrivano quei brutti ceffi.
Clea si volt. Si stava avvicinando suo zio Callia, il fratello della defunta madre di Clea. Stava discutendo di qualcosa con Ermolao, il capitano della nave, un tarantino tozzo e barbuto che diceva di conoscere le acque del Sud Italia come le proprie tasche, e con Sofocle, l'ufficiale macedone a capo delle truppe di fanteria.
Quando vide Clea in coperta che parlava con un uomo, Callia storse il naso. Aveva le gambe storte, le spalle strette e il mento sempre all'ins come se volesse menare qualcuno.
Chi sei tu?, proruppe senza troppi preamboli, rivolgendosi a Nestore. Che cosa ci fai a parlare con la sposa di Alessandro?.
Clea si tapp la bocca per non rispondere, perch era curiosa di vedere come avrebbe reagito Nestore. Lo guard con la coda dell'occhio e cap a cosa stava pensando Callia. La tunica del dottore, anche se era di un buon lino, aveva i bordi sfilacciati; il cuoio screpolato della cintura e dei sandali reclamavano un rimpiazzo; quanto al cappello di paglia, sembrava che lo avesse mordicchiato una capra.
Alessandro, disse Nestore, socchiudendo gli occhi. Mi suona il nome. Ti riferisci al re macedone a cui qualcuno salv la vita a Babilonia? Ora che mi ricordo, sono stato io a salvargliela. Come ho potuto dimenticarlo, dal momento che mi ha nominato Compagno Reale per ricompensarmi!.
Callia rimase a bocca aperta e a mento all'ins; era evidente che gli fosse rimasta la voglia di dire qualcosa di cattivo, ma non gli venne in mente niente. Sofocle accorse in suo aiuto.
Callia, ti presento Nestore, il dottore.
Nestore, il dottore, disse Callia a fior di labbro, senza per riuscire a emettere neanche un suono. Poi si limit a salutarlo con un'inclinazione sbrigativa della testa e afferr il braccio di Clea.
Posso parlare con te, nipote?, disse, tirandola.
Clea si scroll di dosso la sua mano, ma i soldati della scorta dello zio si erano messi alle sue spalle e camminavano quasi spingendola verso poppa cosicch non pot salutare Nestore.
Si pu sapere che ci fai in giro da sola in coperta?, la rimprover Callia, avvicinandosi talmente tanto da sputacchiarle addosso. Clea si allontan leggermente.
Ma hai visto che non ero sola.
 uguale. Non  una condotta decorosa. Ora sei la moglie di Alessandro!.
Lo hai detto tu, zio. Sono la moglie di Alessandro.  lui che deve controllarmi, non tu.
Per adesso, e finch non ti lascio con lui, tuo padre mi ha incaricato di occuparmi di te. Non te lo scordare e comportati come una signora. Se non lo sai fare, fatti aiutare dalla tua schiava, che ha pi buon senso di te.
Erano arrivati davanti al cassero di poppa. Clea si volt verso Callia e gli ficc il dito nel petto.
 l'ultima volta che mi metti in ridicolo in questo modo. Non lo permetter pi. E quando arriveremo a Poseidonia, non voglio saperne pi niente di te.
Lui spalanc i suoi occhi da rospo e finse un brivido che gli fece tremare la pappagorgia.
Oh, ha parlato la sposa reale! Se hai idea di cosa ti conviene, nipotina, cerca di comportarti bene con me, perch ti sentirai molto sola a Poseidonia. Non lo sai cosa ti aspetta? Alessandro non ha mai badato molto alle proprie mogli, e per giunta tu sei solo la quinta. O la sesta? Ho perso il conto del suo harem.
Con questo si volt e la lasci alla porta della cabina. Clea si morse il labbro e respir a fondo.
S, lo sapeva cosa l'aspettava. Era ben informata sulla grande famiglia di cui era entrata a far parte. Alessandro aveva un figlio con Rossane la battriana, la prima moglie che aveva sposato: Alessandro Ego. Con Statira la persiana, un altro maschio, Ciro Aminta. Con Kumardevi, la sorella del re indio Chandragupta, una bambina chiamata Orestia. E Nebet, figlia dell'ultimo faraone d'Egitto, aveva appena avuto due gemelli, Filippo e Cleopatra. Senza dimenticare il maggiore di tutti, Eracle, figlio di Barsine, che Alessandro ave-
va finito per riconoscere anche se non aveva mai voluto sposare la
madre.
Alessandro avrebbe almeno voluto dei figli con lei o, considerando che di rampolli maschi ce n'erano pi che a sufficienza per creare problemi dinastici, l'avrebbe lasciata sola e umiliata? Clea pens che forse la cosa migliore fosse che l'Anfitrite naufragasse e che portasse affondo con s anche la sua triste e disgraziata vita.
Quando Callia e Clea se ne andarono, Nestore rimase a parlare un po' con Sofocle ed Ermolao. Quest'ultimo non faceva altro che alzare gli occhi al cielo e schioccare la lingua.
Dovremmo essere vicini alla terraferma ormai.
Perch? Che succede?, chiese Sofocle.
Anche Nestore trov strana quella fretta. Non era ancora mezzogiorno, e di solito navigavano finch il sole non iniziava a sparire a ovest. Per il momento, il vento era stato favorevole e aveva soffiato da sud, anche se gli etesi che dominavano in quella zona venivano perlopi da nord-est. Si erano a malapena serviti dei remi e le traversate erano state lunghe: il primo giorno avevano attraccato a Reggio, all'uscita dallo stretto che separava la Sicilia dall'Italia, e l'ultima notte l'avevano passata nella piccola citt mineraria di Temesa.
A costo di metterci un giorno in pi, dobbiamo passare la notte a Cirella, disse il capitano, indicando verso tribordo, dove si intravedevano delle cime tra la nebbia bianchiccia che intorbidava l'aria. A nord di quelle montagne, la valle del fiume Laus si estende fino al mare e alla sua foce si apre su una spiaggia molto ampia.  un buon posto dove attraccare.
Non se ne parla!, esclam Callia, che era tornato. Dopo aver spinto alcuni marinai per farsi strada e aver lanciato una breve occhiata di ostilit a Nestore, disse a Ermolao: Proseguiamo, e stanotte stessa arriveremo a Poseidonia. Alessandro rimarr impressionato quando vedr che ci abbiamo messo solo tre giorni! Facciamogli vedere che le navi fabbricate a Siracusa sono veloci come un fulmine.
Ermolao non sembr gradire quel commento, nonostante non fosse siracusano e nemmeno siciliano.
Sarebbe bene non menzionare Zeus nel regno di suo fratello, e ancor meno parlare di fulmini in alto mare.
Nestore alz lo sguardo verso le enormi vele di lino, rinforzate con pelle di iena che, a quanto pareva, allontanava i lampi, e data l'altezza degli alberi conveniva avere una protezione contro l'arma principale del signore dell'Olimpo.
Per quale dannato motivo vuoi attraccare?, chiese Callia. C' per caso qualche puttanella ad aspettarti a terra?.
Ermolao respir a fondo prima di rispondere.
Passata la citt di Cirella, la costa  molto pi scoscesa e sar difficile trovare una spiaggia abbastanza grande per l'Anfitrite e il resto della flottiglia.
Adesso il vento  favorevole, disse Callia. Che succeder se non lo sfruttiamo oggi, e domani cambia iniziando a soffiare da prua? Ci metteremo quattro o cinque giorni in pi ad arrivare. E ci far una brutta figura!.
Sarebbe peggio finire in fondo al mare, disse Ermolao in tono lugubre. Non mi piace per niente questa foschia. Se il libico inizia a soffiare forte davvero, ci pentiremo di non esserci rifugiati in qualche porto.
Non fare il codardo. Questa nave non la potrebbe affondare nemmeno Poseidone.
Attenti a sfidare gli di, disse Sofocle. Un paio di marinai che facevano finta di sistemare delle cime per origliare la conversazione si toccarono i testicoli per scacciare la sfortuna.
Sono il capitano di questa nave, disse Ermolao, aggrottando le folte sopracciglia, e la mia preoccupazione principale  la sua sicurezza.  la sua prima traversata e ancora non sappiamo fino a che punto una struttura cos pesante possa resistere a una forte mareggiata. Vorresti far affondare un investimento di trecento talenti?.
Quasi due milioni di dracme, calcol Nestore. Per intervenire nella discussione, comment:
Io mi fiderei di lui. Come ha detto,  il capitano.
Callia si volt verso il dottore e stava sul punto di ficcargli un dito nel petto, ma ci ripens e si limit ad agitare l'indice in aria.
Quando vorr la tua opinione, Compagno, te la chieder. Poi si rivolse a Ermolao: S, tu sarai pure il capitano, ma Agatocle ha affidato a me il comando della spedizione, e ti dico sin da ora che non permetter che venga rovinato il viaggio inaugurale di questo mostro dei mari solo perch tu sei un pusillanime. Al tramonto l'Anfitrite entrer con tutte le sue lanterne accese nel porto di Poseidonia, e non se ne parli pi!.
Nestore si mise ad annotare dei dati in pi sull'Anfitrite mentre beveva una caraffa di vino acquoso. Il suo servo, Boeto, che nonostante il nome non veniva dalla Beozia bens dalla Focide, gli mise davanti un vassoio di datteri dell'Egitto e pane e formaggio di capra della Sicilia. Boeto era pi grande di lui, un brontolone che camminava un po' ricurvo e si lamentava sempre della schiena, ma non accettava mai le cure di Nestore. Non era il suo schiavo, anche se molti lo pensavano. Quando trovarono Nestore disteso nella sala dell'oracolo di Delfi, Boeto lavorava come addetto alla manutenzione del tempio. Poi, siccome non aveva figli e non andava d'accordo con la moglie e le sorelle (sia di lei che di lui), si era offerto, davanti alle autorit dell'anfizionia, di accompagnarlo nel lungo viaggio a Babilonia e di aiutarlo a compiere il destino che Apollo sembrava gli avesse affidato.
Stavano insieme da allora. A oltre cinquant'anni, Boeto aveva scoperto il piacere di fare praticamente quello che voleva, perch Nestore era un padrone poco esigente. Inoltre poteva evitare di parlare se non gli andava, poteva vedere il mondo, ma soprattutto, dato che alla sua et era diventato un vero puttaniere, poteva andare con tutte le prostitute che voleva.
La nave si agita sempre di pi, comment. La cosa che gli piaceva meno dei viaggi era navigare; due anni prima avevano affrontato una traversata molto accidentata da Rodi a Tera e ancora se ne ricordava.
 possibile che dopo si muova ancora di pi. Ti raccomando di mangiare delle gallette per riempire lo stomaco. Cos avrai qualcosa da vomitare.
Boeto bofonchi qualcosa di incomprensibile e usc dalla cabina. Non c'era persona al mondo che desse meno retta di lui ai consigli medici di Nestore.
Il dottore continu a scrivere mentre mangiava il suo spuntino. Annotava tutto di continuo perch aveva paura di perdere di nuovo la memoria e che tutto quello che aveva vissuto negli ultimi sei anni, che per lui erano gli unici della sua vita, sfumasse. Ignorava la sua et, ma calcolava di poter rasentare i quarantacinque. Quanti anni potevano restargli? Quindici, venti, venticinque se aveva molta fortuna? In ogni caso, il vuoto oscuro e sconosciuto che gravava sulle sue spalle era molto pi grande di quello che lo aspettava. Sentiva che gli di gli avevano rubato la maggior parte della vita; perci quando si svegliava la mattina la prima cosa che faceva era passare rapidamente in rassegna i sei anni che teneva da conto e verificare che non avesse perso anche quelli. Sono Nestore, si ripeteva, e siccome non poteva aggiungere come segni d'identit figlio di tizio n nativo di tale citt, aggiungeva: Sono il dottore di Alessandro, l'uomo che gli ha salvato la vita a Babilonia.
Per questo non si limitava a prendere appunti su quello che vedeva, ma scriveva commenti su quello che lui stesso faceva, le persone che conosceva e le conversazioni che teneva con loro. Fondamentalmente, era un osservatore. Che cos'altro poteva essere qualcuno senza radici? La gente della sua et passava pi tempo a rivivere il passato che contemplare il presente; lui non godeva di quel lusso. E se il problema fosse stato una malattia che nemmeno lui sospettava di avere e la sua amnesia fosse tornata a verificarsi, almeno avrebbe potuto consultare i suoi quaderni e sapere chi era stato negli ultimi sei anni.
In quel momento scrisse della giovane con cui aveva appena parlato. Agatoclea. A lei non piaceva il suo nome e quando discuteva con l'istitutrice insisteva che la chiamasse Clea; Nestore lo sapeva perch le paratie della nave non permettevano la discrezione.
Prima la defin: occhi verdi, capelli rossi come il rame, naso all'ins e guance lentigginose. Un po' troppo magra per considerarla bella, anche se a Nestore non importava; l'opulenza non era di suo gradimento. Vivace, un po' sbadata, orgogliosa e scontrosa. Non smetteva di vederla come la consorte del grand'uomo. Sarebbe cambiato qualcosa? Suo padre, Agatocle, era un monarca finto, un uomo che era stato vasaio prima di diventare tiranno e che poi si era autoproclamato re. Un tipo intelligente, senza dubbio, ma che non aveva nel sangue quella distinzione che Alessandro aveva succhiato con il latte da piccolo, e che riusciva da diverso tempo a faticare poco ed essere obbedito. Questo si notava in sua figlia. Mentre parlavano, Nestore l'aveva vista un paio di volte fare finta di niente mentre si grattava il fianco, e anche pi in basso: non si sarebbe mai immaginato di veder fare cos le altre spose reali, come Nebet, Statira, l'incantevole Barsine e persino la barbara Rossane.
Forse Clea avrebbe imparato a essere solenne e regale, a non grattarsi il fondoschiena, a non rivolgersi agli altri senza che le fosse richiesto n fare domande inopportune. Ma sarebbe stato un peccato se avesse perso quella deliziosa spontaneit, si disse Nestore, e si riemp il calice. Sono Nestore, il dottore di Alessandro, l'uomo che gli ha salvato la vita a Babilonia.
Si svegli con la bocca impastata, disteso sul letto. Non si era tolto nemmeno i sandali. Si mise seduto e controll se la caraffa di vino fosse per terra; ma la macchia sul tappeto era troppo piccola, il che voleva dire che il resto se lo era bevuto lui. Si alz disorientato, senza sapere che ora potesse essere. La nave si muoveva molto pi di prima, e al di sopra degli scricchiolii del legname si poteva sentire il grave fragore dell'acqua e l'inquietante sibilo del vento.
Nestore entr in bagno per orinare l'eccesso di vino. Era la prima volta che viaggiava su una nave in cui le cabine, anche solo quelle dei passeggeri d'onore, avevano latrine private. Poi buss alla porta del bugigattolo di Boeto per dirgli che sarebbe uscito, ma gli rispose solo il russare del domestico.
Questo ha bevuto pi vino di me, si disse, e schiocc la lingua. Non era una buona tattica contro la nausea.
Usc sul corridoio. Le paratie erano di legno, ma le avevano dipinte con lo stucco, mentre le travi, dorate e intagliate con scanalature, sembravano le colonne di un tempio. Tutto il pavimento era ricoperto di tappeti e ogni due passi c'erano lampade di bronzo appese al soffitto. Nestore pens che forse Alessandro avesse ordinato di far andare l'Anfitrite a Poseidonia per ricevere a bordo gli ambasciatori romani, impressionarli con il lusso e la grandezza della nave e convincerli cos ad arrivare a un accordo per le terre della Campania.
Aguzz le orecchie. Pi in basso suonava un rimbombo ritmico e grave: il tamburo per i rematori. Perci i remi li stavano usando alla fine. Decise che sarebbe stato interessante vedere come funzionavano.
Quando scese per la scala, un soldato gli diede l'alt, ma il compagno a fianco gli disse Alexandru bilos,  amico di Alessandro, con quel modo cos peculiare che avevano i macedoni di cambiare la f in b, e lo lasci passare.
La prima sensazione che assal Nestore fu quella del sudore appiccicoso e soffocante, mischiato al fetore pungente di urina. La coperta era strapiena. Alla destra di Nestore, sul fianco di babordo, i remi si succedevano fino a perdersi nella penombra della zona di prua, e per ognuno vogavano quattro uomini coperti solo da un perizoma e attaccati gomito a gomito. Diversamente dalle triremi, in cui ogni uomo si occupava di un solo remo e lo maneggiava restando seduto sul banco, qui era obbligatorio che i rematori si alzassero in piedi, perch quanto pi lontani stavano dal fianco della nave, maggiore diventava il movimento che dovevano fare per spostare il remo. L'Anfitrite aveva remi talmente lunghi e pesanti che, per bilanciarli, avevano zavorrato con il piombo il lato interno. Era l che stavano i vogavanti, rematori con molta esperienza in triremi e altre navi da combattimento, che dirigevano i movimenti dei compagni e in cambio guadagnavano il doppio di loro. Per muovere il remo dovevano mettersi in piedi, avanzare e salire su un piccolo gradino che avevano davanti; poi, con gran profusione di auummpff, abbassavano le braccia, tornavano indietro fino al banco e si sedevano di nuovo. Il lavoro era talmente logorante che di frequente i rematori che erano seduti oziosi sui banchi di tribordo si alzavano per dare il cambio ai compagni.
Nestore pass nella penombra della corsia centrale, seguito dagli sguardi curiosi e al contempo ostili dei rematori. La nave sbandava sempre di pi e l'acqua entrava a fiotti dai portelli dei posticci nonostante fossero protetti da coperture di cuoio.
Mentre proseguiva la sua passeggiata, gli and incontro il capo dei rematori. Nestore si ferm e ne approfitt per poggiarsi a un puntello di legno.
Scusa, signore.  pericoloso stare qui con questo tempo.
Volevo arrivare a prua, ma mi perdo sempre per questi corridoi. Non voglio immaginare cosa ne sarebbe stato di me nel labirinto di Creta!.
Su entrambi i lati del corridoio correva una stretta grata da cui si vedeva il piano di sotto. Nestore si affacci per guardare. La coperta inferiore sembrava affollata di gente, ma nessuno remava. Nestore ci mise qualche secondo per rendersi conto che l sotto non solo si ammassavano rematori in perizoma, ma anche centinaia di soldati macedoni. La situazione doveva essere critica se il capitano aveva fatto scendere gli uomini di Sofocle. Tra il vento, l'acqua, i grugniti dei rematori e il tamburo era impossibile sentire quello che dicevano, ma si vedeva che erano nervosi; molti si erano tolti il pettorale dell'armatura e lo tenevano sulle ginocchia, sicuramente per paura che la nave affondasse e le pesanti corazze li trascinassero a fondo.
Nestore si tir su. Il capo dei rematori continuava a bloccargli la strada. Il dottore guard verso poppa e poi verso prua.
Sono a met strada. Credo che sia uguale se esco da davanti o da dietro. Ti dispiace?.
Il tipo si fece da parte con un'espressione severa. Nestore gli pass accanto, cercando di mantenere l'equilibrio per non cadere sui rematori e rendere la situazione ancora pi imbarazzante. Quasi senza rendersene conto, camminava al ritmo della voga. Sulle altre navi in cui aveva viaggiato usavano i flautisti per scandire il ritmo, ma in una nave cos grande come l'Anfitrite ricorrevano a due forzuti celeusti che colpivano altrettanti tamburi appesi ai bagli che attraversavano il soffitto, perch il suono grave arrivava pi lontano del trillo del flauto e viaggiava da uno scafo all'altro.
Finalmente giunse alla scala all'altro estremo e sal fino a prua. Quando arriv in coperta respir a fondo per pulire i polmoni dalla sua breve discesa agli inferi. I rematori erano volontari che in cambio del loro lavoro guadagnavano di pi di quello che avrebbero preso in qualsiasi coltivazione agricola, ma nessuno li invidiava.
Nonostante il vento fosse ancora caldo, era aumentato parecchio. Nestore si avvicin al bordo, cercando di usare l'espediente chiamato gambe da marinaio: non irrigidire le ginocchia e i fianchi cercando di opporsi ai movimenti dell'acqua, ma rilassarli e lasciarsi portare dal dondolio della barca, ancheggiando in quel modo caratteristico con cui i marinai esperti continuano a camminare sulla terraferma.
Si sporse dalla murata. Il mare era talmente increspato che i remi dipinti di ocra sferzavano pi aria che acqua. Le creste erano bianche e il vento iniziava ad alzare raffiche di schiuma. Le navi della scorta oscillavano tra le onde e a momenti sparivano dietro di esse. Tutte le navi avevano ammainato le vele e ora avevano meno della met del velame spiegato. Nestore alz lo sguardo verso gli alberi dell'Anfitrite. I marinai stavano abbassando i pennoni dell'albero maestro e dell'artimone per aumentare la stabilit della nave e avevano ritirato del tutto la vela di mezzana.
La prua si sollev in aria per alcuni secondi e poi cadde di colpo per pi di otto cubiti. Nestore sent le stomaco arrivargli in bocca e i piedi scivolargli via. Un marinaio si precipit da lui e lo afferr per il braccio.
Devi stare attento, signore. Allontanati dal parapetto. Sarebbe meglio che andassi nella tua cabina.
Ho bisogno di aria fresca. Mi regger per bene. Quest'onda mi ha colto di sorpresa.
Nestore si raddrizz e si aggrapp con pi forza al capo di banda. Quando erano caduti in mezzo all'onda, la nave aveva fatto alzare uno spruzzo di schiuma che, schizzando oltre la fiancata, lo aveva infradiciato tutto; pens che se l'acqua era arrivata a schizzare la coperta dell'Anfitrite a dodici cubiti al di sopra della linea di galleggiamento, le coperte delle altre navi, che erano molto pi basse, dovevano essere state spazzate via dalle onde.
La bruma era diventata pi grigia e tingeva tutto di una vaga luce perlacea che offuscava i profili e si mangiava le ombre. Verso sud si erano formate delle nuvole nere che si confondevano con l'orizzonte. Quella luce fioca e diffusa dietro la polvere che intorbidiva l'atmosfera doveva essere il sole. Nestore osserv la direzione delle onde e della schiuma che cavalcava su di esse: il vento proveniva da sud-sud-est, quasi parallelo al litorale, mentre loro cercavano di remare verso la costa.
 impossibile!, sent gridare Ermolao. Nestore si volt verso sinistra. Il capitano stava di nuovo discutendo con Callia, ma questa volta lo accompagnavano il grammatico, i due ufficiali di prua e il terzo pilota.
L'hai detto tu che era meglio andare a riva, gli disse Callia.
Troppo tardi! Ti ho gi detto che a partire dal fiume Laus la costa  troppo scoscesa. Il capitano indic davanti a s, dove una massa pi scura emergeva dalla macchia allungata della costa. Non so se quello  capo Pixunte, capo Palinuro o il promontorio delle Sirenuse.
Non sai dove siamo?, chiese Callia, indignato.
So dove sono, ma non so a quale altezza!. Nestore non vedeva la differenza, ma non disse nulla. Ermolao aggiunse, dirigendosi a un ufficiale di prua: Tu, ordina al celeuste che ritirino i remi e chiudano i colombari.  inutile continuare a remare.
No!, grid Callia, con la faccia alterata. Dobbiamo andare sulla terraferma!.
Il sibilo del vento aveva qualcosa di snervante, di elettrico. Inizi a piovere; insieme all'acqua cadevano dei granelli arancioni che graffiavano la pelle. Nestore alz lo sguardo parandosi con la mano perch la polvere non gli entrasse negli occhi. Le nuvole non stavano ancora sopra le teste, ma il vento era talmente forte da trascinare la pioggia verso di loro quasi in orizzontale.
Nestore torn a guardare a tribordo. Era sempre pi difficile vedere le altre navi, perch la flotta si stava disperdendo e l'aria si riempiva di schiuma.
Quello che dobbiamo fare  allontanarci dalla costa!, insist Ermolao. Questa nave  troppo grande.
Nestore si avvicin tenendosi in equilibrio e si aggrapp a uno strallo. L'istinto gli diceva di dare ragione a Callia e cercare riparo sulla terraferma. Ma la testa gli diceva che il capitano aveva ragione.
Dobbiamo guadagnare il vento. Il pilota appoggi Ermolao. Se continuiamo ad andare a tribordo, il libico ci mander contro la costa sottovento e non avremo spazio per risalire.
Allora che facciamo?, chiese Callia, tra il bianco e il cinereo.
Non c' altro rimedio che cavalcare la tempesta!, rispose Ermolao, gridando sempre di pi per sovrastare il rumore del vento.
A Callia non dovette suonare bene, perch usc correndo verso la murata; ma prima di raggiungerla scivol, cadde in ginocchio e vomit sopra coperta.
Dovrebbe visitarlo un medico, disse Nestore, ma se mi stacco da questa corda potrebbe cadere l'albero, no?.
Ermolao lo guard con un sorriso feroce.
 possibile.
E poi, non  mai morto nessuno per un po' di nausea.
Che si fotta!, sintetizz il pilota.
Che cosa significa esattamente cavalcare la tempesta?
Il libico sta soffiando parallelamente alla costa, perci lasceremo che entri da poppa cos da poter seguire la sua direzione. In realt navigheremo a largo verso sopravento per essere sicuri che durante la notte non ci avviciniamo alla costa.
Durante la notte? Rimaniamo in alto mare per tutta la notte?.
Ermolao annu.
Temo di s. Non diminuir. Tutt'al pi peggiorer. Ora  meglio che torni sotto coperta.
Il capitano si allontan da lui mentre dava l'ordine di girare i pennoni in modo da ricevere il vento da tribordo. L'Anfitrite vir poco a poco e quando ebbe cambiato direzione e rinunciato a lottare contro le onde, smise di dondolare con quella violenza.
Il terzo pilota si offr di accompagnare Nestore.
Il capitano sa quello che fa, gli disse. Se c' qualcuno che pu salvare questa nave,  lui.
Salvarla? Siamo messi cos male?
Il vento peggiorer molto. E il problema  che navigando cos, per allontanarci dalla costa, ci spingiamo sempre di pi nel cuore della tempesta.
Qualcuno buss alla porta della cabina di Nestore, che era mezzo addormentato sulla cuccetta. Si alz, ma non prima che Boeto aprisse la porta contigua a brutto muso.
C' qualche possibilit che mi lascino dormire su questa maledetta nave?
Spostati un po' e pulisciti la barba, ch  piena di vomito.
Boeto si chiuse ancora una volta dentro con la faccia disperata e Nestore apr la porta. Era una donna giovane, una delle schiave di Clea. Non aveva una faccia migliore di quella di Boeto.
La mia signora ha bisogno di te. Dice che sta morendo.
Nestore si sistem la tunica e segu la schiava. Attraversarono il corridoio barcollando e aggrappandosi alle pareti: quando la nave si abbassava sembrava che camminassero in aria e quando saliva le gambe pesavano come il piombo. Davanti alla porta di Clea c'erano quattro uomini di guardia armati di lance corte, erano poco pi che dardi, perch il soffitto era molto basso. Era difficile capire se fossero i soldati a tenere le lance o il contrario, ma quando videro Nestore cercarono di mantenersi fermi con una certa dignit. Dopo che si fu chiuso la porta alle spalle, sent i conati di uno di loro.
La cabina di Clea era decorata con il lusso di un'alcova reale. Invece di una cuccetta addossata alla paratia, come quella di Nestore, aveva un letto con intarsi d'oro e avorio; le zampe di bronzo, fissate a terra, erano cavallucci marini coordinati con le enormi polene dell'Anfitrite. Le pareti e il pavimento erano arredati con tappeti persiani e battriani e c'erano anche armadi e bauli intagliati di palissandro dell'India. In un angolo, c'era un tavolo con intorno degli sgabelli e due grandi divani, e in un altro, uno scrittoio fissato alla parete e una sedia con braccioli e schienale. La cabina aveva quattro finestre chiuse con imposte e due osteriggi fissi coperti da lamine di mica.
Clea era sdraiata sul letto, piegata su s stessa e abbracciata a un cuscino. La coperta era macchiata e accartocciata in un angolo. A quanto pareva Clea non era riuscita ad arrivare in tempo al secchio ai piedi del letto; era un peccato, pens Nestore, perch la coperta che aveva appena sporcato era ricamata con perle e fili d'oro e d'argento.
La giovane indossava una tunica chiara color lavanda che con i movimenti le si era arrotolata fin sopra le ginocchia. Ada si avvicin ai piedi del letto e gliela tir gi per coprirle le gambe. Clea si alz un po' e cerc di assumere un comportamento pi degno.
Sto morendo. Non mi sono mai sentita cos male in vita mia, disse, premendo un fazzoletto contro la bocca.
La schiava che aveva portato l Nestore avvicin uno sgabello al letto per farlo sedere; poi si ritir insieme a un'altra serva ed entrambe si presero le mani con aria di terrore e un'espressione alterata. Nestore non poteva incolparle. Stranamente non aveva paura, come se la tempesta che scuoteva la gigantesca nave fosse uno spettacolo che Poseidone ed Eolo avevano organizzato perch lui potesse vederlo e annotarlo sui propri quaderni.
Quando si sedette, gli arriv l'odore acido del contenuto del secchio. Si gir verso le schiave e ordin che lo buttassero. Lo portarono alla latrina, ma l'odore persisteva. Nestore si alz e apr una finestra. L'aria entr con tale forza che l'imposta lo colp di striscio sulla fronte; entr anche la pioggia e un po' di schiuma salata. Ma pens che gli facesse bene l'aria pura e blocc l'imposta per non farla sbattere contro la parete.
Vuoi prendere un po' d'aria?.
La giovane si alz e si avvicin con passo titubante. All'improvviso la nave sembr sprofondare nel vuoto e Clea venne scagliata contro Nestore. Fu un abbraccio involontario, ma il dottore non pot evitare un brivido quando sent il calore di quel corpo flessibile e minuto.
Hai solo un po' di nausea, disse, per nascondere lo sconcerto. Con questa tempesta  normale. Ho visto vomitare addirittura vari marinai, aggiunse per consolarla, anche se non era uscito dalla cabina per diverse ore.
Si scost un poco da lei e l'aiut ad avvicinarsi alla finestra. Clea chiuse gli occhi e si strofin il viso con l'acqua che entrava. Fu di nuovo imbarazzante per Nestore perch l'acqua lasci sottili trasparenze sulla parte superiore della tunica della giovane. Per distogliere lo sguardo dal petto, guard il collo, dal quale pendevano tre grandi girocolli d'oro e pietre preziose in coordinato con i bracciali che portava a entrambi i polsi.
Nel caso dovessimo naufragare, disse Clea, interpretando quello sguardo come una critica a tanta ostentazione. Se le onde trascinano il mio cadavere su una spiaggia lontana, forse qualche pescatore si impietosisce e mi d una sepoltura degna in cambio dei miei gioielli.
Sei previdente.
E se affondiamo, prosegu la giovane, serviranno come sacrificio alle divinit del mare.
Non stiamo per affondare n per naufragare. Questa nave  un titano.
All'improvviso Clea si port la mano alla bocca, ebbe un conato e usc correndo verso la latrina. Nestore vacill un attimo; poi si ricord che la giovane aveva chiesto di lui come medico, quindi richiuse l'imposta e la segu.
Rimase sorpreso perch la cabina disponeva di un bagno completo. Al centro c'era una grande vasca di marmo verde con rubinetti dorati e a destra c'erano due vasche pi piccole. Una delle pareti era ricoperta di rame brunito a mo' di specchio e le altre tre di piastrelle smaltate in stile babilonese. Sicuramente ad Alessandro, che aveva l'ossessione di lavarsi il corpo tutti i giorni, sarebbe piaciuto molto quel bagno. Per Igea, anche a me piace molto, si disse.
Clea era chinata sulla latrina, che consisteva in un buco su una grata di legno. Nestore era sul punto di piegarsi per aiutarla quando Ada gli pass accanto quasi spingendolo e afferr la padrona per le spalle. La giovane si tir su a fatica e barcoll fino a uno dei pilastri.
Ti dispiace uscire, signore?, disse Ada. Ci penso io.
Lascialo in pace ed esci tu, le ordin Clea.
Ma, signora,  un....
Vattene!.
Ada usc, ma non gli risparmi un ultimo sguardo di disapprovazione. Nestore premette uno dei rubinetti dorati e ne usc acqua tiepida. Interessante, si disse. Con un'altra sbandata Clea quasi colp il bordo di marmo con la fronte; Nestore l'afferr per le spalle e l'aiut a rimanere in equilibrio mentre si lavava la faccia.
Poi tornarono in cabina. Clea si sdrai su un divano e chiese a Nestore di sedersi accanto a lei. Quando si stava accomodando si sent un tremendo scricchiolio, come se la nave intera si stesse dividendo in due, e il pavimento si inclin talmente tanto verso prua che le schiave e Ada rotolarono a terra. L'imposta che Nestore aveva chiuso si riapr e una raffica d'aria spense quasi tutte le candele della stanza. Clea abbracci Nestore e nascose il viso sul suo petto, tra i singhiozzi.
Moriremo!.
Nestore era tentato di darle ragione. Come si aspettava, la poppa precipit nel vuoto per un istante interminabile. Dalle stive della nave giunse un grido collettivo e anche il rumore degli oggetti pesanti che si rompevano. Finalmente il pavimento torn orizzontale e il fragoroso scricchiolio del legname diminu poco a poco. Nestore aguzz le orecchie per provare a sentire se suonavano le campane d'allarme o se dicevano Affondiamo!, ma non riusc a captare niente oltre il muggito del vento e delle onde. Si alz e quasi a tentoni and a chiudere la finestra. Dall'altro lato della porta si sentivano sonore imprecazioni dei soldati che stavano di guardia e anche delle risate isteriche.
Torna qui, per favore!, lo supplic Clea.
Nestore si sedette di nuovo sul divano e la giovane lo cinse alla vita con entrambe le braccia.
Tranquilla. Ho visto tempeste peggiori di questa, e sono sopravvissuto.
Davvero?, chiese Clea, alzando un po' lo sguardo.
Davvero. Nel Golfo Persico  normale vedere onde alte quanto l'albero di questa nave e venti che possono sollevare da terra un uomo. Ci sono stato varie volte con l'ammiraglio Nearco e con tuo marito, ed eccomi qui!.
Dovrei dedicarmi a scrivere favole, si disse. I movimenti si erano un po' calmati. Prima dovevano essere passati in mezzo a un'onda; da quanto gli aveva spiegato il terzo pilota, era uno dei rischi di quando si affronta un temporale. Nestore fece il gesto di allontanarsi, ma Clea gli strinse la vita con forza.
Non lasciarmi, per favore....
Ada non era nelle condizioni di lanciare sguardi censori: lei e le altre due schiave si erano rannicchiate abbracciate in un angolo e, appena illuminate dall'unica lampada che rimaneva accesa, sembravano una sola creatura informe e gemebonda. A Nestore arriv l'odore acre del vomito e di qualcosa di peggiore, ma non disse niente. Prese la sua clessidra da una tasca della cintura e la gir. Anche se era piccola, il collo che univa le due ampolle era talmente stretto che la sabbia ci metteva un'ora a cadere, cronometrata con una meridiana nell'equinozio di primavera. Nestore calcolava, o voleva calcolare, che mancavano al massimo cinque ore all'alba. Ma anche se fosse spuntato il sole, non era detto che la tempesta si sarebbe placata.
Clea cercava di calmarsi, ma ogni volta che le mancava la terra sotto i piedi tratteneva il respiro, boccheggiava a piccoli soffi e ripeteva madre, madre, madre. Nestore pens di darle succo di papavero, ma poi scart l'idea. Per farlo sarebbe dovuto tornare alla sua cabina, con il rischio di spaccarsi la testa, e se la tempesta fosse peggiorata e avesse dovuto lottare per le loro vite avrebbe preferito non doversi caricare il peso morto di una donna sedata.
 vero che hanno avvelenato Alessandro?, gli domand Clea all'improvviso. Nestore la guard sorpreso.
S, certo. Como faceva a sapere che stava pensando alle droghe?
E sei stato tu a curarlo, disse la giovane con voce debole.
S. Perch me lo chiedi ora?
Mi  venuto in mente stamattina in coperta, quando hai menzionato Aristotele.  vero che  stato lui a preparare il veleno?
 quello che dicono, ma non si  mai saputa la verit.
A me hanno detto che Aristotele produsse un miscuglio talmente corrosivo che Cassandro dovette portarlo a Babilonia nascosto in uno zoccolo d'asino, perch i recipienti normali si.... La nave sprofond di nuovo. Madremadremadre, ripet Clea, chiudendo gli occhi. Poi respir a fondo. Si scioglievano, concluse.
Una storia cos pittoresca meriterebbe di essere vera. Ma se fosse stato cos potente, quel veleno avrebbe corroso le viscere di Alessandro. No, quello che gli hanno dato  stato estratto da una pianta e lo scopo non era perforargli lo stomaco o l'intestino, ma fargli contrarre i muscoli poco a poco fino a farlo smettere di respirare.
Ma fu Aristotele a prepararlo o no?.
Nestore si strinse nelle spalle. Materialmente, Aristotele, che era esperto di botanica, poteva aver prodotto il veleno. I motivi? Alessandro aveva fatto uccidere Callistene, nipote di Aristotele, ma una vendetta di sangue non sembrava un motivo verosimile per una persona cerebrale come il filosofo. Nemmeno i dissapori politici erano una ragione molto convincente. E se semplicemente Antipatro lo aveva corrotto?
Non lo so, rispose infine. Cassandro ha sempre insistito sul fatto che lui e il padre fossero innocenti e non ritratt la sua dichiarazione neanche quando lo torturarono. Quanto ad Antipatro, si trafisse con una spada prima che riuscissero a catturarlo; perci nessuno dei due ha potuto coinvolgere altri complici.
Cos' successo ad Aristotele?
Dovette sospettare qualcosa, perch scapp da Atene prima che Alessandro mettesse piede in Europa.
Madremadre. Quell'onda non fu cos terribile come si aspettavano. Clea deglut e disse:
Fuggire  una prova di colpevolezza.
Io al posto suo avrei fatto lo stesso anche se fossi stato innocente. Non si sa mai. Sai cosa disse quando lasci Atene? I politici hanno gi commesso un grosso delitto contro la filosofia condannando Socrate. Non lascer che lo facciano una seconda volta.
E dov' andato?
Alessandro sospetta che si trovi da qualche parte in Italia, ma di certo non ha pi avuto sue notizie.
Forse  morto.
S,  possibile. Avr circa settant'anni. Sarebbe un peccato, perch ad Alessandro sarebbe piaciuto molto riconciliarsi con il suo vecchio maestro. Per Alessandro, non c' niente di meglio al mondo che il perdono.
 davvero cos magnanimo come dicono?.
Nestore rimase a pensare. Gli sarebbe piaciuto dire una frase cinica, ma pass in rassegna i sei anni di vita in cui aveva conosciuto Alessandro e rispose:
S, lo . Ha i suoi difetti, ma  incapace di azioni spregevoli o meschine. Hai sposato l'uomo pi grande del mondo.
Lo so, disse lei, ma non c'era orgoglio nella sua voce. Era evidente che la giovane avrebbe preferito una vita pi semplice.

2. 10 agosto del 317 a.C.

Documento confidenziale destinato all'agente cartaginese conosciuto come Eracle-Melqart.
Rapporto dell'agente Sinone:

La neonata Lega Ellenica, che riunisce le citt greche del Sud Italia, ha eletto Alessandro come egemone con comando assoluto della guerra. Il motivo addotto per reclamare la sua presenza  lo stesso di quando invitarono suo zio Alessandro d'Epiro a venire in Italia: difendersi dalle incursioni e dalle minacce delle trib barbare che scendono dalle montagne e saccheggiano le coltivazioni, rubano i greggi e assaltano le mura dei
greci.
Il suddetto motivo non  altro che una scusa.  stato lo stesso Alessandro a fare pressione sulla Lega Ellenica per farsi nominare egemone. Una prova  data dal fatto che sta inviando pattuglie e ambasciate a bruzi, lucani e sanniti, non per minacciarli o far loro la guerra, ma per assicurarsi la loro neutralit con promesse e denaro. I sanniti, che detestano i romani, sono stati i primi a sottoscrivere il patto.
Alessandro sa bene che, se vuole dominare il Sud Italia e proseguire la sua conquista verso le fertili pianure del Nord, il nemico che deve affrontare  Roma. Per questo ha cercato quello che i romani chiamano un casus belli, una giusta causa per andare in guerra: la Campania. Le citt di questa regione, la pi ricca e fertile del Sud, sono perlopi greche. Alcune, come Neapolis, non si sono azzardate a unirsi alla Lega Ellenica per paura di Roma, ma altre, come Capua, lo hanno fatto.
Per ora Alessandro ha spostato le truppe dall'estremo Meridione alla citt di Poseidonia, a sud della baia del Vesuvio. Molti si chiedono perch non abbia proseguito direttamente fino alla Campania. Anche se da anni il re non condivide i suoi pensieri pi intimi con nessuno, la mia ipotesi  che vuole attrarre i romani in Campania per ingaggiare l la battaglia decisiva contro le loro legioni, a mille stadi da Roma.
Questa  la composizione esatta dell'esercito di Alessandro, ad oggi, 1 gorpiaios:
18.000 soldati di fanteria di linea suddivisi cos:
- 9000 falangi di sarisse divise in 6 battaglioni. L'incudine centrale dell'esercito macedone.
- 2000 ipaspisti, truppe macedoni d'lite che fanno da ponte tra le falangi e la cavalleria dei Compagni.
- 7000 opliti greci, tra alleati e mercenari. Combattono in una formazione chiusa, ma con lance di cinque cubiti al posto delle sarisse. Tra di loro c' un battaglione di 400 spartani. Non c' bisogno di spiegare chi sono gli spartani.
13.000 soldati di fanteria leggera suddivisi cos:
- 1000 agriani, delle montagne macedoni del Nord. Tatuati e selvaggi come i celti, pazienti e agili come i numidi. Sono i migliori nel lancio del giavellotto e i pi veloci a tagliare la gola ai feriti sul campo di battaglia.
- 1200 arcieri cretesi. Il loro lavoro  talmente prezioso che guadagnano due terzi della paga degli opliti.
- 800 frombolieri di Rodi. Attenzione a loro. I loro proiettili possono sembrare meno dannosi delle frecce, ma a differenza di queste non li si vedono arrivare.
- 3000 traci. Malgrado la loro pi che meritata fama di ubriaconi, sono pericolosi con archi e frecce.
- 1000 uomini delle montagne della Sogdiana, una regione pietrosa da dove Alessandro port la sua prima moglie. Sono selvaggi quanto gli agriani, perci Alessandro li tiene separati dal resto dell'accampamento.
- 2000 nubiani, originari dell'Alto Nilo. Armati di giavellotti e scudi di vimini, riescono a tenere a lungo il passo della cavalleria durante la batta-
glia.
- 4000 peltasti di diverse parti della Grecia, tra alleati e mercenari.
8800 soldati di cavalleria suddivisi cos:
Cavalleria leggera:
- 1200 cavalieri degli alleati greci. Inferiori per armamento, spirito guerriero e padronanza dell'equitazione ai Compagni e ai tessali. Sono soliti combattere nell'ala sinistra.
- 600 traci. Alessandro li usa come esploratori e fustigatori.
- 2000 cavalieri massageti e sciti, barbari che hanno il compito di evitare lo scontro diretto. Sono arcieri a cavallo che, nonostante l'insistente opposizione di Alessandro, continuano ad usare frecce avvelenate.
Cavalleria pesante:
- 2200 Compagni, suddivisi in 9 squadroni da 200 e l'Agema o Guardia Reale di 400. Sono l'anima dell'esercito di Alessandro, il martello che colpisce gli avversari contro l'incudine della falange. Combattono al posto d'onore nell'ala destra insieme al re.
- 2000 tessali. Tra i greci, sono i migliori allevatori di cavalli. Non sono agguerriti quanto i macedoni, ma li uguagliano o forse li superano nell'arte della monta.
Il totale delle forze accampate a Poseidonia  di 39.000 uomini (38.989 secondo le tabelle di questa mattina).  improbabile che Alessandro recluti altre forze, perch aumenterebbe il rischio di problemi logistici, inoltre non pu ritirare le truppe da altri punti dell'impero per paura di possibili ammutinamenti.
Affinch questo agente dia informazioni sui piani contro Cartagine, bisogner prendere ulteriori accordi.

La disarmonia delle sfere.

Trecento anni prima, a sud della baia del Vesuvio, i cittadini di Sibari scelsero una lunga spiaggia racchiusa tra le montagne per fondare una citt consacrata al dio del mare Poseidone. Tempo dopo, Sibari, che aveva raggiunto una fama discutibile dovuta all'amore smisurato dei suoi abitanti per il lusso, fu distrutta dalla nemica mortale, Crotone. Ai crotonesi non bast uccidere a colpi di spada i sibariti e abbattere le loro mura, ma decisero addirittura di deviare il corso del fiume Crati perch passasse sopra case e templi e coprisse d'oblio la citt intera. Ora di Sibari  rimasto solo il nome e nessuno conosce la posizione esatta delle sue rovine.
Poseidonia aveva avuto maggior fortuna e, in parte per l'affluenza dei rifugiati di Sibari, era arrivata a raggiungere momenti di prosperit, come testimoniavano i tre grandi templi in onore di Era e Atena. Erano edifici austeri e rotondi come si confaceva allo stile dorico, con solide colonne destinate a resistere fino alla fine dei tempi, secondo i cittadini di Poseidonia. E nonostante nessuno dei templi arrivasse alle dimensioni del Partenone di Atene, loro erano orgogliosi di averne tre invece di uno solo.
In seguito, mentre in Grecia la guerra tra ateniesi e spartani dava gli ultimi colpi di coda, la trib sannita dei lucani invase Poseidonia. Furono tempi difficili per la citt e ci furono molti morti e saccheggiamenti, ma i lucani rispettarono gli edifici costruiti da una cultura che consideravano superiore. A poco a poco si ellenizzarono, ma nella citt lasciarono anche la loro impronta: invece di costruire grandi santuari per gli di, l'lite prefer onorare la propria cultura costruendo tombe decorate con affreschi vivi che raffiguravano i lucani intenti a cavalcare orgogliosi verso la guerra o a competere nella nobile corsa delle quadrighe.
Con il tempo, i lucani di Poseidonia, senza mai arrivare a sentirsi del tutto greci, ruppero ogni legame con i sanniti delle montagne interne, che consideravano dei barbari. Quando Alessandro d'Epiro sbarc in Italia in risposta alla richiesta d'aiuto di Taranto e di altre citt greche, Poseidonia si schier dalla sua parte e fu davanti alle sue mura che il re ottenne una clamorosa vittoria sui sanniti e sul resto dei lucani.
Quindici anni dopo, le autorit della citt aprirono le porte a un altro Alessandro, nipote del precedente. I cittadini di Poseidonia sapevano che da tempo Roma aveva messo gli occhi sulla Campania. Una volta che Capua, Neapolis, Cuma e le altre citt di quella regione fossero cadute come frutta matura di fronte alla tenacia dei romani, il passo successivo verso la dominazione di tutto il Sud Italia sarebbe stato, per forza di cose, Poseidonia. Solo il re macedone poteva proteggerli dalle legioni romane; ci significava che avrebbero dovuto cambiare padrone, ma almeno Alessandro parlava greco come loro.
Con l'arrivo di Alessandro, nella citt si moltiplic il numero della popolazione: ai trentamila abitanti bisognava aggiungere l'esercito macedone, costituito da pi di quarantamila combattenti; con loro c'erano mogli, amanti e figli, pi tutto il seguito di burocrati, filosofi, scienziati e semplici parassiti che circondavano Alessandro; e poi c'erano gli italiani che si erano precipitati come mosche all'odore del denaro e dei succulenti affari che, come sempre, la presenza di un esercito portava con s; mercanti all'ingrosso e al dettaglio, vivandieri, fabbri, bronzisti, allevatori di bestiame, tessitrici, conciatori, vinai, sellai, attori, acrobati, sofisti, medici, barbieri; e, ovviamente, prostitute di tutti i ranghi, dalle sgualdrine che fornicavano per le strade del porto con le mani contro il muro fino alle raffinate etere che suonavano il liuto, parlavano di Pitagora o recitavano le poesie di Anacreonte. Queste cortigiane facevano anche da modelle per la cerchia di artisti che circondava Alessandro, e si compiacevano di ricevere gli ammiratori mentre posavano nude per i quadri di Apelle e Aezione o per le sculture dell'anziano Lisippo e di Cefisodoto, figlio nientemeno che del grande Prassitele.
Tra Poseidonia e il vecchio santuario di Era, vicino alla foce del Silaris, a nord, era cresciuta dalla sera alla mattina un'altra grande citt in cui si potevano trovare tende, capanne di legno e case di mattoni erette in tutta fretta. In questa improvvisata conurbazione, c'era argento in abbondanza, ma molti italiani affermavano con una certa delusione che le monete d'oro, tanto gli stateri macedoni quanto i darici persiani, erano restie a saltare fuori come topi nascosti nelle loro tane.
Nella sua fulminea campagna contro Dario, Alessandro aveva aperto uno per uno i vasti tesori reali accumulatisi nelle capitali imperiali: Susa, Ecbatana e Persepoli. Nonostante custodisse ancora migliaia di talenti, la maggior parte dell'oro era andato a finire nelle mani dei Compagni e della truppa. Ma non essendoci nessuno con le mani pi bucate di un soldato, la maggior parte di quelle ricchezze si era ormai dissipata. Ad Alessandro non importava; con un esercito di guerrieri ricchi e senza brama di bottino non sarebbe andato da nessuna parte, e poi, come ben osservava Eumene, perlomeno tutte quelle ingenti somme di denaro erano andate in circolazione piuttosto che aver fatto inutilmente la muffa nei sotterranei dei
palazzi.
A partire dalla caduta di Persepoli, le campagne militari non erano pi state proficue e alcune avevano addirittura prodotto pi spese che guadagni. Dopo l'avvelenamento a Babilonia, Alessandro non aveva annesso grandi territori al suo impero, eccetto le coste dell'Arabia. Ma dopo sei anni di campagne e riforme, grazie all'abilit di Cratero e Tolomeo come generali e di Eumene come amministratore, l'impero dell'Asia si stava risanando e godeva di tanta salute come ai tempi d'oro del primo Dario. I soldati ricevevano la paga in tempo, o almeno senza troppo ritardo. Di questo non potevano lamentarsi. Si lamentavano invece di non aver pi accumulato bottini cos favolosi come quelli di quindici anni prima. Molti di loro, la maggior parte, erano talmente giovani che sapevano di quei tesori solo per sentito dire. I loro ufficiali cercavano di convincerli che in Campania avrebbero trovato bottini altrettanto abbondanti; ma i viaggiatori che venivano dal Nord dicevano loro di non entusiasmarsi, perch non erano niente di che. In societ come quelle greche o italiane, con regimi aristocratici o anche democratici, in cui il potere era in mano a tanti, era impossibile trovare gli immensi tesori accaparrati dai despoti persiani.
A condizione di rinunciare a diventare magnati da un giorno all'altro, i soldati di Alessandro godevano di altri vantaggi. In Italia, macedoni e greci si sentivano a casa, perch i vestiti, le usanze, l'architettura dei templi e delle case, il cibo assomigliavano ai loro. Adoravano addirittura le stesse divinit. Ma c'erano delle sottili differenze a favore dell'Italia che facevano capire perch da secoli i loro antenati attraversassero il mar Ionio, sia come singoli immigrati che con grandi flotte di colonizzazione. L'Italia era una terra pi ricca ed estesa dell'affollata e accidentata Grecia. Nonostante ci fossero ugualmente molte montagne, le pianure erano pi fertili e i fiumi di pi grande portata. Non era ricca di metalli, ma lo era di pesci, di cereali e di vini che, perch negarlo, avevano un sapore e un aroma migliori di quelli greci. Ah, e le donne... Le abitudini l erano pi rilassate rispetto alla Grecia, o semplicemente le giovani erano attratte di pi dalle corazze e dagli elmi degli stranieri, e anche dalle loro dracme, cosicch a un solda-
to dell'esercito di Alessandro non mancava mai la compagnia fem-
minile.
Anche se da anni macedoni e greci combattevano insieme, erano accampati in zone diverse per evitare risse. Tutti sapevano che negli ultimi anni Alessandro si era concentrato a reprimere l'insurrezione della Grecia; molti dei soldati che stavano a Poseidonia avevano combattuto in precedenza contro di lui. La parte greca dell'accampamento si trovava a quindici stadi dal confine della Campania, separata da quella macedone da un boschetto. L c'erano tredicimila uomini: settemila della fanteria pesante e altri seimila tra fanteria leggera, arcieri cretesi e frombolieri di Rodi. Ma la differenza fondamentale stava tra gli alleati e i mercenari.
Gli alleati erano arrivati in contingenti completi, milizie reclutate in citt i cui governi avevano giurato fedelt ad Alessandro. Alcuni venivano dalla Grecia continentale, ma la maggior parte erano greci italiani. Venivano da Taranto, la colonia fondata dai figli bastardi delle spartane, e anche da Crotone, Metaponto e Reggio, e alcuni perfino da Siracusa, anche se la maggioranza degli uomini di Agatocle era in Sicilia a combattere contro i cartaginesi.
Invece i mercenari prestavano servizio presso l'esercito di Alessandro in cambio di un compenso e senza la mediazione di nessun governo o di nessun patto tra citt. Alcuni si arruolavano a titolo individuale e altri arrivavano in gruppi riuniti sotto il comando di qualche generale di ventura. Se non venivano pagati in tempo, avevano diritto a ritirarsi. A parte questo, combattevano con la stessa lealt degli alleati e, in compenso, erano pi allenati perch avevano scelto la guerra come modo di vivere, e la disciplina che seguivano nelle loro file era pi rigida di quella delle milizie alleate. Ad eccezione, ovviamente, del battaglione di Sparta.
I mercenari erano divisi in nove battaglioni al comando di altrettanti generali, coordinati dal macedone Meleagro, che prendeva ordini direttamente da Alessandro. In uno di questi battaglioni, conosciuto con il nome di Civetta per la quantit di ateniesi che ne faceva parte, c'erano Demetrio e suo fratello maggiore Euctemone, figli di un fabbricante di scudi assassinato durante i disordini a seguito della caduta della loro citt in mano ai macedoni.
Il 7 gorpiaios3, dopo le esercitazioni del giorno prima, era giornata di riposo per il battaglione Civetta. Faceva caldo, e molti soldati bighellonavano all'ombra degli scarsi alberi della zona, o vegetavano sdraiati nelle proprie tende senza muoversi per non sudare. Alcuni, non avendo nient'altro di meglio da fare, si misero a osservare e a commentare lo strano comportamento di Euctemone.
Il giorno prima, tornato al campo dopo l'addestramento, invece di cenare e bere vino come i suoi compagni, il giovane ateniese si era allontanato dagli altri e si era seduto su una pietra non troppo lontana dall'altare che i mercenari avevano costruito in onore di Atena. Da allora non aveva fatto altro che muoversi avanti e indietro con le braccia incrociate in un monotono andirivieni che accompagnava i suoi processi mentali. Quando gli veniva in mente qualcosa, si chinava a scrivere e disegnare con un bastone affilato sulla terra, che inumidiva spesso per renderla compatta. Di tanto in tanto prendeva un rotolo di lino, se lo srotolava sulle ginocchia, ci avvicinava la faccia a meno di un palmo e scriveva con un calamo in una calligrafia minuscola e stretta come una sfilata di formiche. Faceva cos solo quando era sicuro di cosa annotare, perch l'inchiostro che usava era caro e doveva economizzarlo; in compenso, quasi non si spostava col braccio, requisito imprescindibile dato che il giovane ateniese era mancino e, via via che andava annotando, la sua mano passava sulle lettere appena scritte.
La sera prima, vedendo che ormai era notte ed Euctemone era ancora assorto nelle sue cose, il fratello gli port la cena, oltre a una stagnina piena d'olio e un paio di torce. Non aveva insistito perch andasse a dormire; lo conosceva bene e sapeva che, finch non avesse risolto quello che aveva in testa, il resto del mondo non esisteva.
Il giorno dopo, nonostante il cielo caliginoso, il sole era splendente. Eppure Euctemone continuava a stare l. Se Demetrio non gli avesse portato un cappello, si sarebbe sicuramente preso un'insolazione.
Come vanno i tuoi calcoli?, gli chiese.
Bene. Ho quasi finito.
Allora perch non ti alzi da l e non te ne vieni all'ombra?
Devo ripassarli.
Quante volte? Ricordati che domani abbiamo una marcia di duecento stadi con tutta la squadra.
Il fratello continu con i suoi dondolii, senza degnarsi di rispondere. Ogni tanto qualche curioso si avvicinava per vedere gli elaborati disegni del giovane: proiezioni di sfere racchiuse le une nelle altre, circonferenze concentriche, traiettorie circolari e a spirale, punti uniti da linee per rappresentare le costellazioni. Molti facevano commenti simpatici ai quali lui non rispondeva. Non si trattava di rassegnazione filosofica o di falsa indifferenza. Euctemone aveva una specie di membrana nelle orecchie che semplicemente chiudeva quando era concentrato sui suoi numeri.
A volte si formava un capannello di persone intorno a lui, ma si dissolveva presto. Ai greci erano sempre piaciute le persone dal comportamento bizzarro e stravagante. Ma nel caso di Euctemone la sua eccentricit non lo rendeva simpatico agli occhi dei suoi compagni.
Non c'entra niente qui, dicevano tanti. Non  come noi.
E avevano ragione. Per cominciare, Euctemone non voleva avere niente a che fare con le donne. Quando, per prendersi gioco di lui, gli portavano una prostituta, incurvava le spalle, fissava lo sguardo a terra e non diceva niente, nemmeno se qualcuna di loro si strusciava su di lui e lo prendeva in giro chiamandolo bel ragazzo. Che poi in un certo senso lo era. Era alto tre o quattro dita pi del fratello e aveva le spalle pi larghe, ma la faccia inespressiva, i capelli ispidi, lo sguardo opaco e i movimenti ripetitivi imbruttivano l'aspetto che avrebbe potuto avere altrimenti.
A quanto pareva, non gli piacevano nemmeno gli efebi. Vedendolo cos poco interessato al sesso, gli altri mercenari scherzavano su di lui dicendo che tra le gambe aveva un'arcata vuota; ma fu prima che lo vedessero nudo, quando dovettero riconoscere che quello che gli pendeva l sotto, anche se non gli serviva a molto, era proporzionato alle sue enormi mani.
Un'altra stranezza che lo separava dagli altri era che non gli piaceva giocare a dadi. Demetrio, che ci giocava di tanto in tanto, sapeva il motivo. Sui dadi c'erano i numeri, e i numeri erano, insieme alle stelle, la passione di suo fratello; ma solo quando li poteva controllare, non quando apparivano a caso senza seguire nessuna sequenza logica. Inoltre, Euctemone era molto attaccato ai soldi. Non avrebbe offerto il vino nemmeno se lo avessero ammazzato, il che non contribuiva ad aumentare la sua popolarit. Ogni tanto Demetrio comprava una brocca e la divideva tra i suoi compagni di tenda dicendo che era da parte di suo fratello, ma Euctemone, che non sapeva dire bugie n fare finta di niente, lo smentiva subito dopo.
Accidenti, che sfortuna ti  capitata con tuo fratello, Demetrio, gli dicevano i compagni, compatendolo.
Lui non la vedeva cos, perch sapeva che il modo di essere del fratello non era colpa sua, ma di una menomazione caratteristica della sua famiglia dalla quale solo lui si era salvato. Euctemone aveva venticinque anni, quattro pi di Demetrio, ma non era il primogenito. Filodemo, il fratello maggiore di entrambi, avrebbe compiuto trent'anni il mese seguente. Quello che in Euctemone poteva passare per una stravaganza, in Filodemo era una grave malattia: aveva imparato a parlare tardi e male, utilizzava appena un centinaio di parole e non era capace di formulare frasi con un minimo di senso. Passava tutto il giorno chiuso nella sua stanza o nascosto in un buco sotto le scale che portavano al secondo piano della casa del Pireo. Si dondolava continuamente come un'altalena, con un andirivieni molto pi marcato di quello di Euctemone, e a volte colpiva la testa contro la parete fino a riempirsi la fronte di bernoccoli e cicatrici. Poteva uscire di casa solo se accompagnato dalla madre, e se sentiva o vedeva qualcosa che lo angosciava, o semplicemente lo sconcertava, si buttava a terra tappandosi le orecchie, iniziava a rotolarsi tra le urla e non c'era modo di portarlo via da l. Dopo la morte della madre, non era pi uscito di casa, con grande sollievo di Demetrio che, nonostante gli facesse male riconoscerlo, si vergognava del fratello. Filodemo gli assomigliava, ma i suoi lineamenti erano talmente alterati dalla pazzia da risultare ripugnanti.
Il giorno in cui Atene si arrese a Cratero, la fazione oligarchica della citt ne approfitt per regolare i conti con i democratici. Mentre Demetrio ed Euctemone erano di servizio alle mura, quindici o venti uomini spietati entrarono in casa loro e uccisero Filodemo e il padre. Demetrio pianse per quest'ultimo, ma non sent alcun dispiacere per il fratello maggiore, perch, non avendo mai trovato in lui nessun tratto umano, non riusciva a volergli bene.
Con Euctemone era diverso. Demetrio credeva, o voleva credere, che avesse un buon cuore, anche se era difficile convincerne gli altri. Era incapace di piangere per qualcuno: non aveva versato una lacrima per la morte della madre o per l'assassinio del padre, e ancor meno per i funerali di nonni, zii o cugini. Anche l'allegria altrui lo lasciava indifferente. Le rare volte in cui qualcuno si disturbava a parlargli, non dava il minimo segno di stare ad ascoltarlo, anche se poi era capace di ripetere le sue parole a memoria. Ma se qualcuno gli chiedeva aiuto, a volte glielo dava, a patto che non si trattasse di denaro o dovesse interrompere qualche attivit matematica o astronomica.
Quando erano piccoli, la madre si era impegnata a spiegare a Euctemone che non doveva picchiare i pi deboli, e lo aveva anche istruito a dovere perch difendesse il fratello minore. Uno dei primi ricordi di Demetrio era quello del giorno in cui, senza sapere perch, un ragazzo di dodici o tredici anni lo aveva aggredito per la strada, non lontano dal porto del Cantaro. Il ragazzo inizi a toccarlo in posti strani (poi avrebbe capito che voleva abusare di lui) e, quando Demetrio lo morse, inizi a dargli pugni sulla testa e sulla schiena.
Quella strada costeggiava il muretto sul retro della loro casa, di modo che le urla del piccolo arrivarono fino al fratello. Ricordando le istruzioni della madre, Euctemone usc dalla sua apparente confusione, salt il muretto, corse verso l'aggressore e lo colp alla testa con una tegola. Anche se riusc a ferirlo, l'altro ragazzo, che era pi grande e molto pi forte, rispose con un calcio nello stomaco che lo lasci senza fiato. Poi inizi a dargli calci sulla faccia e, anche se Euctemone si protesse con le mani, il bullo gli apr un sopracciglio, gli fece saltare due denti e gli ruppe il naso, che da allora era storto verso sinistra. Quando finalmente si stuf di colpirlo, se ne and lasciandolo mezzo morto.
Fu Demetrio, a soli cinque anni, che dovette sostenerlo per portarlo a casa. E che dovette anche piangere per tutti e due, perch Euctemone non vers nemmeno una lacrima. Mentre la madre curava e cuciva le ferite del fratello, Demetrio gli prese la mano con forza e giur in nome di Poseidone, Atena e Zeus Giustiziere che a partire da quel momento lo avrebbe protetto come Euctemone aveva fatto quel giorno con lui.
Anni dopo lo aveva vendicato. Prima aveva scoperto che il bullo era un certo Nicerato. Quando inizi l'efebia, prese lezioni di pugilato con un compagno del servizio militare. Poi, in quella stessa strada, a notte fonda, segu Nicerato dopo che era uscito dalla taverna e, approfittando che fosse ubriaco, gli restitu le botte con gli interessi. Ci fu un momento in cui si rese conto che se avesse continuato ad accanirsi contro di lui lo avrebbe ammazzato, quindi lo lasci per terra, pensando che se avesse messo fine alla sua vita, pi avanti se ne sarebbe pentito.
Per un tragica ironia, quello di cui si pent fu di non averlo ucciso. Nicerato era uno degli aggressori che entrarono in casa sua e che uccise il padre e il fratello. Al momento lui e suo fratello Nicone, oligarchi fino al midollo e membri del consiglio dei cinquecento che governava la citt, erano i proprietari di casa sua e della fabbrica di scudi di famiglia.
Com' ingiusta la vita, pens Demetrio. Voleva consolarsi pensando che prima o poi sarebbe arrivato il giorno del riscatto, che quando si fosse sistemata la situazione e si fosse ristabilita la democrazia, sarebbe potuto tornare ad Atene e denunciare Nicerato davanti all'Eliea. Ma al momento quei due giovani al verde che avevano dovuto fare i mercenari per guadagnarsi il pane, mentre quel bastardo dormiva nel loro letto, mangiava al loro tavolo e sicuramente se la spassava con le loro schiave, si trovavano a Poseidonia.
Che fai?.
Demetrio alz lo sguardo e salut Dionisidoro con un sorriso. Anche lui era ateniese, ma della zona del Laurio; un tipo corpulento e flemmatico che sopportava con pazienza le battute sulla sua pancia sporgente.
Sto preparando il pranzo a mio fratello. Quando fa cos non si ricorda nemmeno di mangiare.
In un vassoio di stagno mise una pagnotta che lui stesso aveva impastato e cotto affinch avesse una forma sferica, una porzione di formaggio di capra tagliata a forma di triangolo isoscele e diciassette olive.
Perch le conti?, gli domand Dionisidoro.
Deve essere un numero primo, non minore di tredici n maggiore di ventitr.
Tuo fratello  pi suonato dei crotali di Bacco, disse Dionisidoro senza voler offendere, quasi con ammirazione.
Il cielo si era rischiarato e il sole, pi che calare, si abbatteva sulle loro teste. Demetrio si mise il cappello e si avvicin alla pietra su cui era seduto Euctemone, seguito da Dionisidoro che voleva curiosare. Dopo aver lasciato il vassoio e una brocca d'acqua mista a una sesta parte di vino accanto al fratello, gli pass la mano davanti agli occhi per attirare la sua attenzione. A Euctemone non piaceva il contatto fisico.
Devi mangiare qualcosa, Eute. Usava questo diminutivo da quando aveva imparato a parlare e ancora non sapeva pronunciare la k alla fine della sillaba.
Dopo, rispose Euctemone senza alzare lo sguardo.
Cosa rappresentano quei cerchi che hai disegnato?, domand Dionisidoro, che a malapena sapeva scarabocchiare il proprio nome e che leggeva lentamente e con molto sforzo.
Euctemone inizi a torcersi le dita. Demetrio sapeva cosa stava succedendo nella sua mente. Dentro di lui lottavano due istinti. Da una parte, quello di rimanere assorto nelle sue equazioni, un labirinto di lettere e simboli scritti intorno ai disegni. Sicuramente aveva finito di scriverli durante la notte, perch gi calcolava alla velocit di venti contabili con i loro abachi; ma non era contento se non li ripeteva all'infinito per accertarsi che non avesse commesso nessun errore.
L'altro istinto era quello di parlare di numeri e astronomia, gli unici temi che risvegliavano la sua loquacit. Non lo faceva per interesse didattico, perch non gli importava un fico secco che chi lo ascoltava ci capisse qualcosa, ma perch per lui non c'era niente di pi importante al mondo. Una volta entrato in argomento, era impossibile distoglierlo dalla conversazione finch non fosse stato lui a chiuderla. Ma Demetrio pens che, se fosse riuscito a farlo parlare, si sarebbe staccato dai suoi calcoli. A volte bastava distrarlo un attimo in quel modo perch rimanesse soddisfatto e potesse smetterla con quell'attivit ripetitiva alla quale, come un nuovo Sisifo, si condannava da solo.
Raccontaglielo, Euctemone, lo esort. Guarda, Dionisidoro, aggiunse, chinandosi sul disegno. Questo  il simbolo del Sole.
 quello di Ares, nome divino di Pyroeis, rispose Euctemone in automatico. Demetrio sorrise. Questo era un altro modo per poter gestire il fratello: non era capace di passare sopra a un errore.
Sarebbe in grado di correggere lo stesso Alessandro, pens, e preg che non arrivasse mai quel momento.
Ah, molto bene, rispose Dionisidoro, e fece il gesto di andarsene. Demetrio gli afferr il polso e lo obblig a sedersi per terra, vicino a lui.
Adesso rimani qui e ti sorbisci il discorso insieme a me, sussurr.
Perch devo farlo?, domand, sempre a bassa voce.
Perch in cambio ti offro un cotile di vino. Ti sta bene?
 il pi nobile dei motivi.
Ignorando i loro bisbigli, Euctemone inizi il suo sproloquio. Mentre parlava, non li guardava, il che rendeva il suo comportamento ancora pi sconcertante, perch le pupille saltavano dai disegni per terra a un punto indeterminato sopra le teste dei suoi uditori. Invece di rispondere direttamente alla domanda sui cerchi, inizi dal principio. Ma Demetrio, che conosceva bene suo fratello, sapeva che rispondeva sempre allo stesso modo davanti agli stessi stimoli.
Che cosa si vede quando si contempla il cielo durante il giorno?. Era solo una domanda retorica a cui lui stesso si affrett a rispondere. Perlomeno, quando faceva le sue conferenze di astronomia, il tono metallico della sua voce si faceva pi modulato e passionale, nonostante recitasse le frasi senza quasi fare pause per respirare. Che il Sole sorge a est e tramonta a ovest. Che cosa si vede quando si osserva il cielo durante la notte?
Che..., inizi Dionisidoro.
Sssh!, sussurr Demetrio.  peggio se lo interrompi. Se gli fai perdere il filo,  capace di ricominciare dall'inizio.
Euctemone spiegava le sue idee in quell'aula insolita, non all'om-
bra di un portico ateniese, ma sotto l'implacabile sole dell'estate ita-
liana.
Anche la Luna si muove da est a ovest. Dietro di lei si vede un firmamento pieno di stelle che si muovono anch'esse da est a ovest e si sa che stanno dietro perch la Luna le copre quando passa. La posizione delle stelle non cambia, per questo formano disegni che si spostano insieme nel cielo, disegni che vengono chiamati costellazioni. Le costellazioni che si vedono dall'emisfero nord sono Andromeda Cefeo Cassiopea l'Ariete il Dragone.... Euctemone recit una sfilza di pi di quaranta nomi senza mai prendere fiato, mentre Dionisidoro sbuffava maledicendo il momento in cui gli era venuto in mente di avvicinarsi per curiosare. Quando fin l'enumerazione, prosegu, indicando il cerchio esterno dello schema: Le stelle si trovano qui, nell'ultima circonferenza. In realt questa circonferenza rappresenta una sfera, che  impossibile disegnare per terra perch ha tre dimensioni e per terra ci sono solo due dimensioni. Il cerchio rappresenta allora la sfera delle stelle fisse che  l'ultima di quelle che circondano la Terra e si trova a una tale distanza che un'aquila ci metterebbe pi di mille anni ad arrivarci volando, se fosse capace di attraversare le altre sfere del cielo. Omero e molti altri uomini credono che la sfera delle stelle fisse sia una cupola di bronzo che pende sulle loro teste, ma lo credono perch hanno sotto i loro piedi la massa di Gea che  opaca e impedisce di vedere la semisfera del Sud, anch'essa piena di stelle ma diverse da quelle che si vedono dal Nord.
Questo, indic una linea che attraversava in verticale il disegno,  un asse che attraversa la Terra da parte a parte e si prolunga, sopra e sotto, per una lunghezza immensa fino ad arrivare alla sfera esterna;  al di sopra di questo asse che le stelle, giorno e notte, girano intorno alla Terra, la quale occupa il centro dell'universo. Questo asse  molto lontano da qui e per vederlo bisognerebbe salire alle latitudini del Nord della Terra; o forse  di cristallo invisibile e per questo non si vede. Per capire dove si trova l'asse bisogna cercare le costellazioni che non scompaiono per tutto l'anno e che quindi sarebbero quelle pi vicine al polo celeste.
Euctemone disegn con il bastone una costellazione che Dionisidoro riconobbe come il Carro, anche se alle sette stelle che gli erano familiari ne aggiunse altre diciassette e la chiam Orsa Maggiore; poi al di sopra disegn l'Orsa Minore, e a sinistra segn cinque punti che un per tracciare il corpo sinuoso del Dragone. Infine tracci una linea retta dalla penultima stella dell'Orsa Minore alla penultima della coda del Dragone e piant il bastone in un punto a poco pi della met della distanza.
Questo  il punto in cui l'asse che attraversa l'atmosfera terrestre si conficca nella volta del cielo. Intorno a questo punto chiamato polo nord celeste, che rimane immobile e si trova direttamente sopra il polo nord della Terra, girano tutte le costellazioni incastonate nella sfera delle stelle fisse.
Un momento, lo interruppe Dionisidoro, malgrado l'avvertimento di Demetrio. Che cos'hai detto della sfera terrestre? Lo sanno tutti che Gea  piana come un piatto.
Che la Terra  piana come un piatto ci credono solo il volgo e gli stolti.
Non ci fare caso, sussurr Demetrio.
Come no? Mi ha appena chiamato stolto.
Due cotili di vino.
D'accordo.
All'oscuro dal baratto dei suoi improvvisati discepoli, Euctemone gli spieg perch era impossibile che la Terra fosse piatta. Il filosofo Anassimandro, il primo ad occuparsi di queste cose e che aveva disegnato una mappa dell'ecumene, pensava che Gea fosse una specie di disco tre volte pi largo che alto, come il tamburo di una colonna. Ma se fosse stato cos, l'ombra della Terra proiettata sulla Luna durante le eclissi sarebbe dovuta essere ellittica, mentre tutti potevano vedere che era perfettamente circolare.
Un piatto che  rotondo e piano proietta un'ombra circolare solo se lo metti perpendicolare alla fonte della luce, prosegu Euctemone. Se si mette il piatto in qualunque altra posizione, l'ombra che proietta  un'ellisse e pu addirittura arrivare a essere stretta quanto una semplice linea. L'unico corpo che proietta un'ombra circolare in qualsiasi posizione lo si metta  una sfera. Per questo la Terra deve essere sferica perch proietta sempre un'ombra circolare durante le eclissi.
Euctemone aveva ancora altri argomenti da esporre. Se Gea fosse stata piatta, la visibilit in mare sarebbe stata infinita. Perci, quando avevano attraversato il mar Ionio in occasione di quella campagna militare, avrebbero dovuto vedere a poppa le coste della Grecia e a prua quelle dell'Italia, ma era evidente che non fosse cos e che in alto mare sembrava che stessero al centro di un grande cerchio i cui contorni erano formati dall'orizzonte del mare. Quell'orizzonte era il luogo in cui la linea retta tracciata a partire dai suoi occhi toccava in un punto la superficie del mare e se ne separava.
Altro argomento a favore della sfericit della Terra  il fatto che la sua curva nasconde molte stelle del cielo. In Egitto si pu vedere una stella chiamata Canopo, che  la seconda pi brillante del firmamento dopo Sirio, ma nel momento in cui una nave viaggia verso nord e si avvicina a Rodi, Canopo arriva sempre pi vicino all'orizzonte fino a sparire dalla vista.
Tuo fratello  stato in Egitto?, domand Dionisidoro.
No, quella cosa l'ha letta, come quasi tutto il resto.
Euctemone lasci perdere la questione della forma della Terra, perch quello che gli interessava si trovava molto pi su.

Tra le stelle, indic il cerchio esterno, e la Terra, aggiunse ficcando il bastone al centro del diagramma, ci sono altri corpi celesti. Quali?
Me lo sta chiedendo?, disse Dionisidoro.  che siccome non mi guarda....
Rispondigli, dai.
Be'... la Luna e il Sole.
Euctemone indic le prime due circonferenze intorno alla Terra. L c'erano entrambi gli astri, rappresentati come piccoli cerchi, ognuno con il rispettivo simbolo a sinistra.
Eccoli qui. Perch non cadono dal cielo quando girano intorno alla Terra?.
Dionisidoro alz le massicce spalle.
Non ci ho mai pensato. Senti, Demetrio, mi si  fusa la testa. Io me ne vado.
Demetrio gli afferr il gomito.
Aspetta un altro po'. Con un minimo di fortuna, se lasciava che suo fratello si dilungasse ancora, si sarebbe dimenticato della sua ossessione per un momento e se lo sarebbe potuto portare via da l. Allora, Euctemone. Perch non cadono dal cielo?
Perch non stanno galleggiando nell'aria come credono alcuni. In realt la Luna e il Sole sono incastrati in immense sfere di cristallo che girano intorno alla Terra, il centro di tutto l'universo. La prima sta qui, indic il cerchio pi vicino alla Terra, ed  la sfera lunare. La seconda sta qua ed  la sfera solare.
Che sciocchezza. Io non ho mai visto nessuna sfera.
Perch sono di cristallo. Demetrio lesse sulle labbra di suo fratello idiota, ma una cosa che sua madre aveva cercato di inculcargli era che non si poteva chiamare la gente stupida.
(Non capisco perch non posso chiamare la gente stupida quando  stupida, diceva lui.
Perch qualcuno potrebbe romperti di nuovo il naso. A nessuno piace essere chiamato stupido.
Ma se  vero, non capisco perch gli dia fastidio sentirselo dire.
Non  indispensabile dire sempre la verit, figlio mio, rispondeva lei, che aveva pi pazienza di Penelope).
Euctemone non disse cosa pensava del livello di intelligenza di Dionisidoro e continu il suo discorso.
Questo cristallo  molto pi perfetto del vetro e del quarzo ialino pi perfetti che abbia mai visto in vita tua e siccome  cos perfetto si pu vedere tutto quello che c' dall'altra parte come se non ci fosse niente in mezzo. Per questo nessuno vede le sfere, ma i grandi pensatori come Eudosso Platone Callippo e Aristotele sanno che devono esserci per forza.
A furia di sentire le ripetizioni del fratello, Demetrio aveva imparato talmente tanto sull'astronomia che avrebbe potuto proseguire con l'esposizione. Euctemone stava indicando i cerchi che venivano dopo la Luna e il Sole. Erano i cinque pianeti, i vagabondi del cielo. Le loro sfere cristalline compivano lo stesso movimento da est a ovest dell'immenso orbe esterno delle stelle fisse, ma avevano anche i loro movimenti giratori che li facevano spostare sul fondo delle costellazioni zodiacali nel corso dei mesi. Siccome quel movimento era talmente lento e calmo che non si distingueva a prima vista in una sola notte, la maggior parte della gente non lo notava, a meno che non fossero astrologi come il sinistro caldeo vicino ad Alessandro o i marinai esperti nella navigazione che si orientavano con le stelle. Ai contadini bastava imparare i movimenti annuali di alcune costellazioni come Orione o le Pleiadi per ricordarsi quando portare a termine i lavori nei campi.
Partendo dal Sole, i nomi dei pianeti sono Stilbon, Phosphoros, Pyroeis, Phaethon e Phainon, elenc Euctemone, piantando la punta del bastone nei rispettivi cerchi che rappresentavano ognuno di loro.
Non li avevo mai sentiti in vita mia, confess Dionisidoro.
Stilbon, Phosphoros, Pyroeis, Phaethon e Phainon corrispondono ai nomi divini di Hermes, Afrodite, Ares, Zeus e Crono. Poi aggiunse, indicando un punto tra Afrodite e Ares: I pitagorici sostengono che il Sole si trovi qui e non nella seconda orbita della Terra. Ma  un dato di fatto che il Sole sia pi grande di tutti gli altri pianeti, quindi deve per forza stare pi vicino alla Terra. E la Luna  ancora pi vicina del Sole perch  la sua ombra a interporsi tra il Sole e la Terra durante le eclissi.
E quella spirale che si avvicina al centro cos'?
Questa  la cometa Icaro. Oh, la cometa Icaro, bisogna sapere che cosa fa la cometa Icaro, ripet Euctemone con voce piatta, e si dimentic di loro per proseguire con i suoi calcoli.
Demetrio si alz da terra e si scroll le ginocchia.
Quest'insolazione non ci  servita a niente, brontol.
Allora mi paghi i due cotili di vino.
attenzioneee!!.
Alla chiamata della sentinella si aggiunse un sonoro colpo di tromba. Per puro riflesso, Demetrio si mise sull'attenti. Dalla parte sud della citt, stava arrivando un gruppo di soldati greci e macedoni, con al centro il generale Meleagro.
Rassegna generale!, gridava l'araldo di Meleagro. Rassegna generale!.
Accidenti, bofonchi Demetrio. Proprio ora.
Da quando aveva messo piede a Poseidonia, Meleagro era di pessimo umore. Per anni aveva comandato una falange di sarisse come parigrado di Cratero e Perdicca e come superiore di Tolomeo e Seleuco. Tutti quegli adulatori avevano fatto pi fortuna di lui, l'unico che avesse il coraggio di dire quello che pensava davanti al re. Tolomeo era satrapo d'Egitto e Seleuco governava le province limitrofe all'India; invece Perdicca, conosciuto anche come l'Adone, era diventato reggente di Macedonia; e Cratero, l'uomo che Meleagro detestava pi di tutti, occupava, al fianco di Alessandro, il posto di luogotenente che un tempo era di Parmenione. E cosa ne sarebbe stato di Meleagro, che aveva combattuto tante battaglie come loro, era stato ferito pi di dieci volte in guerra e aveva percorso pi di diecimila stadi? Capo dei maledetti mercenari! Avrebbe potuto prendere il suo nuovo posto in Italia come una promozione, dal momento che ora era al comando di pi di cinquemila
uomini.
Ma comandare i greci invece che i macedoni lo faceva sentire come uno stallone di razza pura in un recinto pieno di asine.
Quella mattina, non avendo niente di meglio da fare, Meleagro decise di percorrere la zona dei mercenari imprecando contro tutto quello che vedeva, anche se l'ordine l non aveva niente da invidiare al resto dell'accampamento. Era accompagnato da vari macedoni dell'Eordia come lui, tra cui c'erano i suoi due figli, e anche il generale del battaglione Civetta. Quest'ultimo, un ateniese di nome Filarco, lontano dal difendere i propri uomini, li rimproverava pubblicamente per qualsiasi cosa Meleagro considerasse una prova di indolenza: uno strato di pelle sollevato all'angolo di uno scudo, una macchia di ruggine sulla punta di una lancia, una tacca sul filo di una spada. Filarco era il tipo di ufficiale che i soldati temevano di pi. L'uomo che dava sempre ragione al superiore e preferiva cenare con lui nella sua tenda anche se ai suoi uomini avessero assegnato un fondovalle allagato per accamparsi e non gli avessero ancora portato della legna per cucinare. Il tipico ufficiale che durante la battaglia preferiva schierarsi nelle ultime file per non finire con la schiena bucata dalle lance dei suoi.
Hai ragione, Meleagro, gli stava dicendo in quel momento. Stanotte faranno tutti il doppio turno di guardia e gli toglier la razione di vino per tre giorni.
Meleagro lo guard con un sorriso beffardo e gli diede un buffetto affettuoso sulla guancia.
Non esagerare, mio caro Filarco. Il vino  l'ultima cosa che devi togliere ai soldati. Tagliargli una mano o addirittura il membro, s, ma non lasciarli a secco se non vuoi rischiare un ammutinamento.
Tutti i soldati erano immobili davanti alle tende. Alcuni avevano addosso la corazza, altri solo la tunica, e si coprivano le vergogne con l'elmo, di sicuro perch erano a fornicare fuori orario. Meleagro pass vicino a una rastrelliera con le lance che non stavano alla distanza regolamentare e le butt per terra con un
calcio.
Tre giorni di arresti per questa tenda, Filarco, disse.
Figlio di puttana macedone, sent dire da uno di loro, ma sorrise e fece il sordo. Gli altri greci li odiavano perch fino alla generazione prima erano lo zimbello dell'Ellade, e la Macedonia serviva come terra di passaggio per chiunque avesse voluto attraversarla per portarsi via le loro donne, le loro pecore e, ancor peggio, le loro vacche. Ma le cose erano cambiate grazie a Filippo, il grand'uomo di cui nessuno si ricordava pi, il vero artefice della grandezza dei macedoni. Lui aveva inventato le sarisse e le aveva date agli uomini delle montagne, per insegnare loro a combattere come orgogliosi opliti alla stregua dei presuntuosi allevatori di cavalli delle pianure. Era Filippo che le aveva portate a Parmenione, un uomo di guerra, decisamente migliore come generale di
Alessandro.
Mentre rimuginava tutte quelle offese presenti e passate, Meleagro arriv in una piccola radura. L il terreno era pi irregolare e c'erano pochi alberi, perci i mercenari l'avevano trasformata in una specie di piccola agor e vi avevano costruito addirittura un altare. Un po' pi in l della grezza statua di Atena c'era un soldato seduto, e quell'insolente, invece di alzarsi per presentarsi all'ispezione, stava scavando o disegnando qualcosa per terra. Accanto a lui c'erano due opliti sull'attenti, uno era abbastanza grasso e l'altro era un giovane di bell'aspetto che in quello stesso momento stava tirando da un braccio l'uomo seduto per farlo alzare.
Non muoverti, soldato!, grid rivolgendosi a quest'ultimo. Lascialo dov'!.
Demetrio deglut, aspettandosi il peggio. Altri ufficiali non avevano dato troppa importanza all'eccentricit del fratello, nemmeno lo stesso Filarco. Ma il capo del battaglione diventava servile come un cane affamato quando c'era Meleagro, il quale per di pi camminava verso di loro barcollando, e lo sapevano tutti che il macedone era ancora pi pericoloso quando era ubriaco o aveva i postumi di una sbornia.
Guard a sinistra girando a malapena il collo. Euctemone era ancora preso dalle sue orbite. Mio fratello non pu essere cos idiota, si disse con sconforto. Nell'esercito ateniese la disciplina non aveva mai avuto troppa importanza, ma quando ci si arruolava in un'unit di mercenari guidata dal generale pi figlio di puttana di tutto l'esercito di Alessandro, bisognava fare attenzione. Non avremmo dovuto arruolarci, si lament. Ma cos'altro avrebbero potuto fare due esiliati a cui avevano confiscato tutto? In realt lui se la passava bene nell'esercito. Il problema era suo fratello, ma non poteva lasciarlo solo. Lo avevano cacciato persino dall'Accademia, nonostante il suo talento.
Meleagro li aveva ormai raggiunti, e proiettava la sua ombra sulle sfere celesti, come una grande eclissi universale.
Che cosa stai facendo di tanto interessante da non alzarti davanti al tuo generale, soldato?
Signore, mio fratello non....
Zitto!, rugg il macedone. Sto parlando con lui.
La cosa che lo faceva arrabbiare di pi era che Euctemone non stava nemmeno facendo i calcoli. Li stava solo ripassando, letteralmente, e continuava a infilzare il bastone appuntito, che usava come punzone, nei solchi delle lettere gi segnate.
Stufo di tanta insolenza, Meleagro calpest i disegni e, siccome la terra era ormai quasi del tutto secca, cancell buona parte delle linee. Per i cani di Ecate, no, pens Demetrio, e si gir verso il fratello per trattenerlo, ma ormai era troppo tardi. Euctemone si alz finalmente, ma fu per scagliarsi contro Meleagro e prenderlo per il collo. Demetrio lo afferr per i capelli e li tir perch lasciasse il generale, ma quando il fratello stringeva la presa con quelle dita di ferro era come un cane da caccia con un pezzo di carne tra i denti.
Lascialo, Euctemone! Lascialo subito!.
L'orecchio destro di Demetrio schiocc. Un secondo dopo arriv il dolore e croll in ginocchio a terra. Guardando a destra vide che uno dei figli di Meleagro aveva girato la punta della lancia contro di lui. Non ti muovere, dicevano i suoi occhi. Un altro macedone colp Euctemone alla testa con l'asta della sua arma, ma questi non si scompose e continu a stringere il collo di Meleagro, che stava iniziando a illividirsi. Il soldato colp di nuovo, ma questa volta con una tale brutalit da dividere il bastone di frassino in due. Finalmente Euctemone lasci la presa e cadde a faccia avanti. Nel vedere che il soldato alzava la lancia rotta per infilzarlo con il puntale di bronzo, Demetrio si lanci sul fratello per coprirlo con il proprio corpo.
Alt!.
Non sapeva di chi fosse quella voce, ma di certo non era di Meleagro, perch quel suono era limpido come quello di una tromba d'argento. I piedi dei soldati si allontanarono da entrambi.
Calmati, Eute, per favore, sussurr Demetrio all'orecchio del fratello. Ci uccideranno. Lo capisci?.
Si tir un po' su e lo guard in faccia. Aveva una ferita sulla fronte che sanguinava lungo il naso, ma nei suoi occhi sembrava brillasse una scintilla di buonsenso. Demetrio lo afferr per il gomito e lo aiut ad alzarsi.
Quando vide chi si avvicinava al gruppo sent che sotto i piedi gli si apriva una voragine che lo avrebbe portato direttamente al Tartaro. Era gi abbastanza brutto trovarsi davanti a un generale. Ma l'uomo con la corazza bianca che andava verso di loro seguito dai paggi reali non era altri che Alessandro. A Demetrio iniziarono a tremare le gambe e stava per rimettersi in ginocchio, ma si ricord di aver sentito che il re non voleva che fosse rispettato il rito della prosternazione l in Italia.
Era la prima volta che vedeva Alessandro cos da vicino. Intorno a lui tutto sembrava pi brillante e diafano, come se emanasse un vapore luminoso; forse per quell'aura che lo circondava, pens che fosse un uomo molto attraente e talmente ben proporzionato che non sembrava affatto cos basso come dicevano i suoi detrattori.
Cos' successo qui?
Niente che non possa risolvere io stesso, Alessandro, rispose Meleagro. Demetrio rimase scandalizzato per il fatto che osasse parlare al re con un tono cos insolente. Ma Alessandro gli mise la mano destra sotto il mento, obbligandolo ad alzare la testa. Euctemone gli aveva lasciato delle impronte rosse sulla pelle.
Lo vedo che te la cavi da solo, disse il re con un sorriso allegro.
Demetrio guard di lato con la coda dell'occhio e represse un gemito di disperazione. Euctemone si era di nuovo inginocchiato e stava ricostruendo i suoi calcoli. Un gocciolone di sangue gli cadde sul dorso della mano, ma si limit a pulirla sulla tunica e a tornare alle sue cose.
Questo maledetto pazzo mi ha aggredito. Gli spacco la faccia e gli cambio i connotati!, disse Meleagro.
Sono venuto per lui, rispose Alessandro. Mi hanno detto che c'era una specie di Socrate in questo battaglione e volevo conoscerlo di persona. Sembra pi aggressivo del vecchio filosofo.
Demetrio, che non aveva letto Platone, non cap. Alessandro si volt verso di lui.
Hai qualcosa a che fare con lui, soldato?
 mio fratello, oh, re!.
Alessandro guard ora l'uno ora l'altro.
 curioso come il bello possa assomigliare a ci che non lo .
Cosa sta facendo tuo fratello?. Una volta Socrate aveva passato due giorni e una notte a meditare su una questione filosofica, ma non scriveva niente. Invece questo...
Alessandro si accosci accanto a Euctemone, indic il simbolo dello scudo e della lancia di Ares:
Il pianeta Pyroeis.
Demetrio si rese conto che il re conosceva quello che aveva davanti perch ne capiva la logica, in quanto era stato discepolo di Aristotele che era autore di un modello planetario estremamente complicato, con pi di cinquanta sfere celesti.
Cosa stai facendo, soldato? Guardami quando ti parlo.
Alessandro lo disse con tono molto pacato; ma, per lo stupore di Demetrio, Euctemone gir la testa e guard il re negli occhi.
Sono calcoli sull'orbita della cometa Icaro. Non si muove in una sfera di cristallo.
Dannazione, Alessandro, protest Meleagro. Lasci che questo maledetto pazzo continui a fare scarabocchi per terra dopo aver aggredito un generale?.
Alessandro si gir verso Meleagro con un'espressione di disgusto. Demetrio pens che fosse la faccia di chi poteva schiacciare una zanzara con uno schiaffo, ma che preferiva non farlo per il momento.
Continua la ronda, Meleagro. O vattene a bere vino. Quello che preferisci.
Meleagro arross e strinse i denti, ma si volt senza dire niente e se ne and. Filarco rimase un attimo vicino ad Alessandro, ma vedendo che il re lo ignorava mentre invece Meleagro lo stava chiamando con un fischio, se ne and con quest'ultimo, ma non senza prima sussurrare a Demetrio:
Tu e tuo fratello potete cominciare a fare testamento. Io stesso far in modo che vi infilzino con le lance quando far notte.
Nel frattempo, Euctemone stava raccogliendo il suo calamaio, che si era rovesciato a terra. Vedendo che non c'era pi inchiostro, si abbracci e inizi a dondolarsi mentre mormorava:
Sfortuna. Sfortuna.
Cosa gli succede?, domand Alessandro.
Quando ha ripassato i suoi calcoli per un numero sufficiente di volte gli piace metterli nero su bianco. Non dimentica mai niente, ma se non lo fa si innervosisce molto.
Alessandro annu con uno sguardo di comprensione. Demetrio ricordava che il re aveva un fratellastro di nome Arrideo. Come quasi tutti nell'esercito, il giovane ateniese lo aveva visto in occasione di sfilate e parate, e sapeva che era un povero ritardato sbavone la cui condizione era solo peggiorata nel tempo. Ma Alessandro lo trattava con molta considerazione e se lo portava ovunque da anni.
Puoi venire con me, Euctemone, disse Alessandro, anche se nessuno gli aveva detto il suo nome, perlomeno da quello che sapeva Demetrio. Ho rotoli di papiro di Sais e inchiostro indelebile. Andiamo.
Euctemone continuava a muovere la testa e a sfregarsi le mani, ma almeno si alz.
A proposito, Euctemone, cosa dicono i tuoi calcoli su Icaro?, chiese Alessandro.
Euctemone fece un gesto strano, contraendo la spalla sinistra e storcendo la bocca, come se volesse togliere importanza alle sue parole.
Che precipiter sulla Terra tra cinque mesi e sei giorni. No, tra cinque mesi e cinque giorni e mezzo.  gi passata mezza giornata dall'ultima osservazione.

3 11 agosto.

Il monte Circeo.

Nonostante il panorama dall'alto fosse splendido, Nestore pens che sarebbe stato meglio se quel maledetto vento avesse cessato di soffiare e di offuscare il cielo con la nebbia che portava dai deserti libici. Verso sud-est si apriva un'ampia baia, interrotta dal contrafforte di una montagna che scendeva quasi fino al mare. Sarebbero potuti approdare l, ma Ermolao aveva preferito avanzare ancora e usare come riparo dal vento il Circeo, lo stesso promontorio su cui si trovava in quel momento Nestore. A nord c'era una pianura che si perdeva fino a fondersi con l'ombra sporca delle montagne, gli onnipresenti Appennini che percorrevano tutta l'Italia come la colonna vertebrale di un grosso animale. Gran parte della pianura era disseminata di lagune naturali che brillavano come specchi bianchi quando c'era il sole. Quei riflessi cos luccicanti erano in realt trappole mortali, perch si trovavano al confine di un luogo malsano e insidioso conosciuto con il nome di Paludi Pontine.
Il vento cercava di portarsi via il cappello di Nestore, che si risistem il laccetto sotto il mento, e faceva sventolare con forza la bandierina di segnalazione. Sofocle aveva mandato un plotone di soldati insieme a Nestore, non perch potessero godere della vista dall'alto, ma per dare l'allarme in caso avessero avvistato dei nemici. Si trovavano a un'altezza notevole sopra il mare, forse a mille cubiti. Ermolao diceva che quel monte solitario, separato dalle montagne da pi di cento stadi di pianura, in passato era l'isola di Eea, dove viveva la maga Circe, la stessa che trasformava gli uomini in maiali finch non s'invagh dell'astuto Ulisse.
Dalle sue creste era evidente che quel monte non fosse un'isola, ma poteva sembrarlo a chi, come loro, arrivava dal mare. Per Ermolao, la spiegazione era che i venti avevano trascinato Eea fino a farla urtare contro la costa dell'Italia. Non era successa la stessa cosa a Delo, l'isola che andava alla deriva con le onde finch Apollo non la fiss al centro delle Cicladi? Ma a Nestore quell'ipotesi non convinceva. Era evidente che quella rupe calcarea non era poggiata alla costa come un relitto alla deriva, ma era piantata nel terreno attraverso profonde radici di roccia.
Si volt verso nord-est, ossia da dove era venuto. Sotto il pendio pi scosceso del monte, si estendeva una lunga spiaggia, separata dai pantani da una linea di dune. Una costa apparentemente inoffensiva, ma in realt ostile. Alceo, il terzo pilota, gli aveva spiegato la differenza tra terre morbide e dure. Nelle prime, le onde creavano interminabili spiagge dritte con banchi di sabbia che innalzavano una barriera e impedivano che i fiumi, a meno che non fossero di grande portata, sfociassero nel mare, il che creava zone pantanose, stagnanti e malsane e rendeva difficile ai naviganti trovare l'acqua dolce. Invece, nelle terre dure, si formavano rientranze e insenature che offrivano ripari perfetti per le navi e si poteva trovare abbondante acqua potabile alle foci dei fiumi.
No, quello non era un buon posto. Ma non avevano avuto altra scelta che attraccare l. Nestore abbass lo sguardo ai piedi del Circeo: non lontano dalla spiaggia c'era l'Anfitrite ancorata. Dopo aver combattuto contro la tempesta per tutta la notte, avevano lasciato indietro il resto della flotta, e non sapevano se le altre navi si fossero perse o fossero riuscite a raggiungere la costa. I pi esperti avevano calcolato che, per la forza del temporale, su sessanta navi potevano essersene salvate forse la met.
In quel momento Nestore vide i romani.
Il giorno prima, notando che il cielo schiariva dietro i vetri di mica, Nestore si era finalmente liberato dall'abbraccio di Clea; la giovane si era addormentata per pura paura e sfinimento. Poich lo metteva a disagio utilizzare i lussuosi bagni delle stanze di Clea, Nestore usc nel corridoio, entr nella propria cabina e us la latrina. La porta di Boeto si era aperta a causa del dondolio della nave. Si affacci; il servo era buttato per terra, con la testa tra le mani e si lamentava con una specie di ululato ritmico.
Vedendo che i movimenti della barca erano meno bruschi, Nestore si decise a salire in coperta. A poppa trov Alceo, con la faccia stanca, che manovrava i remi di tribordo con un bastone a cui erano legate delle cinghie. Vicino a lui c'era Ermolao che scrutava l'orizzonte. Era evidente che nemmeno il capitano avesse dormito, ma gli sembr pi in forze di Alceo.
C'era solo la vela di artimone, con il pennone abbassato fino alla met dell'albero. Era un po' strappata, ma aveva resistito ed era ancora gonfia di vento. L'alba era grigia e le onde alte, pi per la corrente che per il temporale, e non si frangevano pi con tanta forza sulle creste. Nestore si affacci sopra l'aletta di poppa; seguendo la scia della nave si vedevano due lunghe funi tese sopra le onde. Quelle corde fungevano da freno alla nave per mantenere la rotta.
Ti trovo bene, signor dottore, gli disse Alceo con un sorriso iro-
nico.
Non c' niente di meglio che dormire cullato.
Poco dopo apparve Sofocle. Dal colore delle guance e dall'alone scuro intorno agli occhi, era evidente che avesse vomitato fino al primo rancio che aveva mangiato quando era entrato nell'esercito, ma appena li vide drizz la schiena e le spalle. Lo zio di Clea non aveva ancora dato segni di vita.
Pare che abbia svuotato il barile di Diogene per quanto vino ha bevuto, spieg il comandante. Dove ci stiamo dirigendo?.
Ermolao indic una massa scura che emergeva dalla linea della costa.
 il Circeo, disse Ermolao. Dopo essersi dilungato per qualche minuto nella spiegazione mitologica del nome, aggiunse: Una volta oltrepassato, troveremo una piccola insenatura a nord che ci riparer dal vento.
Non mi piace, disse Sofocle.  territorio romano.
Siamo cos lontani da Poseidonia? Quanto dista da qui?, chiese Nestore.
Circa mille stadi. Siamo pi vicini a Roma che a Poseidonia, rispose Ermolao.
Nestore sibil tra i denti.
Brutto affare. Come torniamo indietro?
Male, disse Ermolao. Per quanto il peggio della tempesta sia passato, se il vento non cambia dovremo tornare indietro effettuando bordi molto larghi. Ma anche se iniziasse a soffiare l'etesio, l'Anfitrite  ormai danneggiata. Bisogna riparare vele e sartie.
Si pu fare velocemente, comment Sofocle.
L'acqua  entrata pure nei due scafi, rispose Ermolao. Soprattutto in quello di babordo.
Nestore allora vide che la nave, nonostante la posizione della vela e dei remi che la dovevano inclinare leggermente a tribordo, era piuttosto rotta a babordo.
Ci sono dei feriti di sotto, disse Sofocle. Lo so che non sei un medico dell'esercito, ma ti dispiacerebbe visitarli?
Prendo i miei strumenti e ti accompagno.
L'Anfitrite era talmente grande che gli abitanti del luogo dovevano averla vista da molti stadi di distanza. Quando arrivarono alla spiaggia li aspettava una truppa piuttosto disorganizzata e anarchica: dovevano essere circa duecento uomini, dei quali alcuni portavano scudi ed elmi, ma la maggior parte erano armati solo di archi, fionde o giavellotti. Mentre i marinai buttavano l'ancora a mezzo stadio dalla riva, Sofocle ordin di montare le catapulte, che avevano smontato per proteggerle dalla tempesta. Dopo quattro bordate di pietre e frecce, i nativi scapparono spaventati.
Gli opliti furono i primi a sbarcare per formare un cordone sulla spiaggia. Una volta a terra, constatarono che le macchine da guerra avevano ucciso otto uomini. Tre di loro erano stati infilzati dalla stessa freccia, il che diede adito a varie battute becere. Sofocle invi una squadra in ricognizione. A poca distanza dalla riva trovarono una laguna salmastra separata dal Circeo da una stretta lingua di terra e, pi in l, un piccolo villaggio in cui erano rimaste poche capre, di cui si impossessarono, e un'anziana che si era rifiutata di scappare con gli altri e che avevano lasciato in pace.
Avvertiranno i romani, disse Ermolao. Verranno molto presto. Quei bastardi sono veloci, li conosco.
Sofocle mand nuove pattuglie nel caso non ci fosse stato altro rimedio che tornare a piedi verso sud ed Ermolao si mise a ispezionare la nave. Le notizie non erano buone. Gli esploratori che erano tornati raccontarono che, allontanandosi dal promontorio, si arrivava a un vasto pantano infestato dalle zanzare; i giunchi e le canne erano talmente alti che nascondevano la vista, e rendevano quel posto un labirinto di maremme e canneti. Inoltre, l'Anfitrite aveva le coste fuoriuscite su entrambi gli scafi, soprattutto su quello di babordo, la cui chiglia, per di pi, si era storta.
Ecco cosa succede quando la chiglia  fatta di pi pezzi, disse Ermolao, scuotendo la testa.
Con i danni subiti al velame e al cordame si poteva navigare, ma con lo scafo danneggiato, no: considerando quanto era mosso il mare, la nave sarebbe affondata molto prima di arrivare a Poseidonia. Se volevano riparare la chiglia, le coste e i bagli, dovevano costruire un bacino di carenaggio, dato che le dimensioni dell'Anfitrite impedivano di tirarla in secco.
La sera improvvisarono un accampamento senza accendere fal, perch non volevano attirare ancora di pi l'attenzione. Mentre Sofocle parlava con i capitani e i capi di fila delle due compagnie, Ermolao, con espressione grave, prendeva provvedimenti con i suoi ufficiali. Nestore, che aveva finito di visitare i feriti e aveva pulito e sistemato i suoi strumenti con l'aiuto di Boeto, rimase un momento seduto sulla sabbia, a osservare gli altri. Clea e le sue schiave si erano chiuse in una tenda del campo, la pi grande delle cinque che avevano a bordo. Forse la giovane si vergognava per la debolezza che aveva mostrato la notte precedente. Quando era entrata nella tenda aveva guardato Nestore con la coda dell'occhio senza dirgli niente, e non aveva pi richiesto la sua presenza.
Meglio, si disse lui. Sapeva riconoscere il pericolo quando lo vedeva; e per magnanimo che fosse Alessandro, la sua generosit non arrivava a tanto.
Il giorno dopo, all'alba, Nestore aveva deciso di fare un'escursione al Circeo. A nessuno piaceva che si allontanasse dall'accampamento, ma d'altra parte non si mettevano d'accordo su chi avesse l'autorit massima per proibirglielo: Callia insisteva che era lui il capo della spedizione, Ermolao assicurava che come capitano della nave comandava lui e Sofocle, da parte sua, sosteneva che si trovavano in territorio nemico e quindi in situazione di guerra, per cui il dottore doveva stare ai suoi comandi. Mentre discutevano, Nestore aveva preso il suo bastone da passeggio e il suo cappello di paglia e aveva intrapreso la salita per un sentiero stretto e a zigzag lungo la frondosa e scoscesa parete nord. Allora Sofocle, rendendosi conto che conveniva avere delle vedette sul promontorio, aveva inviato dietro di lui otto soldati della prima compagnia.
Dopo aver perlustrato a vista tutto il panorama che gli si offriva dalla cima, Nestore torn a osservare delle rocce allineate sulla falda est, che era meno scoscesa e scendeva in un dolce declivio verso il mare. Forse si trattava di un semplice recinto, ma per la sua posizione avrebbe scommesso che fossero i resti di un'acropoli. Calcol che ci avrebbe impiegato mezza clessidra per arrivarci, ma mentre si girava per riferirlo al capopattuglia, con la coda dell'occhio scorse qualcosa che brillava tra le paludi. Non era un riflesso nell'acqua: quel luccichio si muoveva.
Anch'io lo vedo. Ce ne sono altri l a sinistra, guarda, disse il soldato con il suo rozzo accento da montanaro.
Quasi tutta la fanteria di sarisse che avevano portato proveniva da Almopia, una delle regioni pi selvatiche della Macedonia. Erano uomini forti, uniti non solo da legami di sangue ma anche di cameratismo. Anche se alcuni avevano partecipato solo alle campagne di Grecia e Scizia, pi della met erano veterani dell'Asia che, per aver combattuto come asthtaroi a Sangala sotto il comando di Perdicca, avevano ottenuto per le loro compagnie il rango di pezhetaroi, Compagni a piedi, il grado massimo a cui potevano aspirare i soldati di fanteria.
Cosa credi che sia?, chiese Nestore, anche se sospettava la risposta.
Punte di lance. Quanto ti ci giochi, dottore?
Non scommetto con i soldati su questioni militari.
Il capofila alz la bandiera e la sventol in aria, mentre due uomini scendevano di corsa per dare l'allarme. Nestore li segu con passo pi accorto, perch il sentiero aveva tratti pi ripidi che si affacciavano direttamente su faraglioni verticali. Man mano che scendeva, l'orizzonte si riduceva, ma ora che sapeva come si muovevano quei luccichii non li perse di vista. Presto presero corpo e diventarono figure minuscole che uscivano dal pantano in varie file e iniziavano a riorganizzarsi in una zona pi alta e asciutta, a una ventina di stadi dalla spiaggia. Dal modo in cui si muovevano e si schieravano, non sembravano un'orda sgangherata come quella che avevano trovato quando erano sbarcati, bens truppe regolari.
A forza di viaggiare con Alessandro, Nestore aveva imparato a riconoscere i contingenti militari da lontano. L potevano esserci tanti uomini quanti erano loro, circa seicento, ma in pi avevano una piccola truppa di cavalleria. Nonostante il vento soffiasse verso l'interno, gli arrivarono i suoni gravi delle tube di guerra. Considerando che si trovavano in territorio romano, anche se in una zona quasi disabitata, non ebbe il minimo dubbio che si trattasse di legionari.
L'ultimo tratto lo fece correndo, e alle sue spalle sent i passi dei soldati macedoni che lo seguivano. Probabilmente il capopattuglia aveva deciso che, una volta avvistato il nemico, i suoi uomini sarebbero stati pi utili con il resto dei compagni. Quando arrivarono alla spiaggia, era tutto un prepararsi in gran fretta. Mentre i capitani delle due compagnie di opliti organizzavano i propri uomini, Sofocle, Ermolao e Callia discutevano in un rapido conciliabolo.
Non c' tempo di smontare le catapulte, portarle fino a riva e rimontarle, disse Sofocle in tono di rimprovero, davanti all'insistenza di Callia. Combatteremo alla vecchia maniera.
Mi sembra ottimo che tu voglia combattere alla vecchia maniera, ma nel frattempo noi ci allontaniamo dalla riva con l'Anfitrite, disse Callia, e rivolgendosi a una schiava di Clea grid: Tu, di' a mia nipote di uscire dalla tenda una buona volta! Torniamo alla nave!.
Ti ho gi detto che la nave non  in condizioni di navigare, gli disse Ermolao.  pi sicuro che rimaniate qui.
Tutte fandonie! Hai paura?
E tu non lo capisci?. Ermolao indic verso il mare. Nella zona della spiaggia riparata dalla massa del promontorio, le onde non si infrangevano con troppa forza, ma pi in l c'era tanta spuma sulle creste e il cielo continuava a essere coperto da un velo sporco e grigio. Il libico soffia ancora con forza. Con questa mareggiata la nave affonder. Ho ordini ben precisi di Alessandro e da tuo cognato. Il mio primo dovere  proteggere l'Anfitrite.
Questi ordini non contano adesso, borbott Callia. Adesso sono io che do....
Tu adesso non sei nessuno, lo interruppe Sofocle. Se continui a farci perdere tempo, ordiner ai miei uomini di incatenarti.
Il siceliota che comandava la guardia di Callia si avvicin di un paio di passi.
Dovrai passare sul mio cadavere, make.
Sofocle lo guard in cagnesco.
Il tuo cadavere? Non mi tentare, amico. La cosa migliore  che tu e i tuoi uomini rimaniate nella retroguardia per proteggere il vostro signore. Lasciate giocare noi alla guerra.
Sofocle si volt, senza pi badare al siceliota. Questi port la mano al pomo della spada, ma non fece in tempo a fare altro. Con una rapidit fulminea, Sofocle sguain la spada e, approfittando dell'impulso del movimento, si gir e gli fece un taglio alla gola che gli tranci contemporaneamente entrambe le carotidi. Il mercenario indietreggi di qualche passo, cadde di schiena sulla sabbia ed ebbe un paio di convulsioni mentre il sangue sgorgava a fiotti.
Alcune delle guardie fecero per prendere le spade, ma il secondo ufficiale, un uomo magro con la barba da capretta, diede loro un ordine secco. Sofocle gli si avvicin ed entrambi gli uomini si guardarono per qualche secondo. Il mercenario alla fine annu e ordin ai suoi uomini di portare via il cadavere. Poi si volt verso So-
focle.
Quali sono i tuoi ordini?
Come quali sono i tuoi ordini?, sbott Callia. Quell'uomo ha appena...!.
Stai zitto per una volta, zio!, proruppe Clea.
Si voltarono tutti verso la giovane, che era uscita dalla tenda vestita come un'autentica regina. Portava una tunica verde di seta, un mantello con bordini di ermellino chiuso con fermagli d'oro e rubini, un rutilante diadema, bracciali fino al gomito, le tre collane che aveva messo quando temeva che l'Anfitrite naufragasse, grossi anelli a tutte le dita, cavigliere e una catena d'oro intorno alla tunica. Nestore pens che quell'ostentazione fosse pi adatta a una regina barbara, come la leggendaria Semiramide, che a una nobile greca. Ma se la giovane intendeva impressionare tutti con quell'immagine maestosa, ci riusc. Lo stesso Callia era rimasto a bocca aperta.
Fu Sofocle il primo a reagire.
Voi, disse all'ufficiale dei mercenari, rimarrete a proteggere l'accampamento e la moglie del re fino a che non avremo finito con gli intrusi.
Puoi fare a meno di questi trenta uomini?, domand Clea.
Non preoccuparti, mia signora. Abbiamo tanti uomini quanto loro, o forse di pi, e siamo pezhetaroi. Anche se fossero il doppio, noi siamo l'esercito di Alessandro e abbiamo vinto la maggior parte delle battaglie in inferiorit numerica. Ora, se potete scusarmi, ho una battaglia da vincere.
Detto questo, Sofocle si allontan con lunghe falcate per riunirsi alle sue compagnie. Il nuovo capo della guardia rimase a guardare Callia, tentenn un attimo e poi si rivolse a Clea:

Che facciamo, signora?
Quello che vi ha detto il comandante.
Di malavoglia, le guardie si schierarono per formare un cerchio difensivo: erano mercenari, ma avevano il loro orgoglio e come guerrieri avrebbero voluto partecipare alla battaglia che si avvicinava. All'interno del perimetro si ripararono Callia, il suo piccolo seguito, Clea e le sue schiave: una ventina di civili in tutto.
Nestore si avvicin a Clea e osserv con ammirazione il suo abbigliamento.
Stai pensando di nuovo al tuo funerale?, le chiese.
Lei arross al ricordo della notte della tempesta e rispose:
No. Sto pensando a cosa pu succedere se sconfiggono i nostri soldati.
Per questo ti sei agghindata cos? Avresti potuto andare direttamente sul campo di battaglia e gridare: Venite, romani! Sono una ricca dama! Violentatemi e derubatemi!.
Lei lo guard con un lampo di furia negli occhi.
Se questi romani sono intelligenti, quando mi vedranno si renderanno conto che se indosso tanti gioielli valgo molto di pi come ostaggio. E quando sapranno che sono la moglie di Alessandro, non si azzarderanno a toccarmi. Ma  necessario che ci cre-
dano.
Speriamo che almeno capiscano la parola Alessandro. Nestore le prese un istante la mano. Mi dispiace per quello che ti ho detto. La tua idea non  male. Comunque i romani non riusciranno a superare la muraglia di sarisse. Puoi stare tranquilla.
Dove vai?.
Senza rispondere, Nestore si fece strada tra le guardie che chiudevano il cerchio. Sapeva per certo che quando qualcuno entra o esce con fermezza da un posto, non gli fanno domande. Inoltre sapeva quello che stavano pensando gli uomini di Callia. Per me possono anche spaccargli la testa a quel pazzo.
Sofocle aveva mandato gli arcieri su una stretta lingua di terra che si estendeva tra la laguna salmastra e il lato nord del promontorio, con l'ordine di controllare i romani, i quali, per un po' di tempo, non si erano pi avvicinati; solo un paio di cavalieri si erano avventurati a ispezionare la zona, ma erano tornati indietro al primo sibilo delle frecce. Forse, essendo cos pochi come sembravano, avevano paura.
I macedoni ultimavano i preparativi con la rapidit data dall'addestramento, tra respiri affannosi, schiocchi di metallo e fruscii del cuoio che si piegava. Quelli che combattevano nelle prime file si allacciarono le corazze con le placche o i corsaletti di cuoio bollito rinforzati da pettorali di metallo; quanto a quelli che lottavano in fondo alla formazione, la maggior parte us petti bianchi con mantelli di lino pressato, con squame di blindaggio addizionale cucite a destra, il lato che lo scudo lasciava scoperto. Poi agganciavano al fianco sinistro le spade corte che usavano come armi secondarie; molti avevano il kopis, una spada con lama monofilare curva, pi adatto a tagliare che a dare stoccate. Una volta chiuse le gambiere di bronzo o di ferro sugli stinchi, si sistemarono sulla testa le cuffie imbottite, sopra le quali si calcarono gli elmi frigi o traci che lasciavano il viso scoperto. Da tempo i macedoni avevano abbandonato il vecchio elmo corinzio che proteggeva tutta la faccia e che trasformava l'oplita in un automa praticamente cieco e sordo durante la battaglia.
Mentre i pezhetaroi prendevano gli scudi dalle custodie di pelle e li imbracciavano, gli artiglieri finivano di assemblare le sarisse. Una volta incastrate le due met con un tubo di ferro ben stretto, le passavano agli opliti, che le ritiravano fila per fila, le sollevavano in aria e le mettevano in una fonda di cuoio che portavano a tracolla. Nonostante le avesse viste molte volte, Nestore pens che fossero impressionanti: dodici cubiti di legno di corniolo, duro e flessibile, con punte di ferro di due palmi. Erano talmente lunghe che quando venivano agitate nell'aria sibilavano con un ululato da far rizzare i peli, come una pineta in una notte di vento.
Per brandire in battaglia quell'arma che pesava circa un quarto di talento, l'oplita doveva afferrarla con entrambe le mani, la destra a due cubiti dal puntale e la sinistra pi avanti di altri due cubiti. Questo lasciava otto cubiti di arma proiettati in avanti. Quando Filippo, il padre di Alessandro, fece adottare ai suoi uomini quella lunghissima picca, dovette sostituire lo scudo che avevano usato fino ad allora con un altro pi piccolo e leggero. Quando il soldato se lo appendeva al collo con la tracolla, passava il braccio sinistro nei ganci della faccia interna e teneva la sarissa in posizione da combattimento, lo scudo rimaneva di traverso davanti al suo corpo e gli copriva il torace, ma lasciava le gambe e l'inguine scoperti. In ogni caso la miglior difesa dei pezhetaroi erano le sarisse, perch tenevano il nemico a distanza: ci voleva fegato per infilarsi tra le punte della prima fila, perch prima di arrivare al corpo a corpo l'avversario doveva ancora affrontare le punte della seconda fila dei soldati di fanteria e poi quelle della terza e della quarta. La falange di sarisse era un enorme riccio corazzato, lento ma inarrestabile.
Sofocle smist gli artiglieri perch aiutassero i mercenari a difendere l'accampamento e poi ordin alle due compagnie di opliti di schierarsi in altrettanti rettangoli di trentadue di fronte per otto di fondo. Normalmente ogni unit formava un quadrato di sedici per sedici, ma con cos poche truppe preferiva coprire un fronte pi ampio a scapito della perdita di profondit.
diii...fronte!.
Senza bisogno di flauti o di timpani, i macedoni marciavano: producevano un rumore curioso quando con i piedi sprofondavano nella sabbia, uno scricchiolio aspro e attutito che nel silenzio in cui la falange avanzava suonava ancora pi minaccioso. In poco tempo arrivarono al campo di battaglia scelto, una spianata di poco meno di uno stadio di larghezza che si apriva tra la laguna e la scarpata del Circeo.
Mentre i soldati si preparavano, Sofocle aveva sacrificato un capretto. Dopo aver esaminato i lobi del fegato, l'esperto di aruspicina gli aveva detto che gli di consigliavano una tattica difensiva. A Sofocle sembr che quella lingua di terra fosse il luogo migliore per mantenere la sua posizione, perch il promontorio proteggeva il fianco destro e l'acqua, nonostante fosse piuttosto bassa, il sinistro; in questo modo chiudevano il passaggio alla spiaggia dove avevano lasciato i civili con l'equipaggiamento.
aaalt!.
Nestore si arrampic su una roccia del pendio, a una cinquantina di passi dietro la falange. L godeva di un buon punto di osservazione; con il suo cappello da viaggio e il suo bastone si sentiva come uno di quegli araldi che assistevano alle battaglie in tempi pi cerimoniosi e civilizzati di quelli. In quel momento sent un rumore di piedi che scivolano sul pietrisco e si volt allarmato. Era Boeto che si arrampicava carponi verso di lui.
Cosa ci fai qui? Ti avevo detto di restare dov'eri.
Tu hai sempre fortuna, rispose il focese, accaldato dalla sfacchinata. Dove ti trovi tu  il luogo meno pericoloso. Questo  sicuro.
Mi aspettavo un acceso discorso sulla lealt, ma fa lo stesso. Ma guarda un po', hai portato il vino. Passamelo. Pensi sempre a tutto!.
Mentre loro osservavano, Sofocle schier le due compagnie insieme per offrire al nemico un fronte di sessantaquattro scudi. Poi divise gli arcieri sui lati in due gruppi da venti. Davanti a loro si estendeva una zona di terra sabbiosa con cespugli e alberelli sparsi, e a tre stadi di distanza c'erano i nemici che organizzavano le loro file senza avanzare, come i macedoni. Nonostante non sembrassero pi numerosi, avevano un piccolo vantaggio: uno squadrone di cavalleria di venti o trenta uomini.
Nessuno dei due eserciti sembrava aver fretta. Nestore non si stup. Malgrado Eumene descrivesse in modo stringato le battaglie nelle sue Efemeridi reali (I nostri uomini affrontano i traci, rompono la loro formazione, li mettono in fuga e li annientano), restava il fatto che gli scontri erano lunghi, sporchi, rumorosi, cruenti, freddi. S, la sensazione che i soldati feriti ricordavano di pi era quella del ferro freddo nel corpo. Bisognava armarsi di molto coraggio per avventarsi contro le armi aguzze dei nemici sapendo che loro stavano calcolando il modo migliore per conficcartele in mezzo agli occhi o nei testicoli. Per questo la maggior parte dei soldati si riempivano di vino prima di combattere; non per vigliaccheria, ma perch il vino li aiutava a fare bene il loro lavoro. Il vino fa disdegnare le conseguenze delle proprie azioni, o meglio, offusca l'immaginazione di ci che pu accadere in futuro, immediato o lontano. Ma un soldato non deve usare l'immaginazione, perch lo paralizza, e tantomeno pensare al futuro, perch non ce l'ha.
Sofocle cammin davanti alle truppe, che avevano ancora le sarisse in alto riposte nelle tracolle di cuoio, una novit ideata dal generale Cratero durante l'ultima campagna in Grecia: in questo modo le braccia dei soldati non si stancavano invano prima della battaglia e oltretutto le picche sembravano ancora pi alte e imponenti. Onore...!, ...salvezza...!, ...barbari...!. A Nestore arrivava solo qualche parola dell'arringa. ...proteggere la moglie di Alessandro...!. Era una buona idea menzionarla. Alessandro non era presente, ma il suo nome infondeva ancora pi valore del vino e inoltre ricordava ai soldati che, se lottavano per Agatoclea ed evitavano che cadesse in mano ai nemici, il re avrebbe saputo ricompensarli.
Anche i romani avevano formato il loro fronte, sebbene le lance che spuntavano dai loro scudi non fossero affatto cos lunghe. Un cavaliere con un cimiero rosso passava davanti a loro su un cavallo bianco; li stava senz'altro arringando a sua volta. Nestore si chiese cosa stesse dicendo per incitarli a farsi infilzare dalle sarisse macedoni che avevano conquistato mezzo mondo.
A questo punto, com'era d'abitudine, entrambi gli eserciti sarebbero dovuti avanzare lentamente fino a trovarsi pi o meno a uno stadio di distanza, dove avrebbero fatto un'altra sosta. Ma Sofocle, che stava sulla difensiva e aveva i fianchi coperti, il che per il momento rendeva inutile la cavalleria del nemico, non si mosse.
Nemmeno quei bastardi si muovono, disse Boeto.
Forse stanno aspettando i rinforzi.
Se cos fosse, allora dovrebbero attaccarli subito.
Da buon greco, Boeto amava lo stratagemma subdolo. Comunque, aveva ragione: poich le circostanze di quel momento favorivano i macedoni, bisognava approfittarne. Ma in quel preciso istante suonarono le tube e i romani inalberarono sulle loro teste degli stendardi gialli e porpora. Dalle file avanzarono vari gruppi di fanteria leggera, cinquanta o sessanta uomini. Erano armati di piccoli scudi rotondi e di giavellotti, e si avvicinarono alla falange correndo tra grida e ululati da lupi. Infatti Nestore avrebbe giurato che le pelli che li coprivano fino alla testa fossero di lupo, anche se da lontano non poteva esserne certo. Senza avvicinarsi troppo, quegli scaramucciatori lanciavano i loro giavellotti e tornavano indietro. Gli opliti, che ancora tenevano in alto le sarisse, si ripararono con gli scudi, ma non serv a molto, perch la maggior parte dei giavellotti cadde a terra: gli uomini-lupo non si azzardavano ad avvicinarsi di pi per paura degli arcieri, cosicch sparavano il prima possibile e poi fuggivano correndo a zigzag per schivare le frecce. Tuttavia alcuni finirono a terra; i compagni li raccolsero e li trascinarono dietro le file dei legionari.
L'uomo col pennacchio rosso smont da cavallo e si mise davanti, insieme ai suoi uomini. Era ovvio che si stessero preparando ad avanzare, cos Sofocle decise che era arrivato il momento.
sarisseeee... avanti!.
Gli opliti della prima fila si misero quasi di fianco per ridurre il loro profilo, abbassarono le sarisse fino a tenerle in orizzontale e gridarono Alxandros!. A seguire lo fece la seconda, che port le punte delle picche molto vicine a quelle dei compagni ed esclam Nike!4. La terza fila torn a cantare Alxandros! e la quarta rispose Nike!. Infine, quando gli uomini della quinta infilarono le sarisse nello scarso buco che rimaneva e cantarono Alxandros!, tutta la falange all'unisono rugg nikeee!.
Nestore si guard l'avambraccio: per quanto potesse sembrare infantile, quell'esibizione gli faceva sempre drizzare i peli. Guardando quello spettacolo, i guerrieri che non erano greci reagivano in due modi: o rompevano le file e scappavano come conigli o, se erano barbari che anteponevano il coraggio a tutto il resto e si erano anche riempiti di vino, birra o latte fermentato, caricavano ognuno per s tra le urla e si andavano a infilzare nelle punte di ferro.
Ma i romani non ebbero n l'una n l'altra reazione. Le tube suonarono di nuovo e loro si incamminarono, marciando a tempo. Man mano che si avvicinavano, Nestore pot apprezzare meglio le armi dei legionari. Avevano scudi ovali dipinti di rosso che coprivano loro il naso fin sotto alle ginocchia; al di sopra spuntavano le punte delle lance e sulle teste ondeggiavano lunghe piume colorate.
 incredibile, comment Boeto. Hanno lasciato indietro le truppe di riserva.
A quasi cento passi dietro gli altri camminava un'altra unit di fanteria di linea, forse di cinquanta o sessanta uomini. A Nestore sembrava logico che risparmiassero gli scaramucciatori, oltre alla cavalleria, perch per il momento non aveva fianchi aperti da attaccare. Ma perch lasciare in disparte anche gli altri legionari, quando erano in inferiorit numerica? Ora che i romani avanzavano in formazione, era evidente che il loro fronte non superava in larghezza quello macedone, e avevano solo cinque file di fondo rispetto alle otto della falange di Sofocle.
Che coraggio!, riassunse Boeto.
Gli arcieri delle ali greche avanzarono un po' e spararono un paio di raffiche; i romani si ripararono dietro gli scudi e a malapena subirono perdite. Quando si trovavano a meno di uno stadio di distanza, si decisero a caricare, anche se non come sperava Nestore. La linea di fronte si ruppe, non in modo irregolare ma seguendo uno schema preparato scrupolosamente. Tre formazioni si staccarono dalle altre a scacchiera, a cominciare dall'ala destra, e avanzarono a passi rapidi mentre le altre tre rimasero un po' indietro. I romani lanciarono il loro grido di battaglia che non fu meno sonoro di quello greco:
mars et quirine! roma victrix!.
Ho un brutto presentimento, pens Nestore. Un'azione cos contraria alla logica militare doveva avere un motivo. Le formazioni di fanteria di linea cercavano di non creare vuoti, perch i fianchi erano il loro punto pi debole ed era meglio proteggerli con i corpi e gli scudi dei compagni che lasciarli scoperti. Ma era evidente che ai romani non importava rompere la propria falange. Corsero con gli scudi in alto, riparandosi dalle frecce che lanciavano gli arcieri greci, e solo tre o quattro di loro caddero a terra. Poi, quando arrivarono a una trentina di passi dalle sarisse, si ud un ordine secco.
pila!.
I legionari che correvano in testa si fermarono e lanciarono le armi. Quelle che Nestore aveva creduto fossero lance erano in realt giavellotti che sibilarono nell'aria. Dopo quella raffica ne arriv un'altra, e un'altra ancora. Forse i romani provavano quella manovra cos complicata dalla nascita: ogni volta che un soldato lanciava il suo proiettile, approfittava dell'impulso per spostarsi di un passo a sinistra e fare spazio all'uomo successivo, il quale, dopo aver lanciato a sua volta, si spostava per lasciare il posto al prossimo. I giavellotti caddero sui macedoni, alcuni dopo parabole alte, altri dopo traiettorie pi dritte e dannose. Infine si scatenarono i rumori della battaglia: l'impatto sordo e contundente del ferro contro il legno, lo stridio pi acuto del metallo sul metallo, lo scricchiolio dei piedi nella sabbia, le voci di comando, gli insulti, gli urli. Nestore vide che nelle prime file cadevano pi uomini di quanto si aspettasse; era inquietante che le punte delle sarisse si muovevano da una parte all'altra e si intralciavano tra loro, e che si udivano pi grida di perplessit e costernazione che di dolore. Si stup nel vedere che molti opliti si liberavano degli scudi e li lasciavano cadere a terra tra le maledizioni.
Le tre unit romane che erano rimaste indietro si misero a correre e lanciarono i giavellotti nello stesso modo. Tutto si svolgeva a una velocit vertiginosa: quando le tre formazioni della seconda unit non avevano ancora esaurito i proiettili, le prime tre, spada alla mano, si stavano gi lanciando come suicide contro le sarisse.
No, come suicide no, si corresse Nestore. Perch ora l'enorme riccio della falange aveva dei buchi e molti aculei storti. I romani, riparati sotto i grandi scudi, li muovevano da una parte all'altra per allontanare le punte delle picche e approfittavano delle brecce per arrivare al corpo a corpo o al contrario aspettavano con pazienza. Per un attimo fu difficile calcolare quanto stava succedendo. C'era un fronte d'assalto confuso, zigzagante, e le sarisse delle ultime file ondeggiavano come messi al vento, senza mai arrivare a scendere del tutto perch non c'era spazio per farlo. Mentre i macedoni e i romani che erano faccia a faccia facevano scontrare gli scudi e cercavano di accoltellarsi al di sopra e al di sotto di essi, i soldati che si trovavano dietro incitavano i compagni e provavano a sfruttare il pi piccolo spazio per infilzare un nemico alle cosce o all'inguine.
I nostri sono l, disse Boeto, indicando verso la zona destra del campo.
L c'era un gruppo di arcieri che si stava muovendo tra gli alberi che crescevano nelle crepe del monte, con l'evidente intenzione di sorprendere i romani alle spalle. Ma i cavalieri videro la manovra da lontano e caricarono contro di loro, seguiti da venti o trenta scaramucciatori. Caddero due romani di cavalleria, ma fecero fuori otto arcieri. Uno dei cavalieri sollev la lancia in aria mostrando come trofeo gli intestini di un nemico infilzato nella punta, il che fin per mettere in rotta i greci, che si ritirarono dietro la boscaglia.
Quando suonarono di nuovo le tube di metallo, Nestore e Boeto si girarono verso il campo di battaglia principale. I legionari si stavano ritirando. Lo facevano in modo ordinato, senza dare le spalle ai nemici. Tra insulti e minacce, si spostarono a una trentina di passi di distanza trascinando i feriti. Anche i macedoni arretrarono di qualche passo per lasciare i corpi dei caduti nella parte di terreno che dovevano attraversare i romani se volevano attaccarli ancora. Nestore cerc di calcolare le perdite. Sebbene non fosse facile distinguere gli uni dagli altri, perch coperti di polvere e aggrovigliati in supremi abbracci, gli sembr che i romani morti non arrivassero a dieci, mentre i macedoni erano il triplo.
Consult la clessidra, che aveva girato quando erano iniziati i primi tentativi della fanteria leggera. Era passato poco pi di un quarto d'ora. Gli scontri diretti non duravano di pi, perch per quanto Omero lodasse gli interminabili massacri di Achille vicino alle acque del fiume Scamandro, lo sforzo di sorreggere lo scudo e colpire pi e pi volte con le armi non si poteva sostenere per troppo tempo.
Sofocle arring di nuovo i suoi uomini, questa volta con pi parolacce e meno retorica. I macedoni ricomposero la formazione; per offrire un fronte dritto al nemico, nelle ultime file c'erano dei vuoti. Tra i romani si alzarono uomini, sicuramente comandanti, che esortarono i propri soldati insultando al contempo i greci. Uno di loro os orinare guardando verso la falange come un cane che marca il territorio. Nel frattempo, i soldati di riserva e quelli di fanteria leggera passavano altri giavellotti ai legionari che avevano esaurito i propri durante il conflitto.
Prima di quanto Nestore si aspettasse, i romani tornarono alla carica e lanciarono di nuovo i giavellotti. Questa volta il risultato dell'attacco fu ancora pi letale, perch molti macedoni avevano abbandonato gli scudi. Vedendone alcuni per terra, Nestore cap il motivo: i proiettili nemici li avevano attraversati da parte a parte e ora, con una punta di due palmi che spuntava sulla faccia interna, era impossibile usarli senza che i soldati si ferissero con il ferro della lancia. Nella prima e nella seconda fila caddero molti macedoni, perci i romani ne approfittarono per caricare di nuovo con le spade sguainate.
Come sono coraggiosi quei bastardi, bofonchi Boeto.
La battaglia ricominci tra urli e grugniti. Il muro di sarisse aveva ormai tante brecce che i romani ci si infilavano senza difficolt. I macedoni iniziarono a perdere posizione palmo dopo palmo. Gli uomini delle ultime file avevano a malapena spazio per abbassare le picche; per farlo dovevano arretrare, ma quando provavano a mantenere la propria posizione i compagni arretravano a loro volta e li facevano inciampare, finch molti decisero di mollare le sarisse e sguainare le spade.
Ares non ci sorride, disse Boeto.
Puoi dirlo forte.
La formazione in blocco dei macedoni si stava disgregando: i romani erano penetrati come l'acqua nelle crepe di una roccia e si stavano espandendo come il ghiaccio che la spacca. Le sarisse cadevano come spighe tagliate in un campo di grano. Molti arcieri si erano ritirati, ma altri si buttavano con coraggio nello scontro per aiutare i compagni. Era diventato difficile distinguere i guerrieri, mischiati com'erano, perch le piume degli elmi romani volavano o cadevano nello scontro.
La battaglia si scompose in centinaia di duelli, in cui i macedoni erano in svantaggio. Poco a poco rimasero isolati in piccoli gruppi e alcuni si ritirarono verso il monte, non lontano da Nestore e Boeto. Ora che li aveva a poco pi di trenta passi, il dottore cap il problema degli opliti. Continuavano a combattere con la sarissa rotta, oltre che con la spada e il kopis; ma molti avevano perso lo scudo, e sebbene altri ce lo avessero ancora, erano pi piccoli di quelli romani e dovevano muoverli senza sosta in alto, in basso e ai lati per proteggersi. Invece i legionari si rifugiavano dietro i loro grandi scudi, avanzavano passo passo sulla gamba sinistra e uscivano dal loro riparo solo per attaccare, finch alla fine non colpivano il bersaglio. Inoltre, lanciavano solo stoccate, mentre i greci provavano a tagliare, ma nel farlo alzavano le braccia e le spalle e offrivano un obiettivo pi grande. Era evidente che per i macedoni la spada fosse un'arma secondaria, mentre i romani la brandivano con maestria e sapevano anche combattere fuori formazione. Dal momento che c'erano sempre meno macedoni, i romani ne approfittarono per attaccare a due a due i rivali con una strategia mortale: uno faceva finta di colpire la testa dell'oplita mentre l'altro, da dietro, lo accoltellava alla coscia e allora il primo sfruttava il momento di sconcerto e dolore del rivale per tagliargli la giugulare.
Gli urli di agonia erano sempre pi vicini.
Siamo in pericolo, disse Boeto.
Nestore rimase a fissarlo come se si fosse appena risvegliato da un sogno. Allora cap che non poteva continuare a guardare.
Hai ragione. Corri!.
Saltarono gi dalle rocce e si misero a correre tra gli alberi, lasciandosi alle spalle le grida della battaglia, fino ad arrivare a un piccolo sentiero che scendeva fino alla spiaggia. Nestore pens che, per quanto l'Anfitrite fosse malandata, sarebbe stato meglio avventurarsi per mare che aspettare di essere massacrati da quelle macchine assassine. Sebbene con bastone e cappello di paglia non avesse proprio l'aspetto di un guerriero, sapeva che nell'ultima fase di una battaglia i soldati vincitori, accecati dalla sete di sangue, non distinguevano tra civili e militari e accoltellavano chiunque avesse due gambe.
Sulla spiaggia stavano tutti guardando il mare. L'Anfitrite aveva salpato e si dirigeva verso il largo spinta dai remi e da tutte le vele spiegate.
Cane traditore!, rugg Callia, mentre i soldati della guardia agitavano le braccia e lanciavano insulti in tutte le lingue della Sicilia.
Cos' successo?, chiese Nestore.
Quel figlio di puttana! Vedendo che la battaglia si metteva male, mi ha detto che avevo ragione e che era meglio che scappassimo tutti con la nave. Gli tremava la voce per la rabbia e la paura.
Non capisco....
Ha preso l'unica lancia che c'era a riva e se ne  andato sulla nave.
Perch lo avete lasciato andare?
Perch il gran bastardo ha detto che sarebbe tornato con le altre scialuppe e....
In quel momento sentirono un grido di battaglia; allora alzarono la testa e videro tra le dune i cavalieri romani che brandivano le lance sopra la testa. Mentre maledicevano Ermolao per quella mossa, le guardie di Callia si dispersero perch ormai non c'era pi tempo per raggrupparsi e opporre alla cavalleria una parete compatta di scudi e lance. Alcuni andarono contro i romani e altri fuggirono gi per la spiaggia. Lo squadrone di cavalleria si divise automaticamente in tre plotoni: uno si occup di inseguire i fuggitivi e di colpirli con la lancia senza piet, neanche fosse una caccia alla lepre; il secondo travolse i soldati che gli andavano incontro; il terzo cavalc verso il gruppo di civili. Callia corse verso l'acqua, come se pensasse di trovare una via di uscita miracolosa nelle braccia di una nereide. Un giavellotto sibil nell'aria e si ficc nei suoi reni con un impatto sordo. Il cognato di Agatocle si contorse, cadde di schiena, spezz l'asta con il peso e non si mosse pi.
Fate come me!, grid Nestore.
Togliendosi il cappello perch gli vedessero bene il viso, si inginocchi per terra e port le mani alla nuca. Gli altri seguirono il suo esempio, ma il segretario di Callia incroci le braccia.
Abbassale!, gli disse Nestore. Non fate alcun movimento che possa tentarli. Guardateli in faccia, ma con la testa bassa.
I cavalieri li circondarono; alcuni li toccarono con i puntali delle lance perch alzassero la testa, soprattutto alle schiave. Nestore li osserv con la coda dell'occhio. Non avevano armamenti pesanti, salvo uno di loro che a giudicare dal cimiero doveva essere il capo del gruppo e portava una lorica di cotta di maglia fino alle cosce.
Se qui ci fosse stato uno squadrone di Compagni..., si lament.
I soldati di fanteria leggera arrivarono poco dopo. Come aveva sospettato, indossavano pelli di lupo le cui fauci coprivano loro la fronte e alcuni avevano viso e braccia dipinti. Giovani, agili e impazienti, legarono le mani dei prigionieri e li spogliarono di tutti gli oggetti di valore che avevano. Nel frattempo, il capo della cavalleria smont dal suo corsiero e si avvicin a Clea che, contro le istruzioni di Nestore, era rimasta in piedi. Inginocchiati, insensata, sussurr tra i denti il dottore, ma senza smettere di provare ammirazione per il coraggio della giovane.
Me felicem, quam uoloptariam puellulam habemos!, disse il romano, accarezzandole il mento. Quod nomen tibei, pailex?.
Poi strapp via il fermaglio dal mantello, che cadde ai piedi di Clea, mostrando la tunica di seta aderente al corpo. A Nestore si annebbi la vista e prima di capire bene cosa stesse facendo si alz, caric il romano e lo atterr con uno spintone. Allora sent come se qualcosa gli esplodesse nella testa e cadde per terra a faccia in gi. Pensando di essere stato ferito, si port la mano alla tempia, ma non c'era sangue. Quando alz la testa vide, attraverso una miriade di punti brillanti, che il cavaliere che lo aveva colpito con il puntale stava girando la lancia per usare stavolta la punta di ferro.
Noli im tangere!, proruppe una voce.
Quando il cavaliere tir le briglie e fece indietreggiare il cavallo con una corvetta, Nestore cap che non era morto per un pelo. Aveva fatto una stupidaggine a rivoltarsi in quel modo contro l'ufficiale.
In quel momento si rese conto di una cosa sorprendente: capiva quello che dicevano i romani.
Il capo del plotone si era rallegrato della fortuna che aveva avuto a incontrare una giovane cos incantevole e poi aveva chiesto il suo nome usando un termine che non era appropriato a lei e che aveva provocato l'ira di Nestore. E poi qualcun altro aveva ordinato al cavaliere di non toccarlo.
Nessuno se ne deve accorgere per il momento, si disse.
Gli scaramucciatori che li circondavano si aprirono per lasciar passare l'uomo dal cimiero rosso che aveva condotto l'attacco dei romani.
Alzati, gli disse in greco. Chi siete e cosa fate qui?.
Nestore pens se valesse la pena inventarsi qualcosa e un secondo dopo decise di no.
Siamo arrivati qui portati dai venti. Non vogliamo invadere il vostro territorio. Stavamo solo scortando la nobile Agatoclea, figlia di Agatocle, che  questa signora a cui il tuo compagno ha tolto il mantello.  la moglie di Alessandro.
L'uomo si avvicin a Clea e la osserv con attenzione, chinando un po' la testa e incrociando le mani sulla spada. Era pi altro della maggior parte dei suoi uomini, anche se non quanto Nestore, e aveva i lineamenti aggraziati: labbra carnose, naso lungo e dritto, zigomi alti e occhi scuri, vivi e curiosi. Anche se non sembrava che avesse pi di trent'anni, i capelli gli si diradavano sulla parte alta della testa ed era evidente, dal modo in cui era pettinato, che quella calvizie incipiente lo disturbava.
 vero?
Lo , rispose Clea, guardandolo in faccia, ormai senza chinare il capo.
Il romano si pieg per raccogliere il mantello e glielo mise lui stesso sulle spalle.
Ti prego di scusare l'errore del mio subordinato. Il suo greco era perfetto, con delle aspirazioni che non avrebbero stonato nemmeno nell'agor di Atene. Noi romani, aggiunse, guardando il capo del plotone, che doveva capire qualcosa di greco perch era arrossito, sappiamo essere feroci in battaglia, ma magnanimi nella vittoria. Come tribuno della Seconda Legione, stabilisco che a partire da questo momento sarete sotto la mia responsabilit. Per favore, considerami il tuo anfitrione, nobile Agatoclea.
E come devo chiamare il mio anfitrione?, chiese per tutta risposta la giovane in tono leggero, come se si trovasse nel palazzo del padre a Siracusa e non nei pressi di un campo di battaglia. Il tribuno apr le braccia affinch un subordinato gli rimettesse il vistoso mantello bianco che si era tolto per combattere. Dopo averlo allacciato e sistemato sulla spalla sinistra con un gesto elegante, rispose:
Il mio nome  Gaio, appartengo alla gens Giulia e al ramo dei Cesari.
Nestore aveva sentito dire che i romani erano puntigliosi quanto gli ebrei a proposito dei propri lignaggi e alberi genealogici. Il tribuno infatti aveva recitato i suoi nomi con orgoglio, come se i suoi antenati discendessero direttamente da Zeus.
Quali di questi nomi devo usare?, domand Clea.
Gaio Giulio suoner perfettamente detto dalle tue labbra, mia signora, rispose con una lieve riverenza, non senza una certa ironia che su di lui non risultava fastidiosa. Poi si volt verso Nestore e lo guard incuriosito e leggermente accigliato. Tu non hai la statura n gli occhi da greco. Come ti chiami?
Nestore, nobile tribuno.
Nestore, e poi?
Solo Nestore.
Gaio Giulio rimase a pensare toccandosi il mento, come se dovesse ricordare qualcosa.
C' un Nestore famoso quasi quanto il saggio anziano che consigliava Agamennone durante la guerra di Troia. Il Nestore in questione  il dottore personale di Alessandro.
Sono io, tribuno.
L'espressione del romano cambi. Senza aggiungere nulla, si volt verso i suoi uomini e diede una serie di ordini nella sua lingua per portarsi via i prigionieri insieme al bottino. Quando un soldato fece per mettersi in spalla il cassone di Nestore, questi disse:
Nobile tribuno! Quel baule  delicato. Ci sono i miei strumenti da medico.
Gaio Giulio schiocc le dita per ordinare al soldato di lasciarlo sulla sabbia. Poi si avvicin a Nestore, lo prese per il gomito e se lo port in disparte, mentre i suoi uomini riunivano i prigionieri in gruppo.
 vero che hai salvato la vita ad Alessandro quando lo hanno avvelenato?
In realt....
Non essere modesto. Dimmi la verit. Lo hai fatto?
Sarebbe morto se io non fossi arrivato in tempo a Babilonia.
Ed  vero anche che hai aperto la pancia della moglie egizia per dare alla luce i suoi due figli e che sia lei che i gemelli sono sopravvissuti?.
Nestore aggrott la fronte, sorpreso. Le notizie erano arrivate da Alessandria addirittura prima di lui. Era successo soltanto un mese prima. Lo spionaggio dei romani non aveva molto da invidiare a quello dei cartaginesi.
 vero?, insist il tribuno.
S.
Gaio gli si avvicin ancora di pi. A Nestore non piaceva sentirsi il fiato della gente addosso, ma il tribuno aveva i denti puliti e un alito fresco che gli ricordava quello di Alessandro.
Quando ho lasciato Roma, mia sorella minore era molto malata. Ieri ho ricevuto una lettera in cui mi dicono che ormai la danno per morta. Tu potresti fare qualcosa per lei?
Non te lo so dire. Non so cos'ha.
 caduta da un albero e ha sbattuto la testa. All'inizio non ha avuto niente, ma poi ha iniziato ad avere le convulsioni, la febbre... Vomita molto ed  sempre pi magra.
Quanti anni ha?
Sei.
Uhm. Nestore si stava gi facendo un'idea di cosa potesse trattarsi. Se fossi a Roma....
Sarai a Roma. Sapete bene che siete miei prigionieri.
Non posso prometterti nulla. Ma forse non  impossibile salvarla.
Gaio Giulio gli diede una pacca sulla spalla.
 proprio quello che volevo sentire. Non ti chieder miracoli, dottore. Socchiuse di nuovo gli occhi, questa volta rivolto verso il mare, e disse: Ho sentito che nella lontana Tule bruciano i grandi guerrieri nelle loro navi. Quel mostro marino che vi ha portati qui avrebbe potuto essere una pira funeraria degna dello stesso Alessandro.
Nestore si volt. L'Anfitrite era quasi all'orizzonte. Le vele dei suoi tre alberi stavano bruciando, e anche dalla coperta uscivano le fiamme. Adesso capiva che cosa aveva voluto dire Ermolao. Il mio primo dovere  proteggere l'Anfitrite. Il segreto di quella nave non poteva cadere nelle mani dei romani. La sua fuga non era stato un tradimento, ma un sacrificio; e se aveva insistito nel lasciarli a terra era per evitare che morissero. Quanti membri dell'equipaggio c'erano sulla nave, tra marinai e rematori? Mille?
La guerra di Alessandro contro Roma cominciava a provocare le sue prime vittime.

4. Vittoria!

I cavalieri di Ahura Mazda.

Ho sentito dire che se si bagna un ramo con l'acqua di questo fiume si trasforma in pietra, disse Gavane, indicando il Sele che scorreva alla sinistra dei cavalieri.
Perdicca scoppi a ridere.
Bah! Sicuramente qualcuno cominci a dire che le sue acque erano buone per curare l'impotenza e di conseguenza si inventarono la storia del bastone che si trasforma in pietra.
Gavane, nipote di Perdicca, aggrott la fronte perch non aveva capito. Ligio, l'ufficiale macedone che gli cavalcava accanto, glielo spieg. Gavane arross un po', non per l'allusione sessuale, dato che era cresciuto nell'Orestide sentendo ogni tipo di volgarit, ma per l'imbarazzo di non aver colto la battuta. Perdicca sorrise. Da giovane gli succedeva la stessa cosa quando stava con i veterani come Parmenione, Leonida o lo stesso Filippo: voleva talmente tanto essere simpatico e mostrarsi degno della loro compagnia che diventava nervoso e confuso e finiva per farfugliare as-
surdit.
Dietro di loro cavalcavano duecento cavalieri che Perdicca aveva portato dalla Macedonia, giovani appena ammessi alla cavalleria dei Compagni che desideravano entrare in azione, pi trecento soldati di fanteria in groppa ad altrettanti cavalli di rimonta. Di questi, la met erano greci dell'Italia che erano serviti da guide e interpreti nel viaggio da Brentesion, nel tacco della penisola, fino a Poseidonia. Durante il cammino avevano fatto pi di un giro largo, perch Alessandro gli aveva affidato la missione di cercare patti e alleanze con le trib della zona. Tra la costa orientale e quella occidentale, avevano dovuto andare a piedi per la maggior parte del tempo, sempre attenti alle imboscate. I lucani, i bruzi e i sanniti che abitavano su quei monti erano guerrieri forti, diffidenti e traditori per natura; non molto diversi dagli stessi macedoni prima di Filippo, quando erano poco pi che barbari assediati dagli abitanti della zona e perci relegati in cima alle loro montagne, tra i torrenti stretti.
Alcuni di quei popoli, in vista della guerra contro Roma, gli avevano offerto ospitalit e gli avevano addirittura promesso delle truppe. Perdicca aveva chiesto di aspettare, perch per il momento Alessandro non voleva nel suo esercito truppe italiane che non parlassero greco.
Nella fortezza sannita di Venusia, il magistrato locale, un anziano chiamato Lamponio, gli aveva detto:
Fate molta attenzione ai romani. Sono meschini e avari, e non hanno molto sale in zucca, ma sono molto testardi e riescono sempre a ottenere quello che si prefiggono. Se devono traforare un monte per prosciugare un lago, lo fanno, pur di scavare venti stadi di roccia dura. Nemmeno le montagne resistono loro.
Non resistono nemmeno al nostro signore Alessandro, aveva risposto Gavane con orgoglio. Il sannita scosse la testa.
Comunque ditegli di non fidarsi. Le legioni romane sono un osso duro da rodere e il vostro re non sarebbe il primo a restare senza denti dopo averlo morso.
Li sconfigger.
Sconfiggerli non serve a niente, perch si rifiutano di arrendersi e di riconoscere la sconfitta. L'unica cosa che potete fare  annientarli, demolendo le loro case e le loro mura e spargendo sale sui loro terreni in modo che non ci possa pi crescere nulla. Altrimenti, insorgeranno contro di voi.
Una volta lasciate le montagne, avrebbero desiderato cavalcare di nuovo di fronte al mare. Perdicca diede un colpo di ginocchio al cavallo, che gir a sinistra allontanandosi dal fiume, e gli altri lo seguirono.
L'accampamento macedone non ci mise molto ad apparire alla vista: era una citt disseminata di tende e gagliardetti di tutti i colori che si estendeva lungo la costa. Invece di entrarci, continuarono a cavalcare verso sud, dove si intravedevano gi le mura di Poseidonia. Incrociarono varie pattuglie di esploratori, messaggeri e soldati addetti al foraggio per i cavalli che gridarono allegramente al loro passaggio e scambiarono battute con loro. Sollevando la lancia di corniolo per salutarli, Perdicca sent che gli si rizzavano i peli delle braccia. Di nuovo in una guerra di conquista! Come la maggior parte dell'esercito, era stufo di combattere sempre gli stessi nemici per evitare che si ribellassero ancora.
Spero che questi romani siano forti almeno la met di quanto dicono, comment Ligio, come se gli avesse letto nel pensiero.
Continuarono a cavalcare paralleli al mare. Tra loro e l'accampamento si estendevano dei campi di grano che, gi falciati, servivano da campo per le esercitazioni. Varie compagnie di sarisse, che dagli stendardi dovevano appartenere al battaglione di Elimiotide, praticavano variazioni, avanzate a quadrato, rombo e rettangolo, spiegamento in otto e in sedici file, il tutto al suono di trombe e flauti. Poco pi avanti, gli arcieri cretesi sparavano frecce contro bersagli di paglia e spaventapasseri di vimini e i frombolieri di Rodi distruggevano vecchi recipienti posti sulle stuoie dei muriccioli.
La formazione dei Compagni svolt a sinistra ed entr nell'accampamento tra i saluti e le acclamazioni di chi riconosceva Perdicca. Il generale si volt verso Ligio.
Occupati tu di dividere gli uomini. E controlla che mio nipote non si perda, almeno fino al tramonto, aggiunse, dando una pacca sulle spalle di Gavane.
Vai da Alessandro?, domand il giovane, con gli occhi che gli brillavano dall'emozione.
Pieno di polvere e puzzolente di sudore di cavallo? Neanche per sogno, nipote. Ci vedremo domani!.
Perdicca, seguito solo da un assistente, si diresse verso l'ingresso nord della citt. L, l'ufficiale di guardia, suo compaesano, lo inform che la nave della moglie era arrivata il giorno prima. Alloggiava in casa di una ricca vedova chiamata Timandra, non lontano dall'agor e dall'edificio del bouleuterion.
Guidato da un fattorino, Perdicca attravers la via principale della citt senza smontare da cavallo. Lui stesso si sorprese di essere emozionato per la gioia di rivedere la moglie.
Le cose erano cambiate parecchio da Babilonia. All'inizio, quando il suo tentativo di avvelenare il re fall, Perdicca pens che il senso di colpa e la paura di essere scoperto lo avrebbero ucciso. Ma Alessandro odiava talmente tanto Cassandro e non si fidava affatto di Antipatro che aveva accettato di buon grado la storia confessata da Nina sotto tortura, eccetto la parte che coinvolgeva Aristotele. I sospetti non erano arrivati a sfiorare n Perdicca n Rossane. Inoltre, per un mese, Perdicca non aveva quasi mai visto Alessandro, che passava la maggior parte del tempo con Nestore.
Che Empusa e Lamia se lo portassero, ma bisognava riconoscere che il dottore aveva fatto un buon lavoro con Alessandro. In un mese era riuscito a farlo smettere di bere vino, fino al punto che non lo assaggiava pi nemmeno per i sacrifici a Dioniso. Mentre si disintossicava, Alessandro recuper una certa dose di buonsenso e smise di essere un pericolo per i propri amici. Senza rinunciare al progetto di conquistare tutto il mondo, decise di programmare a tavolino i suoi movimenti con la stessa prudenza e meticolosit di un tempo. Quando la flotta part per l'Arabia, fu una spedizione di proporzioni ragionevoli rispetto alla follia megalomane con cui aveva concepito la conquista di Babilonia, vale a dire, mille navi e centomila uomini che non avevano trovato n cibo n acqua potabile da nessuna parte. Inoltre aveva abbandonato l'idea di viaggiare personalmente con la flotta, perch non poteva assentarsi per pi di un anno dal cuore dell'impero, tanto meno quando c'era da regolare i conti con Cassandro e Antipatro in Macedonia.
Quando seppe che Alessandro non sarebbe andato, Perdicca vide che gli si aprivano le porte dell'Olimpo e si offr volontario per la spedizione. Era il modo migliore di allontanarsi per un po' dal re, dagli altri generali che avrebbero potuto sospettare di lui e soprattutto da Rossane, che non faceva altro che inviargli messaggi minatori assillandolo perch l'andasse a trovare.
La spedizione d'Arabia era stato un viaggio terribile: quindici mesi di infinite sofferenze, persero un terzo degli uomini e delle navi e passarono per le coste pi deserte e agresti che Perdicca avesse mai visto in vita sua, anche se Nearco gli assicur che le coste di Gedrosia e Carmania erano ancora peggio. In compenso avevano visto anche posti di una bellezza incredibile da cui avevano portato via migliaia di talenti di piante aromatiche che valevano quasi oro.
Quando Perdicca incontr il re ad Alessandria, quasi un anno e mezzo dopo, fu molto contento di rivederlo, e ancor pi di sapere che aveva lasciato Rossane a Susa. Per la sua abnegazione nell'offrirsi volontario per circumnavigare l'Arabia, Alessandro gli offr la mano della sorella Cleopatra, una ricompensa che Perdicca aveva desiderato da quando era giovane e a cui aveva gi rinunciato.
La guida indic che erano arrivati a casa. Perdicca smont ed entr nel vestibolo. L c'era sua moglie che supervisionava il lavoro degli schiavi intenti a sistemare tappeti, candelabri e tripodi di bronzo.
Cleopatra!, esclam Perdicca.
La sorella di Alessandro si volt al suono della sua voce, apr gli enormi occhi turchesi e gli corse incontro, dimenticandosi per un attimo del protocollo.
Sei venuto prima da me!, gli disse abbracciandolo forte. Alessandro ti far una bella lavata di capo.
Perdicca l'allontan con gentilezza.
Sono molto sporco. Non voglio macchiarti questo bel vestito.
Dietro Cleopatra c'era una donna sulla sessantina, paffuta e con i capelli grigi che si present come Timandra. Perdicca la ringrazi per l'ospitalit, ma sapeva bene che non era del tutto volontaria. Poseidonia era interamente occupata da generali e ufficiali macedoni, ai quali buona parte dell'aristocrazia locale aveva ceduto le proprie case e si era trasferita pi a sud, a Velia.
Cleopatra lo port per mano al bagno e quando le schiave finirono di riempire la tinozza di acqua calda le mand via. Mentre lo aiutava a togliersi i vestiti, si misero al corrente di quello che era successo durante la loro separazione, quasi due mesi prima. Perdicca si immerse nell'acqua e sospir di piacere mentre lei gli strofinava la
schiena.
Non avrei dovuto farti venire qui, disse con gli occhi chiusi. Sarebbe stato meglio se fossi rimasta a Pella. Questo  un accampamento militare.
Ho gi perso un marito in queste terre. Non voglio che succeda di nuovo.
Cleopatra era stata sposata con Alessandro d'Epiro, suo zio, il primo re greco ad aver messo piede in Italia ma che mor poco dopo sul campo di battaglia.
E poi, aggiunse, se mio fratello sta qui  perch pensa di trasformare questo paese in una seconda Macedonia. E voglio che Neottolemo stia vicino a lui per imparare a comportarsi come un futuro re.
Hai portato i bambini?
Pretendevi forse che li lasciassi in Macedonia con quell'invadente della nonna? Voglio che abbiano un esempio migliore di quello di mia madre.
Perdicca apr gli occhi e pieg il collo all'indietro.
Olimpia  a Pella? Io l'ho lasciata nell'Epiro. Che diavolo ci fa a...?.
Cleopatra gli tapp la bocca con una mano e con l'altra si slacci la tunica. Un secondo dopo era dentro la vasca.
Dopo aver fatto l'amore, gli si sedette un attimo in grembo, sguazzando nell'acqua come una bambina. Vedendola sorridere, Perdicca l'abbracci.
Sei felice?, gli disse Cleopatra.
Che domande fai?, rispose allontanandosi quanto bastava per parlare. Certo che lo sono. Grazie a te.
Sai a cosa mi riferisco. Tu non sei mai del tutto soddisfatto, Perdicca.
Dovrei esserlo? Un uomo che si rispetti deve essere ambizioso.
Ma non troppo. Dovresti accontentarti di pi di quello che hai. Apparteniamo alla classe che governa la Macedonia e godiamo di privilegi che non sono alla portata di tutti. C' gente che sta sotto il sole ad arrotolare balle di fieno per le vacche, mentre tu sei qui a fare il bagno nudo con tua moglie. Non hai bisogno di romperti la schiena per vivere.
Ci mancherebbe!.
Non hai capito. Siamo molto al di sopra della miseria del popolo e siamo lo specchio nel quale si guardano. Siamo fortunati, Perdicca. Solo gli di vivono meglio di noi. Dobbiamo goderci la nostra felicit adesso che siamo ancora giovani. Lascia che sia mio fratello Alessandro a desiderare di pi per tutti noi.
Giovent? Parla per te. Io ho gi quarantatr anni.
Gli diede un pizzicotto sulla pancia, che ancora era piatta, e poi lo accarezz pi in basso.
Io direi che sto toccando un uomo giovane. Secondo te perch non voglio che le schiave ti lavino e ti vestano?.
Perdicca pens a quanto fosse astuta sua moglie. Vedendola cos, magra, piuttosto bassa e con uno sguardo dolce e sereno, nessuno avrebbe sospettato che aveva governato il regno dell'Epiro per dieci anni e che aveva usato il pugno di ferro per reprimere ogni intento di insurrezione da parte dei ribelli delle montagne. Si diceva che uno di quegli uomini fosse andato a caccia di cervi con Cleopatra con l'intenzione di provocare un incidente: un espediente antico e molto efficace per risolvere problemi politici e dinastici. Misteriosamente fu lui a finire a terra e ad essere portato via con una freccia nella nuca. Perdicca non era mai riuscito a farsi raccontare la verit su quella storia dalla moglie, ma sapendo quanta mira avesse con l'arco non aveva bisogno di fare troppe congetture.
Si strinse di nuovo a lei e allora not qualcosa. I seni di Cleopatra, piccoli e duri, erano pi gonfi del solito. Le palp la vita e la pancia e disse:
Non sarai incinta....
Lei annu.
Come pu essere?.
Cleopatra si mise a ridere e gli scompigli i capelli.
Ah, me lo chiedi proprio tu, Testa d'Argento?, disse usando un soprannome che sapeva che lo infastidiva. Da Babilonia, i capelli di Perdicca si erano imbiancati di colpo. Se questa era la pena che doveva scontare per espiare la sua colpa, non era affatto male.
Non mi riferisco a questo. Sai che non....
Sssh. Non ti preoccupare. Non succeder niente. Appena arriver Nestore si occuper della gravidanza. Sai che ha aperto la pancia dell'egizia per tirare fuori due bambini? E stanno bene tutti e tre.
Non ne avevo idea.
Eppure Perdicca era preoccupato. Sebbene sembrasse pi giovane, Cleopatra aveva gi trentasei anni. Era madre di tre figli, due di Alessandro e una sua, e tutti e tre erano vivi. Era troppo tentare la sorte e Ilizia. Perdicca non aveva figli maschi, ma legalmente aveva gi un primogenito perch aveva adottato Neottolemo che, insieme alla piccola Berenice, bastavano per soddisfare i suoi istinti
paterni.
Rimase a guardare Cleopatra senza dire niente. Non era affascinante come Rossane, n aveva l'inquietante bellezza della madre Olimpia, che a sessant'anni continuava a essere allo stesso tempo attraente e pericolosa. Ma a lui sembrava ospitale e familiare come una capanna calda nella montuosa Orestide, come un fuoco acceso in una notte d'inverno mentre intorno ululano i lupi che scendono affamati dalle cime.
Ti si stanno raggrinzendo i polpastrelli, gli disse. Se ti presenti cos da mio fratello, sapr che ti sei abbandonato alle mollezze.
Dopo essere uscito dalla vasca, Perdicca si infil una tunica bianca e poi una corazza di cuoio sbalzato. Di nuovo nell'atrio, trov i bambini e la serva che li aveva portati perch salutassero il generale. Prima si avvicin Neottolemo, un bimbo di nove anni che sorrideva poco, osservava tutto con lo sguardo grave di un filosofo ed era ossessionato dalla morte. Perdicca sperava che quella preoccupazione non significasse futura codardia sul campo di battaglia: per un principe macedone non c'era peccato peg-
giore.
Ti sei preso cura di tua madre?, gli chiese Perdicca, stringendogli entrambe le spalle.
S, padre, rispose lui molto serio.
Sposando Cleopatra, Perdicca aveva adottato legalmente i due figli del defunto marito.
Poi si avvicin Cadmia, che aveva otto anni ed era nata dopo la morte del padre: una bellissima bambina con i capelli biondi come lo zio Alessandro e gli occhi azzurri come la madre, che teneva per mano la sorella Berenice. Perdicca diede un bacio a Cadmia e poi prese in braccio Berenice. Tutti dicevano che era identica a lui, anche se Perdicca non era bravo a trovare le somiglianze tra una bambina di tre anni e un uomo adulto.
Hai visto Argo, pap?, gli disse la figlia con il suo linguaggio infantile.
Un cucciolo di cane che non aveva pi di un mese arriv da loro scorrazzando goffamente. Perdicca si chin e accarezz il dorso di quella palletta di pelo bruno con il muso nero.
 molto carino, Berenice.
In quel momento suonarono le trombe all'esterno, accompagnate da applausi e acclamazioni. Continuando a tenere la figlia in braccio, Perdicca usc dalla porta di casa, seguito da Cleopatra, gli altri due bambini e vari schiavi che volevano curiosare.
Lungo l'ampio viale che partiva dal tempio di Atena, scendeva una spettacolare cavalcata. Schierati in quattro file di fondo, centinaia di cavalieri sfilavano con pesanti blindaggi. Molti avevano il corpo coperto da cotte di maglia, altri da corazze di placche di ferro o di bronzo, o con entrambe, e sotto gli elmi impennacchiati avevano camagli di anelli metallici intrecciati. Su braccia e gambe portavano protezioni a piastre unite in modo da poter piegare le articolazioni; mani e piedi erano anch'essi protetti da guanti e stivali di metallo. Dato che con quel tipo di armatura non avevano bisogno dello scudo, la loro arma offensiva era una pesante lancia che impugnavano con entrambe le mani, mentre alla cintola avevano lunghe spade, mazze o asce nel caso la lancia si fosse rotta.
Ma ci che colpiva di pi di quei cavalieri erano i loro cavalli, molto alti e robusti. Dovevano esserlo non solo perch portavano il peso del soldato, ma anche quello dei blindaggi. Erano dotati di grosse corazze pettorali di feltro ricoperte di lamine di bronzo che arrivavano fino al garretto e si univano alle testiere di placche che gli proteggevano il muso.
Chi sono?, chiese Cleopatra, prendendo la mano del marito.
Catafratti, rispose. Sono nobili parti e battriani. I cavalli che montano sono nisei e turanici, i pi grandi del mondo.
Ma non sono pi grandi di Amauro, disse Neottolemo riferendosi al destriero nero di Alessandro.
Perdicca lo guard di sbieco. Non gli piaceva l'adorazione con cui il bambino parlava di suo zio.
Anche Amauro  un cavallo niseo, gli spieg. Glielo regal il suocero Ossiarte.
I cavalieri continuavano a sfilare tra i commenti di ammirazione della gente che si allineava sui due lati della strada. Avevano lucidato a fondo le armature e le lamine dei pettorali dei cavalli, che rilucevano come oro. Sebbene marciassero in silenzio, il fragore di migliaia di pezzi di metallo che si scontravano ricordava lo stridio di una fucina. Sulle lunghe lance ondeggiavano gli stendardi con la stella di Alessandro, ma anche il disco solare di Ahura Mazda e altri blasoni orientali.
I catafratti sono pi forti dei Compagni?, chiese Neottolemo.
Assolutamente no, rispose Perdicca. Questi cavalieri sono pi vistosi che efficaci. I loro destrieri sono molto forti, ma considera che portano addosso quasi dieci talenti di peso tra il guerriero e la loro stessa armatura. Falli correre pi di quattro stadi e vedrai che dopo poco cadono a terra con la lingua di fuori.
Ciononostante, Perdicca doveva ammettere che lo spettacolo offerto da quei guerrieri d'Oriente era impressionante. Ignorava che Alessandro avesse deciso di ricorrere a quei rinforzi, ma sospettava che li riservasse per assestare un colpo psicologico alla fanteria nemica quando sarebbe arrivato il momento.
Le acclamazioni si intensificarono. Al centro della formazione arrivarono quattro cavalieri su giganteschi destrieri le cui testiere erano adornate con corni di metallo che li facevano sembrare delle creature mitologiche e le armature dei loro cavalieri brillavano ancora di pi di quelle degli altri catafratti. Tra loro c'era Ossibace, figlio del satrapo Ossiarte, che Perdicca non vedeva da molti anni: aveva la testa scoperta e salutava la folla che si era radunata lungo il viale.
Tuttavia le maggiori acclamazioni erano per una donna che cavalcava in groppa a un bellissimo cavallo bianco con la criniera legata in una treccia. La sua cappa, ricamata con migliaia di lustrini d'oro, cadeva sulle anche del destriero, ma non era quel capo sfarzoso ad attirare gli sguardi degli abitanti di Poseidonia, bens la spettacolare bellezza della donna.
Chi ?, domand Cleopatra.
Perdicca, mentre sentiva che un rivolo di sudore freddo gli scendeva lungo la schiena, rispose:
Rossane.
Sebbene avesse parlato quasi in un sussurro, la battriana si volt verso di lui come se lo avesse sentito. Da sopra le scale dell'entrata, gli occhi di Perdicca si trovavano quasi all'altezza di quelli di Rossane. Lei sorrise e i suoi denti bianchissimi brillarono fugacemente sulla pelle scura del suo viso. Perdicca cap allora che i suoi capelli bianchi non erano bastati a placare le Erinni. Il suo passato era tornato da lui, l a Poseidonia.

Sulla strada verso Roma.

Il giorno dopo la battaglia del monte Circeo, Gaio Giulio offr un
sacrificio a Fortuna Victrix. Dopo averlo ignorato per molto tempo, la divinit gli aveva finalmente sorriso dandogli l'opportunit di sconfiggere le truppe macedoni proprio alla vigilia del-
la scadenza del suo mandato come capo della Seconda Legione. Il tribuno, che non credeva nelle coincidenze, vedeva nell'accadu-
to un segno evidente del fatto che il suo destino sarebbe miglio-
rato.
Gaio immol anche una colomba a Venere, la dea da cui discendeva la sua famiglia. Dalle tradizioni che in casa sua si tramandavano di padre in figlio, aveva sempre saputo che le radici del suo lignaggio risalivano ai tempi confusi di Alba Longa, la mitica citt da cui partirono i gemelli per fondare Roma. Quando lui e sua sorella Giulia erano piccoli, il padre prendeva un bastone verde di betulla e li interrogava.
Come si chiama vostro nonno?
Numerio Giulio Cesare.
E suo padre?
Gaio Giulio Cesare.
E suo padre?
Numerio Giulio Cesare.
E suo padre?
Sesto Giulio Cesare, il primo a cui venne attribuito questo cognomen.
E suo padre?
Numerio Giulio Iulo.
E continuavano cos finch uno dei due non si sbagliava e allora il padre lo colpiva sulle nocche con il bastone, il che faceva ridere il fratello che aveva indovinato. Normalmente non commettevano errori fino ad arrivare alla dodicesima generazione, ma con il tempo le impararono tutte fino a Iulo, che aveva vissuto quasi settecento anni prima di loro ed era il primo della stirpe.
Ma il lignaggio non finiva l. C'era dell'altro, secondo Timeo, uno storico siciliano che da un paio di anni studiava i templi e gli archivi di Roma e di varie citt latine ed etrusche e che oltretutto prendeva soldi da alcuni patrizi per fare orecchie da mercante. Timeo assicurava che Iulo, fondatore della gens Giulia, fosse solo un altro nome di Ascanio, primogenito di Enea, l'unico eroe sopravvissuto al saccheggio di Troia. E siccome Enea era a sua volta il figlio di Venere, lo stesso Gaio era un remoto pronipote della dea.
Durante i primi anni della Repubblica, il lignaggio di Gaio aveva fornito a Roma molti illustri magistrati, ma da pi di un secolo nessun Iulo aveva pi registrato il proprio nome nei fasti consulares. Ora il tribuno promise a Venere:
Le cose cambieranno, madre.  giunto il mio momento.
La dea  soddisfatta, dichiar l'aruspice quando fin di esaminare le viscere della vittima, un'operazione veloce viste le esigue dimensioni dell'animale.
Dopo i sacrifici, Gaio ultim i preparativi per la partenza per Roma. Aveva ormai organizzato quasi tutto il giorno precedente, approfittando del fatto di avere ancora l'imperium. Mentre la gigantesca nave con due scafi e tre alberi finiva di bruciare e affondava all'orizzonte, iniziarono ad arrivare sulla spiaggia decine di naufraghi esausti, insieme ai cadaveri di chi non era riuscito a percorrere a nuoto tutta quella distanza. I legionari catturarono i superstiti e li misero insieme al resto dei prigionieri, che ammontavano a pi di duecento, tra rematori della nave e soldati macedoni sopravvissuti alla battaglia. Tuttavia, i morti erano molti di pi: a detta di alcuni prigionieri, sulla nave che li aveva portati fino al Circeo viaggiavano quasi duemila persone.
Gaio aveva fretta di tornare a Roma. Non poteva essere un caso che il dottore pi famoso del mondo fosse caduto nelle sue mani due giorni dopo la lettera di Giulia che lo informava che Lila stava sempre peggio. Era evidente che si trattasse di un segno del destino. Ma Gaio sapeva di dover fare il possibile per arrivare in citt prima che la sorellina morisse.
Dopo aver attraversato le paludi, circondate da nuvole di zanzare che non smettevano di tormentarli, arrivarono alla Via Giunia all'ora di pranzo. L Gaio incontr Appio Claudio e gli cedette l'imperium. Il collega di tribunato ascolt il resoconto della battaglia con un'invidia che non si preoccup di dissimulare, e poi gli chiese in tono secco perch non avesse aspettato i rinforzi.
Perch avrebbe significato cederti il comando, mio caro Claudio, rispose Gaio, dandogli una sonora pacca sul petto, e conoscendoti saresti tornato senza prigionieri macedoni, senza soldati e addirittura senza cavallo. Ora, cerca di non cacciarti in nessuna battaglia in questi due mesi e tutto andr bene.
Claudio lo guard con rabbia, ma non disse niente. Nella Seconda Legione tutti si facevano beffe di lui per la sua inettitudine come comandante e lui stesso era dolorosamente cosciente di non saper nemmeno organizzare con un minimo di efficienza un manipolo per la battaglia.
Gaio gli affid la maggior parte dei prigionieri per impiegarli nei lavori della Via Giunia, non prima di aver annotato i nomi di tutti. Come vincitore della battaglia aveva diritto alla spoliazione, ma sapeva che il console Bubulco Bruto, che comandava la Seconda Legione, gli avrebbe creato dei problemi. Ma aveva giurato a s stesso che, se Bubulco avesse voluto togliergli il bottino, avrebbe dovuto strapparglielo dalle mani senza vita. Una volta venduti gli schiavi, Gaio aveva intenzione di dividere un terzo del prezzo tra i soldati che avevano partecipato alla battaglia, dare un altro terzo all'erario di Roma e tenersi il resto per s. Sapeva che non doveva ritardare troppo la vendita. Calcolava che ora avrebbe potuto fare a testa circa duecento didracmi d'argento di Neapolis, perch aveva dato ordine ai suoi uomini di non accettare i fastidiosi assi fusi con il bronzo romano. Ma quando sarebbe iniziata davvero la guerra contro Alessandro ci sarebbero stati migliaia di prigionieri e i prezzi sarebbero scesi. Gaio, conoscendo la proverbiale aggressivit del re macedone, era sicuro che quella guerra sarebbe scoppiata molto presto.
Le prede pi succulente le tenne per s e se le port a Roma sotto la custodia di una centuria di astati, un'altra di triari e un'altra ancora di cavalleria. Tra i sopravvissuti alla battaglia, aveva scelto i dieci macedoni pi alti e gagliardi per esibirli quando sarebbe arrivato a Roma, oltre alla giovane siracusana con le sue schiave, ovviamente. Quello s che sarebbe stato un colpo di scena. C' Gaio Giulio, avrebbero detto, l'uomo che tiene prigioniera la moglie di Alessandro. Peccato che il re avesse altre quattro mogli, il che abbassava il valore della sua preda: se a Roma non glielo avesse chiesto nessuno, non sarebbe stato lui a dirlo.
Ma per Gaio la preda pi preziosa era Nestore. Si era convinto del fatto che il dottore gli avrebbe portato fortuna e che sarebbe stato il suo talismano come lo era stato per Alessandro. Aveva solo bisogno di un un altro segno degli di. Se quell'uomo salva Lila, pensava mentre cavalcava verso Roma, vuol dire che a partire da questo momento tutto andr bene.
Che tutto andasse bene significava realizzare le sue ambizioni. Non era un'impresa facile, perch aspirava al massimo a cui un romano poteva arrivare: diventare il primo cittadino della Repubblica. A causa della decadenza della sua gens, Gaio non possedeva i requisiti necessari a costruirsi una reputazione tra i compagni patrizi e nemmeno tra i plebei. Senza le ricchezze o le estese propriet che aveva, per esempio, il cognato Scipione, non avrebbe potuto dare feste splendide quanto le sue: era solo offrendo quegli enormi banchetti che poteva guadagnare il prestigio di cui aveva bisogno per affermarsi.
Un altro modo per raggiungere il suo obiettivo era diventare patrono di un esercito di clienti, come Papirio, che molti senatori proponevano come dittatore per condurre la guerra contro Alessandro. Ma i clienti che Gaio aveva ereditato dal nonno e dal padre erano pochi e non abbastanza influenti.
L'unica possibilit che gli rimaneva per ottenere la carica pi alta della Repubblica era dimostrare il suo valore sul campo di battaglia. Tuttavia, anche quello era un compito difficile, perch per assumere il comando di una legione doveva diventare console, un titolo impossibile da conquistare per le sue finanze. A volte, quando pensava che l'unico modo per diventarlo fosse ottenere una vittoria importante, ma che, per ottenerla, doveva essere console, si chiudeva nelle sue stanze e piangeva di rabbia mordendo il cuscino e maledicendo il circolo vizioso in cui lo aveva rinchiuso il destino.
Ci che pi lo faceva disperare era che sapeva di essere nato per la guerra. Lo aveva scoperto nella scuola pi difficile, la strada, dove a forza di botte e sassate i giovani romani imparavano l'aggressivit e la competitivit che non li avrebbero pi abbandonati fino alla morte. Quando combatteva con gli altri bambini dell'Argileto con le spade di legno e gli scudi di vimini, era gi il pi abile nella scherma e il pi astuto nelle tattiche. A otto anni era diventato il capo di tutti, compresi i bambini plebei pi grandi e pi alti di lui; con quel piccolo esercito aveva sconfitto in una battaglia epica i giovani del quartiere della Suburra, che si credevano i pi forti di Roma. In casa, mentre la sorella e i cugini giocavano nell'atrio, lui ascoltava senza battere ciglio le conversazioni del padre, del nonno e degli zii sulle campagne contro i latini, gli etruschi e i sanniti; i primi testi che aveva letto con il maestro di greco non erano stati i versi di Omero n le tragedie di Sofocle ma i trattati militari e politici di Tucidide e Senofonte.
Il giorno pi felice della sua vita, tolto quello precedente che aveva appena iniziato ad assaporare, era stato quando lo avevano reclutato a diciassette anni. Sebbene come patrizio delle prime centurie servisse nella cavalleria, durante le prime campagne impugn il pilum, lo scudo e la spada per imparare a conoscere le abilit e le sensazioni della fanteria di linea per poi comandarla in battaglia. Aveva sopportato volentieri gli scherzi dei compagni, le battute degli istruttori e la severit dei centurioni. Mentre per i suoi amici patrizi le marce di trenta o quaranta miglia erano segno di quanto i comandanti li odiassero, soprattutto se erano plebei, Gaio Giulio le prendeva come escursioni che gli servivano per mettere a punto il proprio corpo e per studiare il terreno. Aveva un'intuizione innata per captare i vantaggi e gli svantaggi tattici e strategici di qualunque luogo che attraversava. Per ogni monte che vedeva valutava come avrebbe potuto distribuire gli arcieri per proteggere la strada e le squadre di fanteria leggera per aiutarli, nei boschi appostava immaginarie pattuglie di cavalleria e faceva calcoli su come schierare una legione su un terreno piano nel miglior modo possibile. Quando doveva comandare gli altri negli esercizi di addestramento agiva con rapidit, lasciandosi guidare dall'istinto. Se ogni tanto attraversava il guado di un fiume in piena o si addentrava in una valle senza aver controllato le montagne, invece di rimanere bloccato e rimproverarsi per aver sbagliato, come facevano molti dei suoi compagni, agiva senza perdere tempo per rimediare all'errore, convinto che Bellona gli sorridesse.
Grazie a tutto questo era stato eletto tribuno per la prima volta a venticinque anni. Finora, quello era stato il suo momento di gloria. Purtroppo, era a malapena avanzato di grado dal suo primo tribunato. Grazie all'amicizia e alla parentela acquisita con Scipione, era riuscito a ottenere che i censori lo ammettessero al Senato, ma che cosa poteva fare l? Poco prima di morire, il padre aveva venduto una delle sue ultime propriet per pagare le lezioni di Euriloco, un maestro ateniese di oratoria della scuola del centenario Isocrate. Tuttavia, anche se le lezioni erano state molto utili e aveva tradotto le figure retoriche dal greco al latino, quegli insegnamenti non erano molto utili a un semplice senatore pedario che non aveva ancora il diritto di prendere la parola davanti ai padri coscritti.
Senza il patrimonio necessario ad accedere all'lite che dominava Roma, non si era nemmeno presentato come questore dopo aver compiuto le dieci campagne militari regolamentari. La questura era il primo gradino nella carriera delle magistrature che conduceva fino al consolato, ma per il momento Gaio ci aveva rinunciato, perch l'idea di non essere eletto era insopportabile. Non poteva credere che a trent'anni stava ancora elemosinando una carica come quella di questore, quando alla stessa et Alessandro aveva gi conquistato mezzo mondo!
Ma, dopo avergli voltato le spalle per tanto tempo, Fortuna gli aveva sorriso: la dea aveva voluto che, mentre vigilava i lavori della Via Giunia, trovasse un distaccamento della Seconda Legione alle Paludi Pontine; era quello il momento giusto per diventare il primo romano che avrebbe affrontato le truppe del re macedone. E poich Gaio pensava che nell'arte della guerra non c' peggior nemico del dubbio e dell'inerzia, aveva saputo sfruttare la sua occasione.
Da Nestore, per Alessandro di Macedonia, figlio di Filippo e Olimpia, re di Macedonia per grazia di Zeus, sovrano di Persia per la fiamma di Ahura-Mazda, faraone d'Egitto per volere di Ammone e tutto il resto blablabla.
Scrivo di notte, alla luce del fuoco dell'accampamento dove pernottiamo dopo il terzo giorno di viaggio. Non so se un giorno ti rivedr o se almeno ti arriveranno queste righe. In ogni caso tu sai bene della mia ossessione per osservare e annotare tutto per evitare, come direbbe Erodoto, che le faccende umane rimangono nell'oblio. Perci ho preferito scrivere i miei appunti sotto forma di lettera nel caso in cui riuscissero ad arrivare nelle tue mani e ti possano essere utili.
Devo confessare che in verit non lo faccio per questo motivo, ma perch fingendo di parlarne con qualcuno, organizzo meglio le idee. Prima di scrivere ho chiesto il permesso al capo dei rapitori, Gaio Giulio Cesare. Gli ho detto che sto scrivendo una specie di storia naturale in cui raccolgo dati geografici e botanici di tutti i paesi che visito e che se un giorno dovessi pubblicarla gliela dedicher per la sua gentilezza. Lui si  messo a ridere e ha dato un'occhiata agli appunti, ma nonostante parli molto bene il greco non  riuscito a decifrare la mia calligrafia. Ad ogni modo, anche se l'avesse capita, non avrebbe trovato grandi segreti in quello che sto per raccontarti. Qui la situazione  chiara. I romani non sembrano dare troppa importanza allo spionaggio. Sembrano piuttosto preferire che i rivali conoscano la loro vera forza per demoralizzarli addirittura prima che entrino in azione.
Ancora non ho detto a nessuno che capisco il latino. Per me  stata una sorpresa inaspettata. Senza ombra di dubbio non  la mia lingua materna, perch faccio fatica a pensare in questo idioma, e poi i romani parlano in un modo che mi risulta strano e familiare. Suppongo di averla imparata prima di perdere la memoria, ma non a Roma, bens in qualche citt vicina in cui si usa un altro dialetto. Quando parlano veloce o si interrompono tra loro ho difficolt a seguire le conversazioni, ma comunque  spaventosa la quantit di informazioni che si pu assimilare quando gli altri parlano davanti a te credendo che non li capisci. Ho sempre pensato che ci esprimiamo con troppa libert davanti agli schiavi, perch sebbene li compriamo, li usiamo e a volte li trattiamo come mobili, hanno cinque cose che nessun armadio possiede: due occhi, due orecchie e, peggio ancora, una bocca.
Nestore alz lo sguardo al cielo, che quella notte era sereno e terso. C'era la luna piena e, per la prima volta da quando avevano lasciato Siracusa, il firmamento era pieno di stelle che brillavano come minuscole gemme. I suoi occhi guardarono, come sempre, la cometa Icaro. Quando apparve durante il primo turno di guardia, alcuni soldati romani avevano indicato la sua lunga coda e l'avevano chiamata Tinia, che doveva essere il nome di una loro divinit. Dopo averla vista per sei mesi nel cielo, la gente doveva essersi abituata, ma ovunque c'erano astronomi e indovini che continuavano a predire infiniti disastri causati dalla cometa e seminavano preoccupazione. Nestore, anche se all'inizio non voleva ammetterlo, doveva riconoscere che Icaro era cresciuta sempre di pi in quel periodo e che il suo nucleo, che inizialmente era un punto bianco come qualsiasi altra stella, adesso era grande e di un ominoso colore
rossiccio.
Nella tenda in cui dormivano Clea e le sue schiave si sentivano bisbiglii attutiti, ma questa volta non si avvicin nessun soldato. La prima notte alcuni uomini ottennero un appuntamento con una delle ragazze, la schiava pi giovane e bella delle quattro, che scapp dalla tenda durante la seconda guardia e fornic allegramente dietro una delle rocce con tre legionari insieme. Dovettero essere abbastanza discreti e silenziosi, perch nemmeno Nestore, che aveva il sonno leggero, se ne accorse. Ma comunque la faccenda arriv alle orecchie del tribuno, che doveva avere l'udito di un pipistrello. Il giorno dopo, prima di partire, ordin che il pi giovane dei due centurioni che lo accompagnavano frustasse personalmente i tre colpevoli. Quanto alla giovane, Ada la riemp a dovere di botte e quando usc dalla tenda aveva un labbro rotto e un occhio
nero.
Nel padiglione di Gaio Giulio c'era luce. Di notte il tribuno leggeva e riempiva scartoffie; non dormiva pi di quattro o cinque ore, sebbene di giorno esigesse dal proprio corpo lo stesso sforzo che chiedeva ai suoi uomini. Aveva ceduto a Clea il suo bel destriero bianco e lui andava a piedi con gli altri legionari. Aveva offerto un cavallo anche a Nestore il quale, siccome non gli permettevano di andare a correre, aveva deciso che per mantenersi in forma avrebbe almeno camminato.
Clea, essendogli grata per quel dono, gli lanciava occhiatine e gli sorrideva in un modo civettuolo che Nestore trovava irritante. Forse la giovane aveva dimenticato che quel romano era lo stesso che aveva ucciso gli uomini che la proteggevano. Magari se avesse girato per il campo di battaglia come lui e avesse esaminato le terribili ferite dei macedoni, in particolare le stoccate che crivellavano il cadavere di Sofocle, non avrebbe sorriso in quella maniera.
Anche se, in onore della giustizia, Nestore doveva riconoscere che, per un'adolescente come Clea, il tribuno poteva essere un uomo molto affascinante. Superava in altezza la maggior parte dei suoi soldati, il viso era aggraziato e camminava con l'eleganza di un Apollo errante. Era evidente che si sentiva superiore agli altri e che era convinto di quella superiorit, ma, anche se il primo nemico del soldato  sempre l'ufficiale che lo comanda, sembrava che lui piacesse ai suoi subordinati.
Pensando che Nestore non capisse il latino, i soldati facevano commenti di vario genere in sua presenza e, nonostante usassero diversi insulti per riferirsi a Gaio Giulio, quando dicevano figlio di puttana, com' arrogante lo facevano con ammirazione. La disciplina alla quale li sottoponeva il tribuno era ferrea. Bench ogni giorno percorressero tappe di circa duecento stadi, quando si fermavano per la notte non permetteva loro un secondo di riposo finch tutto l'accampamento non fosse organizzato. Infatti, anche se era una forza ridotta a spostarsi sul territorio, per i romani allestire un accampamento non era semplice. Per prima cosa gli esploratori cercavano un luogo elevato, ben protetto e con acqua fresca, e una volta trovato, mentre dieci soldati montavano le tende del tribuno e degli ostaggi, gli altri si occupavano di fare delle buche nella terra e tagliare dei tronchi per costruire una palizzata nei posti che potevano offrire un accesso a possibili nemici. Inoltre scavavano latrine e preparavano il fuoco per cucinare, organizzavano i turni di guardia e solo dopo si permettevano il lusso di dormire all'addiaccio avvolti nei propri mantelli.
Nestore continu a scrivere.
Se tu volessi, sarebbe un rivale degno della tua fama, oh re!, credo che tu lo abbia incontrato. Questi romani sono pericolosi. Da una parte, sono efficienti, pratici, metodici e disciplinati. Le loro milizie di leva, che chiamano legioni, sfilano, si addestrano e combattono con la stessa perizia dei professionisti macedoni o dei mercenari greci. Dall'altra, sono convinti del fatto che la loro citt stia in cima a tutte le altre e che il resto degli esseri umani siano esseri inferiori, e perfino a me, che supero quasi tutti di un palmo, pretendono di guardarmi al di sopra della spalla anche se per farlo devono alzare il mento fino a farsi scrocchiare le vertebre.

Come costruttori sono laboriosi quanto le formiche. In questo preciso momento stanno facendo una strada verso la Campania che non ha niente da invidiare alla Via Reale tra Susa e Sardi. Quando ci siamo uniti a loro dopo aver attraversato le Paludi Pontine, siamo stati costretti a viaggiare al di fuori, perch gli operai stavano ancora riempiendo il letto di posa con sabbia e ghiaia. Ma via via che ci avviciniamo a Roma i lavori sono sempre pi avanzati e a un giorno e mezzo dalla citt la Via Giunia  ormai una strada di dodici cubiti di larghezza, pavimentata con mattoni incastrati con una tale precisione che sarebbe stato impossibile conficcare la punta di un coltello tra loro. Inoltre stanno costruendo le poste e installando pietre miliari ogni mille passi in modo che il viaggiatore sappia con esattezza quanto manca per arrivare a destinazione.
Anche senza questa strada le sue legioni possono arrivare ad essere veloci quanto le tue unit migliori: per loro percorrere duecento stadi in un giorno solo non  un'impresa straordinaria. Come per Leonida, il tuo vecchio precettore, anche per i soldati romani la miglior colazione  una marcia notturna.
Ho sentito i tuoi generali Cratero e Perdicca paragonare Roma a Sparta. Ma, da quello che ho visto ai piedi del monte Circeo e da quello che sento durante il viaggio, sono sempre pi convinto che questa citt sia di gran lunga pi pericolosa. In primo luogo, perch i romani hanno spirito d'iniziativa e sono ambiziosi. Gli spartani sono sempre stati restii ad avventurarsi fuori dalla propria patria e molto conservatori nelle proprie tattiche. Invece i romani sono veloci e aggressivi e non hanno paura ad agire davanti al nemico.  stato raccapricciante vedere con quale efficacia demolitrice hanno fatto a pezzi le due compagnie di fanteria di sarisse in poco pi di mezz'ora.
In secondo luogo, Roma pu schierare nel campo di battaglia un esercito infinitamente pi numeroso di quello spartano. Quando hai sconfitto i lacedemoni a Tegea furono a malapena capaci di opporre al tuo esercito cinquemila scudi. Nemmeno con l'aiuto degli alleati del Peloponneso e degli iloti, il loro esercito superava i ventimila opliti. Qui  molto diverso. Se il problema cronico degli spartani  l'oligantropia, la mancanza di uomini, quello delle autorit romane sembra essere la sovrappopolazione, quindi affrontano senza difficolt le guerre proprie o altrui per ridurre il numero delle bocche da sfamare.
Oggi pomeriggio, aguzzando l'orecchio mentre guardavo altrove, ho captato una conversazione tra Gaio Giulio e due capitani, che i romani chiamano centurioni. Parlavano dell'effettivo che possono mobilitare per affrontare te. A quanto pare un anno fa, un certo Giunio Bruto, lo stesso magistrato che ha voluto la costruzione della strada, cens la popolazione. Tuttavia quello non era il momento giusto per farlo, come anche i lavori della Via Giunia e dell'acquedotto che assicurava rifornimento d'acqua alla citt, ma lo fecero lo stesso prevedendo che, dopo aver pacificato definitivamente la Grecia, il tuo passo successivo sarebbe stato dominare l'Italia.
Secondo questo censo, adesso Roma ha circa duecentomila abitanti. Perci pu facilmente reclutare cinquanta o sessantamila uomini per le sue legioni. Contando sulle colonie e sulle citt alleate, pu triplicare o addirittura quadruplicare tale cifra. E non si tratta di leve come quelle che reclut Dario per affrontare te a Gaugamela. L le truppe d'lite erano quelle della cavalleria, mentre la fanteria persiana, senza esperienza militare, aveva pi o meno lo scopo di fare numero. Lo dimostr quando, presa dal panico, si disperse e il Gran Re fugg davanti all'attacco dei Compagni. Invece qui parliamo di soldati veri, di una fanteria di linea per niente inferiore alla tua. I romani e i latini sono guerrieri forti e non combattono per un re che non conoscono, come fecevano i battriani, i cappadoci o gli ircani; no, loro combattono per le proprie citt, villaggi, terre e per un modo di vivere che credono superiore a quello di tutti gli altri.
Sebbene non sia riuscito a vedere nessuna delle loro legioni complete schierate o in azione, quello che ho visto al monte Circeo  bastato a impressionarmi. C'era una certa bellezza nella fredda e brutale efficienza con cui i romani uccisero i nostri uomini. Poi, in questi tre giorni, ho osservato i soldati che ci tengono prigionieri. Dalle loro conversazioni sull'avanzamento di grado e dai racconti dei veterani alle reclute, credo di aver capito come organizzano le loro truppe.
All'inizio credevo che la fanteria di linea usasse delle lance come quelle greche, ma poi ho scoperto (non sulla mia pelle, per fortuna) che si trattava di una specie di giavellotto che chiamano pilum e i cui effetti mortali sulle nostre truppe li puoi purtroppo verificare tu stesso. I pila si differenziano dai giavellotti che usano i nostri peltasti e agriani perch l'asta di legno arriva solo fino a met arma o poco di pi, il resto  di ferro fino e robusto a punta piramidale. Invece di usare il pilum come arma a mano, i legionari li lanciano contro il nemico quando si trovano a trenta passi di distanza. Non lo fanno tanto per fare, come succede a molti soldati di fanteria leggera che lanciano il giavellotto e scappano di corsa per allontanarsi il prima possibile dal nemico. Ogni legionario romano ha due pila su cui  inciso il proprio nome o un marchio personale. Finita la battaglia, li raccolgono e li contano. I soldati i cui pila sono rimasti a terra pagano una dracma d'argento, quelli che li estraggono dal corpo di un nemico la prendono e quelli che hanno perforato uno scudo rimangono pari. A volte succede che l'abilit dei legionari  tale che quelli che devono ricevere la moneta sono di pi di quelli che devono pagarla; in questi casi  tradizione che siano gli stessi centurioni e tribuni che scuciono il denaro a pagare la differenza e ricompensare la punteria dei propri uomini. Pi che per il denaro in s, credo che abbiano istituito quest'usanza per desiderio di emulazione e per creare tra i soldati un autentico spirito di corpo, e secondo me ci riescono5.
Osservando i cadaveri dei nostri uomini, ho notato che i pila avevano attraversato alcuni di loro da parte a parte perforando lo spesso strato delle corazze di lino e anche le placche di metallo. Alcuni di quelli che avevano chinato la testa, come sono soliti fare i soldati sotto la raffica di proiettili, avevano l'elmo forato. Ma il pilum ha un effetto maggiormente demolitore con gli scudi. Quando la punta apre un foro e riesce ad attraversare lo scudo, il resto dell'asta metallica, siccome  sottile, penetra con facilit. Subito dopo le impiallacciature dello scudo, che di solito sono di betulla, pioppo o di altro legno tenero, si dilatano, l'apertura si chiude e diventa ormai impossibile sfilare il pilum, ancor pi nella confusione e il fragore della battaglia. In questo modo, al monte Circeo, molti dei nostri soldati sono rimasti senza scudo in piena battaglia, perch nella parte interna spuntavano pi di due palmi di ferro, cosicch alla fine hanno dovuto abbandonarli a terra. Cos i legionari hanno seminato disordine nella nostra falange e sono riusciti a penetrare tra le sarisse con le loro spade.
La spada, che chiamano gladio,  l'arma che utilizzano nel corpo a corpo, e la maneggiano con grande maestria. Durante il viaggio li ho osservati tirare di scherma e competere tra loro, attivit in cui si impegnano talmente tanto che, sebbene utilizzino armi di legno, spesso si provocano tagli alle sopracciglia, ferite sul labbro o lividi sulle costole. In battaglia si riparano dietro un grande scudo a forma di tegola ovale e accoltellano l'avversario con ferocia. Quasi non fanno movimenti laterali, per cui, se necessario, possono lottare spalla a spalla con i compagni ed essere comunque letali a breve distanza dai nostri soldati di fanteria, i quali, una volta che il nemico attraversa la linea delle sarisse, si trovano in serio svantaggio. Una stoccata  decisamente pi mortale di un taglio: mentre  pi difficile che un colpo con il filo attraversi la corazza, e se ci riesce probabilmente finir per bloccarsi tra le ossa del torace, una stoccata pu perforare le placche o gli anelli di una cotta di maglia, infilarsi tra le costole e penetrare in profondit sufficiente a danneggiare un organo vitale.
 un problema che i nostri uomini si esercitino con la spada solo in rare occasioni e che alcuni abbiano armi di bassa qualit, di cui alcune sono poco pi che lunghi coltelli per trinciare. Invece i romani spendono tempo e denaro per studiare le tecniche di forgia e i modelli pi efficaci per i loro gladi.
Quanto all'armatura, alcuni, credo i pi abbienti, portano lunghe cotte di maglia, mentre altri un pettorale di metallo formato da tre dischi convessi uniti, fabbricato dallo stesso Stato romano che glieli fornisce gratuitamente, come il pilum. Quelli che portano la gambiera la usano solo alla gamba sinistra, che  quella che spostano in avanti al di sotto dello scudo secondo il loro stile di lotta. Sospetto che non si preoccupino troppo di corazzarsi il corpo perch hanno scudi talmente grandi che li ripara completamente. Lo scudo, che peser circa mezzo talento,  molto pi sfarzoso di quello della nostra fanteria, ma al momento giusto i romani sanno maneggiarlo con un'agilit incredibile e, insieme la spada corta, crea una combinazione letale.
Gli elmi assomigliano pi ai nostri che a quelli corinzi: i romani preferiscono rischiare di essere feriti in faccia ma riuscire a vedere bene davanti e ai lati e a sentire gli ordini dei superiori. I capi come Gaio Giulio si notano per i vistosi crini e gli ufficiali denominati centurioni si distinguono perch portano pennacchi trasversali che vanno da un orecchio all'altro. L'ornamento dei soldati semplici  composto da tre piume molto lunghe sulla parte alta dell'elmo: quelle delle reclute sono bianche, quelle dei soldati con pi esperienza, i principi, sono rosse e quelle dei veterani o triari sono nere. Proprio stanotte ho sentito questi triari dire: Quando avrai piume nere, potrai sederti per mangiare, mentre erano seduti intorno al fuoco e i giovani gli servivano il vino e gli portavano da mangiare.
Il loro modo di lottare  curioso. I soldati pi giovani e impetuosi sono schierati nelle prime file e li chiamano hastati o astati perch sembra che tempo fa usassero un'asta o lancia lunga come quella degli opliti greci, anche se ora utilizzano il giavellotto di cui ti ho parlato. Dietro di loro combattono i principi con le piume rosse, che all'inizio lasciano agli astati lo spazio per lanciare i giavellotti. Poi, tutti insieme, serrano i ranghi e caricano contro il nemico. L'armamento dei principi  uguale a quello degli astati, sebbene utilizzino pelli pi lussuose sugli scudi, tra di loro si vedono pi cotte di maglia e anche pi fasce e decorazioni sui petti e sugli elmi.
Quanto ai triari, non usano giavellotti bens una lancia lunga, alla maniera degli opliti greci. Nella battaglia del monte Circeo hanno partecipato senza colpo ferire. A quanto pare, loro non prendono parte al combattimento ma serrano solo i ranghi dietro agli altri e, grazie alla loro esperienza, evitano che i pi pusillanimi fuggano. Se la situazione  grave da richiedere il loro intervento diretto, lo fanno in file serrate come una falange, perch non hanno pi n l'agilit n il sangue ardente dei giovani.
 curiosa questa distinzione per et. Il sistema sociale dei romani sembra pi complicato di quello greco o macedone; li sento sempre parlare di patrizi e plebei, patroni e clienti, curie, trib, centurie, e hanno un'ossessione quasi ridicola per sapere chi ha il nome pi illustre e soprattutto pi lungo. Ma credo che, sotto a questo groviglio, si nasconda una divisione in classi che non si basa sulla ricchezza o sulla nascita, ma sull'et, come succede nei popoli dalle usanze arcaiche come spartani e cretesi. I romani onorano gli adulti molto pi dei greci, e sembra che il consiglio degli anziani, che chiamano Senato, sia l'istituzione pi rispettata della citt. Non  strano allora che i giovani siano pi aggressivi e lottino nelle prime file per guadagnarsi il rispetto e la reputazione dei veterani, in quanto  l'unico modo che hanno per farsi strada in una societ cos gerarchizzata.
Li ho sentiti parlare di te. Molte cose le ignorano e altre se le inventano, e alcuni fanno commenti su tua madre e sui tuoi antenati che preferisco non ripetere. Ma anche quando ti insultano si capisce che ti rispettano molto, perch non c' cosa pi importante per loro della virtus, il valore del guerriero. Tuttavia, devo dirti che, sebbene ti rispettino, non ti temono affatto, o almeno non lo danno a vedere. Ieri ho sentito un astato chiedere a un triario, che doveva essere suo zio: Cosa faresti se la sua cavalleria rompesse le nostre file e arrivasse fino alle vostre? Non ci sei pi abituato. L'uomo si era messo a ridere. Si metterebbe male per la Repubblica se la cosa dovesse arrivare fino ai triari. Ma se cos fosse, disse dandosi colpetti sull'addome, colpirei il cavallo di Alessandro con la pancia.
Come vedi, Alessandro, si tratta di un nemico organizzato ed efficiente. Sono convinti di appartenere a una citt speciale, unica al mondo, e che questa citt, Roma,  destinata a governare sulle altre. Sono molto organizzati e, in un certo senso, raffinati, ma hanno un grande vantaggio sui greci: conservano un fondo di barbarie e selvatichezza che la civilt ellenica ha perso. Infatti la disciplina per loro  pi un freno che uno sprone. I soldati romani sono talmente aggressivi che quando i loro capi non riescono a controllarli si scagliano subito contro il nemico per combattere in duello, come eroi omerici.
Il paradigma della disciplina romana  rappresentato da un anziano ancora vivo che occupa un posto d'onore nel Senato. Gaio Giulio, che condivide molte informazioni con me in cambio dei miei racconti su di te e sulle tue campagne, mi ha raccontato la sua storia. Quando questo anziano era giovane, sconfisse un gigantesco guerriero celtico in un duello e gli rub la sua torque d'oro. Ma non fu quest'azione che gli fece guadagnare la sua reputazione, ma quest'altra: molti anni dopo, come console, fece giustiziare il suo unico figlio per essersi battuto in duello come lui. La differenza era che il figlio, come tutti gli altri legionari, aveva ricevuto ordini precisi di non accettare nessuna sfida. Lo stesso Torquato (che si guadagn questo soprannome per la torque rubata) avrebbe potuto chiudere un occhio e il resto dell'esercito glielo avrebbe perdonato, perch il giovane era molto popolare nella truppa, ma prefer punire quella violazione della disciplina, bench la persona in questione fosse il suo unico erede.
La loro religione...
In quel momento una mano si pos sulla sua spalla.
Vuoi vedere una cosa interessante?.

5. Aggiunto pi tardi al margine: Ho scoperto che non  un'usanza diffusa, ma un'innovazione di G. Giulio per spronare i suoi uomini.

Il volo di Icaro.

Consegnami quel bastardo ateniese, gli devo dare una lezione davanti a tutto l'esercito, insist Meleagro.
Sai che non lo far.
Mi stai screditando davanti ai miei uomini! Dove va a finire la tua autorit se non riesci a far rispettare quella dei tuoi generali?.
Alessandro sostenne lo sguardo di Meleagro senza battere ciglio. Ma Lisania, che ascoltava la conversazione in silenzio, sapeva, dal modo in cui contraeva la mascella, che stava iniziando a perdere la pazienza.
Euctemone avr la sanzione disciplinare che si merita, disse Alessandro.
 ovvio che ce l'avr! Dammelo e vedrai come la risolviamo veloce questa faccenda alla vecchia maniera macedone.
La vecchia maniera consisteva nel crivellare il colpevole con una pioggia di lance. Alessandro fece un gesto impercettibile del
capo.
Ricever una punizione, ma non questa.  un giovane prezioso.
Quello zotico? Non  nemmeno capace di sfilare in parata senza perdere il passo! Sicuramente i suoi compagni di battaglione si offriranno volontari per lapidarlo.
Ti ripeto che  prezioso. Lascialo a me.
Io sono il suo generale e decido io come punirlo!.
Non lo sei pi. Quell'uomo e suo fratello non fanno pi parte del battaglione.
Ma il contratto che....
Il loro contratto stabilisce che servono a me, l'egemone della Lega di Corinto e della Lega Ellenica d'Italia. Alessandro gli diede un buffetto sul viso con la forza giusta per risultare quasi offensivo piuttosto che affettuoso. Puoi stare tranquillo, mio vecchio amico. Nessuno pu aggredire uno dei miei generali e restare impunito.
Meleagro socchiuse gli occhi e digrign i denti. Infine annu, si mise sull'attenti davanti ad Alessandro e disse:
E tu puoi stare sicuro che controller che tu lo punisca. Con il tuo permesso....
Senza dire altro, gir i tacchi e usc dalle stanze. Lisania fece un sospiro di sollievo. Per tutto il tempo aveva tenuto la mano sul pomo della spada. Il generale macedone era ubriaco come al solito ed era probabile che provasse ad aggredire Alessandro. Se fosse successo, il re sarebbe stato perfettamente capace di difendersi da solo, ma Lisania non avrebbe permesso che si sporcasse le mani per colpire un ubriacone con la faccia da cane rabbioso come Meleagro.
Quell'uomo  come un dente marcio.  arrivato il momento di estrarlo dalla mia bocca, disse Alessandro, stringendosi le tempie tra il pollice e le altre dita. Lisania gli si era avvicinato per massaggiargli la nuca e alleviargli il dolore alla testa, ma c'erano vari paggi reali di guardia vicino alla parete e, sebbene stessero immobili come statue, sapeva per esperienza che avevano occhi e orecchie.
Era stata una giornata difficile per il re. Ovviamente non se ne era lamentato, ma Lisania lo sapeva per il modo in cui gli si infossavano le guance. Dopo i sacrifici mattutini, era stato per diverse ore in riunione con Eumene per risolvere i fastidiosi problemi logistici dell'esercito e concludere i loro soliti miracoli finanziari, cambiando una partita qui e spostandone un'altra in modo da far quadrare tutto. Lisania, che non era molto veloce nei calcoli, provava ammirazione per Eumene quando faceva volare le dita sulle palline colorate dell'abaco.
A ragion veduta Alessandro si rifiutava di riunire eserciti di pi di quarantamila uomini. Per colpa delle Storie di Erodoto, i greci erano convinti che l'imperatore Serse avesse invaso l'Ellade con quasi due milioni di uomini. Alessandro aveva spiegato a Lisania che era impossibile da qualsiasi punto di vista. Dopo aver consultato gli archivi della corte persiana e aver fatto i propri calcoli, il re macedone era convinto che potessero essere stati tranquillamente duecentomila combattenti, e quasi il doppio con i civili, se si contavano gli schiavi, le donne e tutta la gente che partecipava a quelle spedizioni. Pur essendo una cifra molto inferiore rispetto a quella di Erodoto, le difficolt di rifornire un esercito cos numeroso erano state enormi. Durante l'invasione della Grecia, eccetto gli Immortali e le altre truppe d'lite, i persiani dovettero foraggiare per conto proprio in giro per i terreni e saccheggiare le terre non solo dei nemici, ma anche dei popoli alleati come i tebani, e nonostante ci avevano patito ristrettezze e stenti. Alessandro non poteva inimicarsi in questo modo i greci che lo accoglievano come anfitrioni in Italia. Tutte le provviste che consumava l'esercito si compravano e si pagavano religiosamente, il che faceva diminuire i fondi della tesoreria, come osservava Eumene con la sua voce piatta e insistente.
Dopo una lunga riunione con il suo segretario, Alessandro aveva fatto un giro per l'accampamento per ispezionare le installazioni sanitarie, aveva visitato l'ospedale da campo, era andato nelle stalle per verificare che Amauro fosse trattato bene, ma in tutta quella frenesia si era dimenticato di pranzare, il che significava che nemmeno Lisania aveva toccato cibo.
Nel pomeriggio si riun con le delegazioni greche dell'Italia, compresi gli ambasciatori di Neapolis, la citt pi ricca e popolata della Campania. I romani li stavano mettendo sotto pressione, insistendo affinch permettessero loro di introdurre una guarnigione di millecinquecento uomini. I neapolitani non volevano truppe straniere nella propria citt, ma per opporre resistenza alle pressioni dei romani volevano che Alessandro offrisse loro certe garanzie in cambio: mantenere intatto il regime politico della citt, non dover pagare le spese belliche e inoltre diventare i capi di una futura Lega della Campania.
L'ambasciatore di Neapolis era un oratore che parlava senza sosta e gesticolava tanto nel modo veemente tipico degli italiani. In seguito, Alessandro disse a Lisania che quell'uomo gli ricordava Demostene, e sapendo quanto odiasse il defunto oratore ateniese, il giovane ufficiale cap quanta pazienza avesse avuto per non cacciare in malo modo tutta la legazione.
Poi, a met pomeriggio, arrivarono i catafratti persiani. Alessandro era contento di avere l il cognato Ossibace, perch provava grande affetto per lui e inoltre lo spettacolo di quei gagliardi cavalieri con le loro armature brillanti aveva contribuito a risollevare il morale di tutto l'esercito. Ma il saluto tra Alessandro e Rossane era stato di una freddezza tale che avrebbe congelato le acque del fiume Piriflegetonte. Pi tardi, quando lei si fu ritirata, Alessandro, rimasto solo con Ossibace e Lisania, disse:
Ti avevo detto che non volevo tua sorella qui.
Cosa potevo fare, Alessandro?, rispose il principe battriano con le mani aperte. Sai che Rossane  incontrollabile. Nemmeno mio padre riesce a obbligarla a rispettare la sua volont.
Come se non bastasse, subito dopo apparve Meleagro senza che nessuno lo avesse invitato. Lisania continuava a meravigliarsi del controllo del re: se fosse stato per lui, lo avrebbe cacciato a calci. Sembrava incredibile che l'Alessandro che conosceva lui fosse lo stesso uomo che in una rissa aveva ucciso il suo amico Clito il Nero. In realt, Lisania avrebbe pensato che quella storia fosse una calunnia se Alessandro in persona non gli avesse confermato che era vera.
Quando finalmente Meleagro se ne and, Lisania rimase a osservare Alessandro, che continuava a massaggiarsi la tempia con aria stanca. Come d'abitudine, il giovane macedone si domand in quali remoti luoghi vagava la mente del re e quanti Alessandro si nascondevano dietro quel volto. Prima di conoscerlo di persona, lo aveva visto nei ritratti, ma ormai rimaneva ben poco dei lineamenti puerili, quasi femminili, delle statue. Nonostante conservasse una pelle rosea e morbida, gli stenti gli avevano infossato le guance, sulle quali erano scolpite due rughe dritte come coltellate che gli scendevano dagli zigomi. I capelli biondi non erano incanutiti, ma il sole li aveva sbiaditi e ora sembravano fieno affumicato.
Non c'era da meravigliarsi che sembrasse stanco. Quando Lisania lo conobbe, il re aveva sicuramente viaggiato pi di qualunque altro uomo prima di lui. Ma nei sei anni che aveva passato al suo fianco, prima come paggio e poi come ufficiale della guardia e assistente personale, Alessandro aveva viaggiato per almeno altri duecentomila stadi. Non per andare a conquistare terre, ma perch i sudditi di tutto l'impero lo vedessero e sapessero che Alessandro viaggiava come il vento e poteva arrivare in qualsiasi posto in poche settimane.
Gli occhi del re, uno verde e l'altro azzurro, erano un po' infossati, ma ancora risplendevano di quella brillantezza umida e febbrile che lo portava sempre oltre, condannandolo all'insoddisfazione eterna. In quel momento, Lisania pens che forse l'unico modo per trovare un po' di pace era farsi sconfiggere con onore da un nemico che gli avrebbe regalato un meritato riposo da eroe.
Per Apollo, che cosa sto pensando?, si disse, scandalizzato da s stesso.
Alessandro si accorse che era ancora intento a massaggiarsi la testa e che Lisania e gli altri paggi erano testimoni del suo momento di debolezza. Si mise immediatamente dritto e disse alla giovane guardia:
Accompagnami. Manca poco.
Lisania lo segu gi per le scale. Le case di Poseidonia di solito avevano i tetti di tegole a due spioventi, ma la residenza che la citt aveva donato ad Alessandro faceva eccezione perch disponeva di una terrazza al secondo piano. Da l si godeva di una bella vista, perch l'edificio si trovava su uno dei punti pi alti della citt. A est e a sud si vedevano i monti da cui scendevano lucani e sanniti per saccheggiare i campi dei poseidoni. A ovest, il mare era ancora un po' increspato dalle onde dopo vari giorni di vento forte, che ora si era calmato, e il cielo era sereno e limpido. Ma Lisania spost lo sguardo a nord. L, a centocinquanta stadi dalla citt, si estendeva per pi di duecento stadi un vasto sperone degli Appennini che arrivava fino al mare formando lo scosceso promontorio delle Sirenuse, oltre il quale, nascosta da quelle vette, c'era la Campania, la preda contesa tra macedoni e romani.
Poich iniziava a fare buio, sulla terrazza c'erano gi varie fiaccole accese. Vicino al parapetto che affacciava a est c'era un grande tavolo di legno al quale era seduto Dicearco. Il cartografo di Alessandro era un uomo minuto e magro sulla quarantina, calvo e con una barba molto nera attraversata da due ciuffi bianchi. Quando vide il re, si alz in piedi, ma Alessandro gli fece cenno di continuare con le sue carte geografiche.
Hai avuto fortuna, disse il cartografo. Sar una notte perfetta per osservare il cielo. Cos possiamo dimostrare che quel lunatico si  sbagliato.
Seduto in un angolo della terrazza, Peucesta, l'erculeo generale degli ipaspisti, parlava con un uomo coperto da mantello e cappuccio malgrado il caldo. Sebbene non gli si vedesse il volto, Lisania lo riconobbe dai vestiti. Era Kalba, l'astrologo caldeo che arrivava da Babilonia mandato dal gran sacerdote Belumasar. Di nascosto, Lisania fece un gesto per scacciare il male, perch Kalba gli dava i brividi.
Poco dopo arriv Perdicca. Lui e Alessandro si abbracciarono e si baciarono sulle guance. Il generale era pi alto del re, ma quest'ultimo non dovette nemmeno allungare il collo: chiunque si avvicinasse ad Alessandro aveva l'abitudine inconscia di piegare leggermente le ginocchia affinch non si notasse la differenza di altezza. Poi Perdicca si volt verso Lisania e lo salut inclinando la testa; il giovane di rimando fece lo stesso. C'era un certo rispetto tra loro, ma non amicizia. Lisania era stato promosso a Guardia del Re l'anno precedente e tutti sospettavano che occupasse un posto simile a quello di Efestione nell'intimit di Alessandro, nonostante il grado militare fosse ancora piuttosto basso. Il giovane sapeva che le gelosie che prima suscitava Efestione adesso ricadevano su
di lui.
Sei troppo seccato di vedermi da non essere venuto a salutarmi fino adesso?, chiese Alessandro al cognato in tono tranquillo.
Non volevo disturbarti. So che hai ricevuto molte visite oggi.
Non fa niente. Alessandro gli diede una sonora pacca sul corsaletto di cuoio. Capisco che viene prima tua moglie. Chi tratta bene mia sorella tratta bene me.
Ci provo, Alessandro.
Sei felice con lei?
Molto.
Alessandro scosse la testa.
Magari potessi dire lo stesso di Rossane. Meno male che, come diceva Filippo, Alessandro non lo aveva mai chiamato mio padre, quando un re non va d'accordo con la moglie pu permettersi il lusso di sposarsi altre sei o sette volte.
Lisania not che, quando sent il nome di Rossane, Perdicca aveva distolto lo sguardo da Alessandro, girandosi verso il mare. Un fugace sospetto s'insinu in lui, ma gli sembr cos assurdo che lo scacci all'istante.
In citt ho sentito dire che ancora non si sa niente della nave su cui viaggiava Agatoclea, comment Perdicca.
Alessandro annu senza dire una parola. Lisania sapeva che era preoccupato. Non tanto per la giovane dai capelli rossi di Siracusa, perch la sua morte non avrebbe comportato un imprevisto irrimediabile. Suo padre era pi che disposto a mantenere l'alleanza con Alessandro a patto di avere le mani libere in Sicilia e un alleato potente per la guerra contro Cartagine. Se Agatocle non avesse avuto altre figlie, avrebbe sicuramente trovato una cugina o una nipote per imparentarsi con Alessandro.
Non si trattava nemmeno della possibile perdita dell'Anfitrite, malgrado fosse la prima nave nel suo genere e gli fosse costata una fortuna. No, la ragione dell'ansia che il re cercava di dissimulare davanti a tutti era un'altra; Lisania lo sapeva e ci soffriva anche a lui. Lui che adorava Alessandro e in alcuni momenti si sentiva amato dal re, gli poteva dare la sua lealt, la sua compagnia, la sua adulazione, il dono della sua bellezza, e a volte anche le sue carezze; poche, perch la proverbiale continenza di Alessandro si era accentuata con gli anni. Ma il vero supporto di Alessandro, la persona che lo faceva ragionare e trovare la forza interiore, era Nestore, dal quale non si era mai separato dopo Babilonia.
Fino a quel momento. Per generosit, il re aveva lasciato Nestore ad Alessandria, perch la gravidanza della quarta moglie aveva delle complicazioni. Pochi giorni dopo aveva ricevuto la notizia che il dottore aveva dovuto aprire la pancia di Nebet per tirare fuori i due gemelli. Sia la madre che i figli erano salvi, il che dimostrava che Alessandro ci aveva indovinato. Ma per la prima volta dopo sei anni, Nestore non stava con l'amico e signore e, chiss se per casualit o per destino, era stato quello il momento in cui Alessandro aveva iniziato a sentirsi male.
Di sicuro staranno da qualche parte lungo la costa a riparare i guasti, disse infine Alessandro. L'Anfitrite  un titano del mare.  impossibile che sia affondata.
Tuttavia Lisania sapeva che il re stava perdendo le speranze. Quattro giorni prima erano arrivate le prime navi della piccola flotta che scortava l'Anfitrite, le quali avevano cominciato ad attraccare alla rinfusa, da sole o a gruppi di due o tre. Il giorno prima, al tramonto, era apparsa l'ultima superstite, una quinquereme che si trovava in uno stato pietoso. Dopodich, nessun'altra.
Nestore  un uomo fortunato, insist Alessandro. Di sicuro avr contagiato l'Anfitrite con la sua fortuna. Torner. Adesso parliamo di altro, aggiunse, prendendo Perdicca per il gomito. Vieni, resta a cena con noi.
Il re port il cognato a un tavolo sul quale i servitori avevano messo vassoi con frutta, fette di arrosto freddo, formaggi di capra e di pecora, olive e acciughe in aceto.
Una cena informale?, domand Perdicca.
In realt, una notte di osservazione astronomica, rispose Alessandro, e gli riemp il calice di vino. Poi fece lo stesso nel suo. Il cognato rimase a guardarlo, ma non disse niente.
Lisania sapeva a cosa stava pensando Perdicca. Alessandro ha ricominciato a bere. Il vino del cratere era composto da tre quarti d'acqua e il re lo beveva con moderazione, ma erano tutti preoccupati che potesse ricascarci. Solo Lisania sapeva che aveva le sue ragioni, perch il vino lo aiutava contro l'insonnia e, se Alessandro non dormiva un po', i mal di testa che lo affliggevano da qualche mese diventavano insopportabili.
Non era il momento di perdere il suo dottore in un naufragio.
Demetrio e suo fratello erano chiusi nella tenda degli ufficiali da quattro giorni. Era spaziosa, e non gli mancava n cibo n altro che avessero richiesto, compreso l'inchiostro e il papiro che il re aveva promesso a Euctemone, ma in compenso non gli era permesso uscire. Qualche volta un uomo calvo con gli occhi gelidi e le labbra strette entrava nella tenda, dava un'occhiata a quello che scriveva Euctemone e se ne andava senza dire niente.
Era gi buio e ancora non gli avevano portato la cena. Euctemone, che aveva una specie di clessidra interiore e si inquietava molto quando qualcosa rompeva la sua routine, domandava in continuazione:
Quando arriva la cena?  ora e non l'hanno ancora portata.
Io che ne so, Euctemone. Sono prigioniero come te.
Dopo avergli chiesto della cena almeno trenta volte, apparvero sull'entrata vari membri della Guardia Reale armati di spade. Demetrio arretr dallo spavento, convinto che il suo destino era gi stato deciso e che lo avrebbero giustiziato seduta stante; ma Euctemone disse:
 per la congiunzione della Luna con la cometa.
Demetrio volle tranquillizzarsi e credere che suo fratello avesse ragione. Sebbene Alessandro avesse mostrato apparente interesse per i calcoli di Euctemone, Demetrio non si fidava dei potenti e sapeva che per il re di Macedonia loro due erano come insetti che poteva lasciare liberi o schiacciare.
Accompagnati da due file di guardie, si diressero verso la citt. Una volta varcata la soglia, li condussero a una dimora di pietra che si ergeva a poca distanza dal tempio di Atena. L'ala ovest era circondata da impalcature, sulle quali, nonostante fosse gi tramontato il sole, gli operai continuavano a lavorare alla luce delle torce. Entrarono in casa. Mentre camminavano verso il cortile interno, Demetrio diede un'occhiata agli affreschi che decoravano le pareti sebbene la tecnica non avesse la maestria delle pitture del Pecile, il portico dell'agor di Atene, le immagini risultavano molto allegre e spontanee. Era evidente che i nobili ellenizzati della citt erano molto orgogliosi dei propri cavalli, perch apparivano in quasi tutte le scene, che fossero di guerra, di caccia o di corse di quadrighe.
Nel cortile c'era molto trambusto. Doveva essere arrivato qualcuno di importante, perch i servitori si davano da fare per portare bauli e mobili da una parte all'altra.
La moglie del re, disse una delle guardie. Demetrio pens che fosse un buon segno. Se condividevano informazioni con loro, di sicuro non avevano l'ordine di infilzargli una spada nei reni una volta girato l'angolo.
Quale di loro?, domand.
La guardia, che non era molto pi grande di Demetrio, fece un gesto in aria per disegnare il contorno di una sinuosa sagoma femminile.
La migliore di tutte. Non la conoscevo, ma ti assicuro che non avevo mai visto una femmina come quella in vita mia.
Salirono per una scala di legno e arrivarono a un'ampia terrazza illuminata da fiaccole di resina aromatica. L c'era Alessandro con il suo inseparabile Lisania. Delle altre due persone che parlavano con lui, Demetrio riconobbe Peucesta, comandante degli ipaspisti. Dopo aver congedato le guardie, il re gli present l'altro come Perdicca. Demetrio si sentiva sempre di pi in imbarazzo. Quei due generali erano vere leggende, quasi di per il popolo, per non parlare di Alessandro: era come se all'improvviso le statue del Partenone fossero scese dai frontoni per parlare con lui. D'altronde, non erano rozzi come raccontava Demostene, il quale diceva che si mettevano le dita nel naso e facevano peti in pubblico. Al contrario, Alessandro e quei due generali agivano con somma eleganza e parlavano un greco forse pi corretto di quello dell'agor.
Mentre chiacchieravano, arriv sulla terrazza l'uomo misterioso che era entrato nella tenda senza dire niente. Alessandro lo present come Eumene di Cardia, e Demetrio ricord che era il segretario del re; se Alessandro era il cuore dell'esercito accampato a Poseidonia, tutti sapevano che Eumene era il suo cervello. Dopo aver ricordato ai presenti che potevano prendere quello che volevano dalla tavola dov'era stata servita la cena, Alessandro si gir verso Euctemone e gli disse:
Zeus  stato benevolo e ha pulito il cielo perch potessimo contemplare Urano. Guarda l, aggiunse indicando a est, dove la luna piena iniziava a levarsi sopra la linea irregolare dei monti.
Euctemone lo guard negli occhi con difficolt, ma distolse immediatamente lo sguardo. In quel momento, not che, oltre al tavolo della cena, ce n'era un altro pi piccolo illuminato da candelabri di bronzo. L un uomo calvo e magro prendeva appunti mentre il suo giovane aiutante arrotolava e srotolava carte geografiche, gli avvicinava calamai, piume e compassi e bloccava gli angoli dei papiri con pesi di piombo per non farli volare. Euctemone si avvicin attratto dalle mappe.
Eute, no, sussurr Demetrio, cercando di trattenerlo. Ma Alessandro gli mise una mano sulla spalla.
Lascialo. Coloro che sono stati baciati dagli di possono fare quello che vogliono. Sai, tuo fratello mi ricorda vagamente Diogene.
Demetrio si volt verso Alessandro e da sopra la sua spalla vide lo sguardo ostile di Lisania. Sapeva cosa voleva dire, perch sapeva cosa significava il sorriso del re. Da quando era piccolo e si allenava nel ginnasio agli ordini del paidotribes, aveva avuto molti pretendenti adulti, e nell'accampamento dell'efebia un ufficiale aveva minacciato di suicidarsi se non gli avesse dato almeno un bacio. Ma Lisania poteva stare tranquillo, perch a Demetrio, per quanto trovasse attraente il re, non piacevano gli uomini.
Quell'uomo  Dicearco, si occupa della topografia, prosegu Alessandro. Un ottimo matematico. Si occupa anche di filosofia e studia i regimi politici, anche se da questo punto di vista  un po' troppo filo-spartano per i miei gusti.
Cos'hai da guardare?, domand Dicearco a Euctemone.
 anche un po' scorbutico, sussurr Alessandro. Mi chiedo se la smetter quando sar vecchio.
La tua mappa, rispose Euctemone, allungando la mano per toccarla. Dicearco lo colp sul dorso con una riga di legno.
Fai piano, che rovini l'inchiostro! Guarda, aggiunse indicando con la punta del compasso due citt. Noi siamo qui a Poseidonia, e questa citt del Sud  Reggio. Mi segui?.
Euctemone annu senza distogliere lo sguardo dalla mappa.
Allora guardami in faccia, dannazione!.
Euctemone lo fece, ma non riusc a sostenere il suo sguardo a lungo, perch i suoi occhi cominciarono ad andare dalla mappa a Dicearco e viceversa.
La distanza per mare in linea retta tra Poseidonia e Reggio  di 1250 stadi, recit il cartografo. La distanza angolare che separa le due citt  1/144 di circonferenza. E allora?.
Demetrio si fece la stessa domanda. E allora? Dove voleva andare a parare Dicearco? Ma suo fratello guard per un attimo verso sinistra, le sue pupille girarono un paio di volte mentre faceva i calcoli e poi rispose:
Significa che la circonferenza di Gea  di 180.000 stadi.
Eccellente, lo elogi Eumene con la voce liscia come uno specchio.
Sempre che le misure siano corrette e che entrambe si trovino con certezza sullo stesso meridiano, aggiunse Euctemone.
Ma come ti permetti, moccioso?, esclam Dicearco. Metti in dubbio le mie misurazioni? Ho usato i migliori metodi geodetici. Li ho inventati io stesso!.
Euctemone fece spallucce, un gesto che risultava smodato e goffo su una persona con le braccia cos lunghe, che oltretutto aveva sempre penzoloni.
Dicearco si calm leggermente e continu a fargli domande di matematica a cui Euctemone rispondeva a una velocit inverosimile, a volte anche prima che Dicearco avesse finito di enunciare il problema. Era evidente che il topografo fosse sconcertato e un filo invidioso. Lasci a Euctemone un diagramma sulle sfere celesti perch gli desse un'occhiata, si alz in piedi e prese Demetrio per il braccio per parlargli in disparte.
 sempre stato cos?
Da quando riesco a ricordare, s. Da bambino si dedicava a contare tutto e a inventare strane relazioni tra i numeri. Una volta eravamo in giardino a giocare e gli chiesi quanti mattoni aveva il muretto che dava sulla strada dietro casa. Lo guard per un secondo e mi disse che erano 4378.
E lo erano?
S. Me lo ricordo perch ebbi la pazienza di contarli.
Dicearco si rivolse ad Alessandro.
A volte ci sono matti come lui, gli disse. Gli di li privano della ragione, ma una sola delle Muse gli infonde la sua virt, perci, eccetto che per quest'unica caratteristica, sono dei perfetti idioti in tutto. Si vede che questo giovane  un protetto di Urania.
Mio fratello non  un idiota, lo difese Demetrio.  ossessionato dai numeri, s, ma sa anche leggere e scrivere alla perfezione e capisce tutto quello che gli si dice meglio di molta gente. Non  colpa sua se  strano.
Di certo, sembra strano, intervenne Eumene.
Tornarono vicino al tavolo. Euctemone stava esaminando un papiro steso su cui era rappresentato un modello planetario simile a quello che aveva disegnato lui per terra. Ma qui il centro non era occupato da Gea, bens da un fuoco centrale colorato di rosso e giallo. La Terra girava nella seconda orbita, sotto la Luna, il Sole e i pianeti, mentre la prima orbita era occupata da un altro corpo indicato da un simbolo che Demetrio non aveva mai visto.
 un modello pitagorico non valido, disse Euctemone senza guardare nessuno. Con il dito sul corpo sconosciuto della prima orbita aggiunse: Questa  l'Antiterra di cui i pitagorici hanno bisogno per equilibrare la disposizione degli elementi nel Cosmo perch hanno spostato la Terra dal centro. Inoltre, ne hanno bisogno affinch ci siano dieci corpi siderali, perch dieci , secondo loro, un numero perfetto.
Perch non vediamo n l'Antiterra n quel fuoco centrale?, chiese Alessandro. Dicearco fece il gesto di rispondere, ma il re, con l'indice sulle labbra, lo zitt. Euctemone, che non aveva visto quel gesto, prosegu.
La Terra gira su s stessa e al contempo orbita attorno al fuoco centrale, perci la superficie su cui abitano gli esseri umani guarda sempre verso l'esterno e mai verso il centro. Allo stesso modo, la Luna orbita attorno a Gea e compie una rotazione su s stessa;  per questo che dalla Terra si vede sempre la stessa faccia lunare. Su questa faccia ci sono delle macchie perch, trovandosi sul lato inferiore della sua sfera di cristallo,  in contatto con la regione della sfera terrestre e condivide quindi la sua imperfezione.
Si era alzata una brezza piacevole dopo il caldo asfissiante della giornata. La luna era gialla sopra le montagne e Icaro, sfiorandone i contorni, iniziava la sua ascensione in cielo. Demetrio diede un'occhiata al tavolo della cena: c'erano Perdicca e Peucesta che mangiavano e chiacchieravano, per niente interessati alla conversazione di astronomia. Invece Alessandro, per sua sorpresa, continuava ad appassionarsi al discorso. Demetrio aveva fame, ma non si azzard ad avvicinarsi al cibo mentre il re continuava a parlare con Dicearco ed Euctemone.
I pitagorici, prosegu Euctemone, furono i primi a sostenere che Gea  sferica perch per loro la forma perfetta  la sfera e i corpi celesti devono essere perfetti.
Perch la sfera?, domand Alessandro.
Perch in una sfera tutti i punti della superficie sono equidistanti dal centro.
Demetrio non aveva mai capito cosa ci fosse di perfetto in questo, ma a Dicearco doveva piacere l'idea, perch annu con la testa.
Ma, aggiunse subito Euctemone, questa non pu essere la vera ragione per cui Gea  una sfera dal momento che ha montagne e valli. E se ha montagne e valli la sua superficie non  liscia e se non  liscia non  nemmeno perfetta.
 perfetta entro un certo margine, disse Dicearco. Non esiste al mondo una montagna pi alta di dieci stadi e tenendo conto che il diametro di Gea misura pi di 57.000 stadi, c' uno scarto accettabile.
Se c' scarto allora non  una sfera, si impunt Euctemone. Dicearco sbuff e Alessandro sorrise di nuovo divertito.
Mio caro Dicearco, intervenne Eumene, le montagne del Pa-
ropamiso e del Caucaso sono alte poco pi di dieci stadi. Lo so perch ho avuto il piacere di scalarle con il nostro re, aggiunse senza il bench minimo accenno d'ironia.
 una falsa impressione causata dal freddo e dalla rarefazione dell'aria in circostanze locali, rispose Dicearco. Per definizione,  impossibile che una montagna possa superare l'altezza che ho detto.
Sembra incredibile che tu abbia studiato con Aristotele, disse Alessandro. Lui non era disposto a sostenere una teoria se vedeva che i fatti reali la contraddicevano.
Scusami, oh re, ma dovresti fidarti di me per la matematica e la misurazione della Terra. Io non ti vengo a dire come devi schierare le tue falangi sul campo di battaglia.
Alessandro scoppi a ridere. Demetrio rimase sorpreso dal fatto che un semplice scienziato osasse contraddire in quel modo il re pi potente dell'ecumene. Certo, Alessandro non sembrava il tiranno dispotico e sanguinario di cui parlava Demostene agli ateniesi. Gli ricordava molto di pi quello che sapeva sullo statista Pericle, che aveva governato Atene per molti anni ricorrendo alla persuasione e non alla violenza. E curiosamente anche Pericle frequentava la compagnia di scienziati come Anassagora, uno ionio di cui il fratello gli aveva parlato quasi elogiandolo, cosa strana per lui.
Comunque il modello pitagorico non  valido perch la Terra  immobile al centro del Cosmo, disse Euctemone.
Su questo sono d'accordo, ma perch non si muove?, chiese Dicearco.
 evidente che Gea non si muove perch se girasse attorno a questo fuoco centrale a velocit elevata ci sarebbero dei venti talmente forti che distruggerebbero tutto e dal mare si alzerebbero onde cos alte che le sue acque traboccherebbero dalle rive.
Dicearco annu.
E cosa mi dici della parallasse?
Anche la mancanza di parallasse dimostra che Gea  immobile e che non gira attorno al Sole.
Cos' la parallasse?, domand Alessandro.
La parallasse  la differenza tra le....
In quel momento si ud la voce aspra del caldeo:
Shallummu!.
Tutti si girarono verso est. La testa rossiccia della cometa stava sfiorando la curva inferiore della luna piena. Alessandro ordin di spegnere le fiaccole. Sebbene in strada ci fosse ancora luce, la notte era chiara e l'aria cos diafana che si vedevano comunque tutte le costellazioni.
Finora hai superato l'esame, ragazzo, disse Dicearco. Adesso vediamo come va con la tua teoria sulla cometa.
Icaro passer davanti alla Luna per mezz'ora.
Sul tavolo c'era una clessidra. Dicearco l'apr per far scendere le gocce d'acqua nel recipiente inferiore.
Io stesso pensavo che le comete fossero fenomeni atmosferici come le stelle cadenti, ammise il topografo. Tuttavia quando apparve Icaro e la vidi passare dietro l'ombra della Luna capii che non si trattava di una cometa normale. Ma non pu nemmeno precipitare su di noi n rappresentare alcun pericolo, perch  impossibile che ci che sta al di l della sfera lunare, il regno dell'etere, entri in contatto con ci che sta nella sfera terrestre, governata dai quattro elementi.
Icaro  una cometa e passer davanti alla Luna per mezz'ora, disse Euctemone. Lo rifar un'altra volta prima di precipitare e allora impiegher un sesto di ora.
Tra poco vedrete come sparisce dietro la Luna, disse Dicearco.
Icaro passer davanti alla Luna per mezz'ora, insist Euctemone.
Tutti trattenevano il respiro. Anche Perdicca e Peucesta si erano uniti a loro e guardavano il cielo in silenzio. La cometa continuava ad avanzare con un movimento troppo lento per essere percettibile, ma piano piano i risultati iniziarono a vedersi. All'inizio, quando la macchia rossa si sovrappose al bordo della Luna, poteva sembrare che fosse un'illusione ottica creata da una specie di alone. Ma la cometa continu a spostarsi senza sparire dalla vista e presto fu ovvio che stesse passando davanti alla faccia bianca della Luna, seguita dalla sua chioma brillante.
Demetrio sospir. Aveva sperato che il fratello non avesse ragione, ma era convinto sin dal principio che i suoi calcoli fossero infallibili e sicuri quanto il corso stesso delle stelle.
Cos'hai da dire adesso, Dicearco?, chiese Alessandro.
Potrebbe trattarsi di un'illusione atmosferica, di un fenomeno creato da....
Non conosco nessun fenomeno che renda possibile vedere qualcuno che si trova dietro una parete. A meno che la parete non sia di cristallo, disse Alessandro. Per caso la Luna  di cristallo, Dicearco?
La Luna non pu essere di cristallo perch copre le stelle e poi oscura il Sole nelle eclissi, il che vuol dire che  un corpo opaco, intervenne Euctemone. Stranamente, invece di guardare il transito di Icaro davanti alla Luna, teneva lo sguardo fisso sulla clessidra e osservava come il becco della minuscola gru di legno che galleggiava nel recipiente inferiore saliva sulla scala graduata che indicava le frazioni dell'ora.
Ha ragione, ammise Dicearco. Il topografo stava osservando la cometa attraverso i tubi di una dioptra doppia appoggiata sul parapetto. Qual  la declinazione di Icaro in questo momento, ragazzo?.
Euctemone distolse lo sguardo dalla clessidra, guard la cometa, pieg il collo all'indietro fino a individuare la zona in cui si trovava l'Orsa Minore e infine disse:
Sta una nona frazione di quadrante al di sotto dell'equatore celeste.
Detto questo, torn a concentrarsi sulla clessidra, come se fosse la forza del suo sguardo e non la caduta dell'acqua a farla muovere. Dicearco si scost dalla dioptra e domand a voce bassa a Demetrio:
Lo sapeva gi o riesce a calcolarlo a prima vista?
Entrambe le cose, rispose Demetrio.
 veramente un figlio di Urania, disse il topografo, e Demetrio cap che finalmente si era arreso al talento quasi soprannaturale del fratello.
Gli altri continuarono a osservare il passaggio di Icaro con inquietudine, come se fossero di fronte a un malaugurio. Contemplare quella macchia rossa che attraversava la faccia della Luna non era come vedere l'astro coperto dall'ombra delle nuvole. Non era un'eclissi, ma in qualche modo risultava pi inquietante, come se Icaro stesse profanando e sporcando di sangue la bianca Selene.
Alessandro fece un cenno a Euctemone perch si avvicinasse. Il giovane vacill un attimo guardando la clessidra, ma poi si alz dallo sgabello e lo raggiunse, camminando senza muovere le braccia. Demetrio si stup che il fratello avesse capito che con Alessandro non valeva la pena fare il sordo come con gli altri.
Il resto dei tuoi calcoli  giusto?, chiese Alessandro.
Sono calcoli molto semplici quando si capiscono, rispose Euctemone. Icaro gira sempre pi veloce intorno a Gea perch sta pi vicina, per questo impiega solo sette giorni a sparire dal cielo e sta altri sette giorni nascosta sotto l'emisfero australe. Ci metter sempre meno finch non girer talmente veloce che il suo movimento si vedr a occhio nudo e allora precipiter su Gea.
Perch non cade direttamente invece di girare?, domand Eumene.
Icaro non cade sulla Terra con un movimento rettilineo perch  composta da etere, fuoco e terra e l'etere fa s che....
Rallenta, Euctemone, gli disse Alessandro. Rallenta, per favore.
Demetrio not che il re si port la mano alla testa e si massaggi le tempie, ma fu solo un istante. Subito dopo alz di nuovo lo sguardo e i suoi occhi cercarono Euctemone. Ma, stranamente, rimasero fissi in un punto a sinistra del suo viso. Demetrio si chiese se lo strano comportamento del fratello non stesse contagiando Alessandro.
Dal canto suo, Euctemone deglut e rallent le parole, ma acceler il movimento delle dita, che si intrecciavano a tutta velocit come se avessero vita propria. Demetrio sapeva quanto lo angosciasse quella conversazione e soprattutto essere il centro dell'attenzione di tante persone contemporaneamente.
L'etere  l'elemento pi leggero e fa s che la cometa tenda ad ascendere e a rimanere davanti alla Luna. Il fuoco e soprattutto la terra la rendono pi pesante e fanno s che tenda a cadere. Questo conflitto la fa muovere a spirale. Ma il fuoco e la terra sono due e stanno battendo l'etere. O l'etere della cometa si sta esaurendo e per questo precipita verso la Terra.
L'etere  inesauribile per natura.  come dire che gli di sono mortali, esclam Dicearco.
Anassagora diceva che gli astri in realt sono pietre, disse Alessandro, appoggiando una mano sulla spalla di Lisania. Demetrio pens che forse aveva avuto un giramento di testa, perch aveva lo sguardo perso. Io stesso ho visto quella che  caduta dal cielo nei pressi dell'Egospotami. Che dimensione pu avere quella pietra, Euctemone? Quella che ho visto io era come un carriaggio, e da quanto mi hanno detto gli abitanti del luogo aveva aperto un grande cratere nel suolo.
Euctemone torn a guardare la cometa, e le sue pupille girarono in rapidi circoli. Ci mise tanto a rispondere, contrariamente a quanto si aspettasse Demetrio.
Icaro sta coprendo un dodicesimo di luna. Un dodicesimo di luna, un dodicesimo di luna... Manca geometria, aggiunse costernato.
Demetrio cap che gli mancava qualche formula fondamentale per fare i calcoli. Allora il fratello si gir e corse verso il tavolo di Dicearco. L si mise a rovistare tra i rotoli di papiro, le righe, i compassi e i calamai, buttando a terra tutto quello che gli era d'intralcio. Il topografo lanci un grido e stava quasi per scagliarsi contro di lui, ma Peucesta lo trattene per entrambe le braccia.
Mi rovina tutte le mappe!, si lament Dicearco.
Finalmente Euctemone trov quello che cercava, un disegno topografico che rappresentava relazioni tra angoli. Lesse di corsa le formule che lo accompagnavano, torn a guardare il cielo e, quasi per la prima volta in vita sua, sorrise.
La cometa Icaro ha un diametro di cinquecento stadi con un decimo di approssimazione.
Demetrio sent che gli si stringeva lo stomaco.
A quanto equivale questa misura?
La cometa Icaro  circa la met dell'isola di Creta.
Rimasero tutti in silenzio per un momento. Poi Peucesta disse:
Sicuro di voler conquistare Roma, Alessandro? Non credi che dovremmo fornicare e bere come matti negli ultimi mesi di vita che ci rimangono?.
Nessuno rise, nemmeno lo stesso Peucesta. La chioma della cometa abbandon infine il disco della Luna, ma la sua lunga coda continuava ad attraversarla come una freccia. Euctemone si chin di nuovo sul tavolo, guard la clessidra e disse:
La cometa Icaro ha compiuto il suo passaggio sulla Luna in mezz'ora.
Prima che se ne andassero, Alessandro insist di non dire niente a nessuno.
Se  vero che le stelle sono divine, magari la divinit che guida la cometa Icaro decider di cambiare il suo corso perch si perda di nuovo nel cielo, disse.
 im....
Zitto, Euctemone!, rugg il fratello.
Lisania intu la paura dell'ateniese. Se Euctemone minacciava di divulgare quello di cui avevano parlato quella sera, il re avrebbe potuto far uccidere entrambi.
Ma Alessandro, che si era ripreso dalla sua breve crisi, afferr Euctemone per le spalle e lo guard negli occhi. Era evidente che l'ateniese si sentisse molto a disagio in quella situazione, perch muoveva la testa da una parte all'altra a scatti nervosi, come se una forza superiore lo obbligasse a evitare lo sguardo di Alessandro. Tuttavia la volont del re era pi forte, che lo trattenne.
Sei uno dei miei soldati, Euctemone. Mi hai giurato obbedienza.
S.
Ti ordino di non parlarne con nessuno. Nemmeno con tuo fratello. Dimmi che hai capito.
Ho capito.
Dimmi: Ho capito, Alessandro.
Euctemone deglut.
Ho capito, Alessandro.
Poi il re lo lasci andare. Per un attimo avvicin la mano alla guancia di Euctemone come per dargli un buffetto affettuoso, ma ci ripens. Lisania fece un cenno di approvazione. Era evidente che quel lunatico diventava nervoso quando qualcuno lo toccava.
Alessandro e Lisania rimasero soli con Perdicca e il caldeo, che non aveva detto una parola. Alessandro si rivolse a lui.
Che ne pensi, Kalba?.
Il babilonese rispose in un greco pieno di aspirazioni gutturali.
Hai visto come per tutto il tempo ha intrecciato le mani, signore?  l'atteggiamento sacro del dio Nabu, che  il signore dei cieli. Per questo  normale che quell'uomo comprenda i suoi segreti.
Che cosa succeder? Icaro cadr su di noi?
Ho fatto il tuo oroscopo, signore, disse Kalba evitando il suo sguardo, come facevano i babilonesi. Mi parla di morte vicina. Tu sei il re del mondo, quindi i cieli rappresentano il....
Capisco, lo interruppe Alessandro. Poi si gir verso Perdicca e gli strinse la spalla. Pare che la nostra avventura stia per finire.
Cos pare, rispose Perdicca. Lisania non sapeva come interpretare la sua espressione. Pi che spaventato sembrava quasi sollevato.
Prima che Icaro si schianti su di noi, desidero cavalcare contro i romani al fronte dei Compagni, come feci contro Dario. Mi accompagnerai, fratello?
Certamente, Alessandro.
Verrai con me per il mio ultimo attacco in groppa ad Amauro?.
Perdicca deglut. Alla luce della luna, a Lisania sembr che i suoi occhi si inumidissero.
Sono sicuro che non sar l'ultima, Alessandro.
Anche Perdicca e Kalba se ne andarono e Alessandro rimase solo con Lisania. Solo allora croll sulla sedia che aveva occupato Dicearco e si copr gli occhi con le mani.
Ti  successo di nuovo?, disse Lisania.
Si  visto molto?
Credo che Demetrio abbia avuto il sospetto che non vedessi.
Quel giovane  perspicace.
E molto bello, aggiunse Lisania.
Alessandro scoppi in una risata priva di allegria.
Lisania, Lisania, non dovresti sentirti.... Si interruppe e a fatica contenne un gemito.
Che ti succede?  il dolore?.
Le unghie di Alessandro stridettero sul tavolo, ma fu solo un momento poi riprese il controllo.
Passami il vino.
Lisania gli diede il calice. Alessandro lo vuot d'un fiato e gli chiese di riempirglielo ancora. Dopo averlo vuotato di nuovo, gli disse:
Aiutami a scendere. Mi si annebbia la vista.
Quando arrivarono alle stanze reali, Alessandro lo mand via senza nemmeno farsi aiutare a togliere i vestiti. Dopo essersi chiuso la porta dell'alcova alle spalle, Lisania, non riuscendo pi a sopportare il nodo che aveva in gola, scoppi a piangere. Sui volti degli altri aveva visto la paura della fine del mondo, ma lui provava dolore solo per Alessandro. Nei suoi occhi c'era un'ombra di disperazione, come se fossero stati pervasi delle tenebre dell'Ade. La sua tristezza, Lisania lo sapeva bene, non era dovuta solo al fatto che presentisse la propria morte. Si avvicinava la fine di tutto e Alessandro, come re degli uomini e intermediario tra loro e gli di, si sentiva da un lato responsabile della loro sorte e dall'altro impotente per evitarla.
Lisania usc in cortile. Mentre si lavava il viso alla fontana, pens che forse anche Alessandro stesse piangendo e che per questo aveva rifiutato la sua presenza. Sospettava di s. Gli di devono piangere da soli.
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FINE Parte 1.